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Pietro Greco e l’olivo di piazza S. Rocco

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Francesco Mattera, agronomo | Ischia deve essere orgogliosa di aver avuto un figlio come Pietro Greco. Io non l’ho conosciuto personalmente, ma ho avuto il piacere di assistere ad alcune sue conferenze. Interessanti e piacevoli da ascoltare. Un linguaggio semplice ma efficacissimo nel far passare concetti anche piuttosto complessi.

Dote rara e preziosa, che spesso si sposa con i caratteri delle persone produttive ed empatiche. Dopo la sua prematura dipartita, si è accesa una bella manifestazione di affetto nei suoi riguardi da parte dei suoi amici di sodalizi culturali a cui era profondamente legato, ma anche di pubbliche istituzioni e semplici cittadini. Tutto bello e meritato.
Non si fa mai troppo per celebrare una persona di tale statura morale e scientifica. A Barano qualcuno pensa di dedicargli un angolino di Piazza San Rocco, piantumando un olivo laddove fino a poco tempo prima c’era un pino secolare, morto sotto gli attacchi della Toumeyella parvicornis.
Tutto molto bello si dirà!

Si, certo. Ma perché indirizzarsi su un olivo vecchio, strappato da chissà quale terra ed estraneo totalmente al contesto? Ieri non c’era. Oggi si.
Un evidente paradosso che non rende onore alla memoria dello scienziato e divulgatore scientifico Pietro Greco. Lui che per ultimo aveva dedicato le sue energie nella stesura di un libro sugli alberi. Sono fermamente convinto che Pietro Greco avrebbe preferito un giovane albero, e non una sorta di bonsai martoriato per renderlo oggetto di commercio.
Prima di lapidarmi come blasfemo, ascoltate le mie ragioni.
Nel tempo di oggi che porta la massima attenzione verso i cambiamenti climatici, la necessità di aumentare il numero di alberi di tutto il pianeta, è una priorità assoluta per cercare di aumentare la produzione di ossigeno e nel contempo catturare quanta più anidride carbonica possibile prodotta dalle attività umane.

Ma mentre in un albero giovane la curva della carbonicazione è in crescita geometrica, in quelli vecchi è in drastica diminuzione o a livello piatto. Ma c’è di più: per espiantare un olivo, trasportarlo mettiamo a 400 Km di distanza, produrre un grande contenitore di plastica da vivaio, curarlo e concimarlo ecc., si producono diversi quintali di anidride carbonica, che quell’albero non riuscirà mai più a bilanciare con la sua carriera residua, men che meno se dovesse morire.
Al contrario un albero giovane: il suo bilancio di cattura carbonica è tutto in crescita positiva! Ecco, mi piace pensare che il nostro avrebbe ragionato in questo modo. E noi si avrebbe il dovere di ragionare sifffattamente per onorarne degnamente la memoria. Ma non fosse solo questo.
Il vezzo di impiegare alberi adulti, vecchi, è anche un’operazione che non rende giustizia alle nuove generazioni, ai bambini e ai neonati in particolare! Che senso ha piantare alberi a fine carriera mentre i bambini nascono e crescono? Nessuno!
Quando quei bambini saranno adulti, quegli alberi non avranno nessun legame con la loro vita. Se invece di quell’olivo in piazza S. Rocco si fosse piantato un giovane olivo di 10 anni, la foto ricordo doveva vedere intorno a lui una schiera di bambini di diversa età ed anche di neonati.
E conservare quella foto per gli anni a venire. Cresce l’albero, crescono i bambini ripresi in foto!

La vita che scorre con coerenza e lascia tracce significative per il futuro in cui si può riconoscere la saggezza delle generazioni passate e il ricordo degno di una persona emerita che può essere additata a modello per i bambini ripresi in foto man mano che si addentrano nella vita.
Il Vezzo degli alberi vecchi ha il sapore e l’odore muffito delle raccolte museali senza valore. E sono appannaggio di coloro che delle mozioni ambientali belle e sane, hanno una percezione falsata, poco biologica, poco biofila, molto più meccanicistica e ossequiosa di mode che privilegiano aspetti estetici e formali, ma cieche alla sostanza dell’etica umanistica.

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