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PdRi, il terremoto di quartiere e la lunga gestazione di un aborto “istituzionale”…

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Ida Trofa | L’aborto dell’ultimo ritrovato del Piano di Ricostruzione di Ischia ha una lunga gestazione, purtroppo il seme nobile del recupero e della riqualificazione di un territorio, passa attraverso le mani contaminate di personaggi senza scrupoli che, senza il minimo ritegno, hanno manipolato le procedure pur di finalizzare i propri interessi privati nella predisposizione di un atto che, invece, doveva essere pubblico.
Un provvedimento che reca in sé la presunzione di poter pianificare il futuro dell’intera isola è che ne, nella sostanza, è privo nei presupposti.
Per il Cratere di Ischia gli enti incaricati hanno redatto un piano senza avere gli strumenti per farlo. Fasi su fasi, studi su studi, pagati dal terremoto che non restituiscono nessuna chiarezza, nessuna certezza alla collettività, al punto che neppure il commissario Giovanni Legnini, con la sua “presa d’atto”, vuole assumere la responsabilità di approvare questo scempio.
Hanno giocato “a color color” e Legnini userà il dato per trasformarlo in statistiche, numeri e comunicati stampa. Con il Piano consegneranno il compitino e ingrosseranno i dati che servono al sistema delle statistiche e degli algoritmi.

Oggi siamo a discutere della presa d’atto di un Piano Regionale che congela tutto.
Un Piano che fa paura oggi, così come era stato prima ancora con Carlo Schilardi che, forte degli studi di microzonazione e degli esiti dal basso rischio (tranne rari casi) è andato avanti con i suoi micro piani di ricostruzione e le molteplici rivisitazioni delle sue ordinanze ed in particolare l’ordinanza 7, incurante delle baggianate partorire dallo stuolo di esperti stipendiati dal sisma e indicati da Palazzo Santa Lucia.
Ordinanze, lo ricordiamo, ancora vigenti e in contrasto proprio con gli ultimi dettami del Piano Regionale. Il diritto a ricostruire resta, ma la strada si fa in salita. Così siamo passati dalla fase 1, all’intermezzo creativo, fino ad essere precipitati nel dramma di questo ottobre 2022 in cui emerge, in tutta la sua gravità, il dramma di un “Terremoto di Quartiere”.
L’assenza di una pianificazione urbanistica preventiva relativa ai molteplici rischi, non solo il rischio sismico, che attanagliano il paese, penalizza la comunità colpita e spinge a prendere decisioni scellerate e pericolose, senza il coinvolgimento dei cittadini e senza un quadro conoscitivo accurato di tutti gli aspetti, correndo il rischio di non ponderare bene le conseguenze di quelle scelte. Inequivocabilmente pesa la politica in questa giostra dell’orrore. Ad ogni cambio di casacca un nuovo punto e accapo. Ad ogni post voto un cambio che serve a sistemare gli equilibri del potere.

Gli scenari

Quello vergato dalla Regione Campania, con una pletora di padri flagellatori, è un piano dalle molte rivisitazioni che parte con il preliminare del 21 novembre 2021, vive un intermezzo creativo di fabbricati rossi e fabbricati blu, tra l’inverno e l’estate 2022, e giunge ai giorni nostri con le allegre campiture di rosso e arancio del post voto che ha consegnato alla storia il primo Presidente del Consiglio donna e di Destra e che ha scompigliato i piani e i colori. Un documento progettuale, scritto da mani di sinistra, di chiaro stampo PD, che doveva essere completo ed ampio e che, invece, si riduce ad una mappa dove sono semplicemente indicati fabbricati potenzialmente delocalizzabili e fabbricati per cui c’è la possibilità di ricostruire in loco.
Non provate a chiedere sulla base di quale principio! Non ve lo sapranno dire.
Al netto della scienza e della mancanza di coscienza di chi ha orchestrato la redazione di questi atti, la considerazione sull’abitato, sul paese vissuto e popolato, dove stanno?
Le considerazioni sulle procedure pregresse, le ricognizioni dello stato di emergenza, le ordinanze stesse di ricostruzione finanziate dal terremoto, dove sono? Dove sono le schede Aedes, il nesso di causalità con il danno da sisma, gli sgomberi e le revoche, dove sta la gente che già tornata a casa?
Domande a cui questo versione d’ottobre non ha dato risposte, anzi.
Una colorazione empirica del territorio che non garantisce i diritti dei singoli e distrugge un’intera comunità ed il tessuto socio economico.

Il piano di ricostruzione e il 24 bis della Legge Genova

Ma andiamo con ordine e raccontiamo la lunga gestazione. Normativamente il piano si colloca al 24 bis della legge Genova. Con questo articolo inserito a due anni dalla entrata in vigore della norma, l’opera di ricostruzione, inizialmente prevista a cura esclusiva del Commissario di Governo, viene indicata come strategia urbanistica e di governo del territorio.
Ovvero all’apice di una guerra politica tra Stato e Regione, tra Roma e Napoli, la Regione Campania di stampo PD, esclusa dal tavolo dal Governo M5S-Lega, viene riammessa alle spartizioni al primo cambio di governo con M5S-PD.
Per lungo tempo è stato il nulla. Poi il PD ha silurato il commissario Cinque Stelle ed è ritornato il commissario PD e la musica è cambiata… senza prevedere l’imprevedibilità della politica italiana.
La caduta del Governo Draghi e la vittoria di Lega e FdI. Così, adesso, ci troviamo a vivere l’ultima pericolosa fase del piano.
Secondo l’articolo 24 bis: “Il Piano per la riparazione e la ricostruzione degli immobili danneggiati dal sisma del 21 agosto 2017 nonché la riqualificazione ambientale e urbanistica dei territori interessati, redatto dalla Regione Campania, assolve alle finalità dei piani attuativi (quindi doveva essere veloce, ndr) e dei piani di delocalizzazione e trasformazione urbana se conforme alle previsioni e alle prescrizioni del codice dei beni culturali e del paesaggio e approvato previo accordo con il Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo ha anche valore di piano paesaggistico per i territori interessati”.
Per tutto quanto sopra citato, il PdRi di Ischia dovrebbe essere redatto, in coerenza col redigendo Piano Paesaggistico Regionale, con le disposizioni del Piano di Assetto dell’Autorità di Bacino dell’Appennino Meridionale, nonché con i Piani Urbanistici Comunali (PUC) dei tre comuni ischitani, attualmente in itinere.

La natura e contenuti del Piano di Ricostruzione secondo la Regione

La Regione, nei suoi documenti ufficiali e nelle relazioni, offre la chiave di lettura e la rivisitazione prima delle procedure parlando del Piano in chiave tutta ipotetica. Si legge nella relazione al PdRI di un doppio livello che potrebbe assumere il PdRI. Ovvero: “Piano di area vasta intercomunale, come stralcio funzionale e piano attuativo del redigendo Piano Paesaggistico Regionale, come primo livello. Piano operativo dei PUC dei tre Comuni interessati, come secondo livello e in accordo con la natura dei Piani di Ricostruzione per l’Italia Centrale”. Che, letta così, non è proprio la stessa cosa.
Da mesi assistiamo ad una costante rivisitazione di tavole di mosaico delle previsioni strutturali che puntano tutto sulla desertificazione della “core zone” (più direttamente interessata o ex zone rosse). Nulla si sa dei criteri è nulla si sa della “buffer zone”. Ovvero dove mettere gli eventuali reinsediamenti o la monetizzazione degli insediamenti delocalizzati.
Restano troppi i nodi non risolti per far finta di nulla.
Purtroppo, già nella fase emergenziale si è assistito ad una visone egoistica del sisma. In particolare, i primi rientri in casa segnano uno spartiacque tra l’impegno per favorire un’azione collettiva e un ripiegamento sulla dimensione personale e famigliare. Questo Piano andrà ad incidere sulle vite di tutti e sul futuro di ognuno. E’ inutile voltarsi dall’altra parte.

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