domenica, Gennaio 25, 2026

Parcheggio della Siena, il “sequestro” che congela tutto

Dopo il no al dissequestro per la demolizione, emergono i nodi giuridici della vicenda. Parcheggio quasi ultimato e sala congressi pronta all’uso: la demolizione è dovuta ma non eseguibile. Tra ordinanza comunale e procedimento penale, l’intreccio che blocca l’opera.

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La richiesta di demolizione avanzata per il complesso della Siena, respinta dall’autorità giudiziaria per l’assenza di un progetto di ripristino, va letta dentro una vicenda che è sempre stata, fin dall’inizio, un intreccio stretto tra piano amministrativo e piano penale. Un intreccio che riguarda un’opera tutt’altro che marginale: un parcheggio realizzato per circa il 90 per cento all’ingresso di Ischia Ponte e una sala congressi già completamente ultimata, in attesa soltanto di essere utilizzata.

È questo il contesto materiale che fa da sfondo a una partita giuridica complessa, dove la richiesta di poter demolire non nasce da un ripensamento tardivo, ma dal tentativo di evitare una conseguenza ancora più grave prevista dalla legge: l’acquisizione gratuita del bene al patrimonio comunale.

L’ordinanza di demolizione, una volta divenuta definitiva, attiva infatti un meccanismo (quasi) automatico. Trascorsi novanta giorni senza ottemperanza, il bene e il suolo su cui insiste transitano ope legis nella proprietà del Comune. Non si tratta di una misura ripristinatoria, ma di una sanzione di carattere punitivo, più afflittiva della demolizione stessa, perché comporta la perdita definitiva della proprietà. È proprio per scongiurare questo effetto che, secondo un orientamento giurisprudenziale consolidato, il destinatario dell’ordinanza può attivarsi per procedere alla demolizione delle opere abusive.

È in questa chiave che va interpretata la richiesta di dissequestro finalizzata all’autodemolizione presentata per la “Siena” dell’avvocato Mario Santaroni. L’obiettivo era dimostrare la volontà di ottemperare all’ordine comunale ed evitare che, allo scadere dei termini, il Comune potesse procedere all’acquisizione dell’intero compendio, parcheggio e area compresa.

Il passaggio decisivo, però, si è arrestato sul piano penale. La Procura non ha opposto un diniego assoluto alla demolizione, ma ha subordinato il dissequestro alla presentazione di un progetto di ripristino dello stato dei luoghi, idoneo a descrivere nel dettaglio modalità e tempi dell’intervento. In assenza di quel progetto, il giudice ha ritenuto di non poter autorizzare l’autodemolizione, lasciando il sequestro in essere.

Da qui nasce il corto circuito che caratterizza la vicenda Siena. Perché negli ultimi anni si è andato consolidando un orientamento giurisprudenziale, espresso in più pronunce del Consiglio di Stato, secondo cui la presenza di un sequestro penale incide direttamente sull’efficacia delle ordinanze demolitorie. Finché l’immobile è sottoposto a sequestro, l’ordine di demolizione resta “allo stato” sospeso. In sostanza, il sequestro penale congela il procedimento amministrativo, impedendogli di produrre pienamente i suoi effetti.

Nel caso della Siena questo meccanismo è evidente. Da un lato, l’amministrazione comunale, guidata dal sindaco Enzo Ferrandino, ha esercitato il proprio potere repressivo arrivando all’ordinanza di demolizione, poi definitivamente confermata dalla giustizia amministrativa. Dall’altro, il sequestro penale sottrae l’opera alla disponibilità materiale delle parti e rende impossibile qualsiasi intervento senza il via libera dell’autorità giudiziaria.
Il risultato è una situazione che può apparire paradossale solo a una lettura frettolosa. La demolizione è dovuta, ma non eseguibile allo stato. L’acquisizione è prevista dalla legge, ma potrebbe risultare sospesa proprio a causa del sequestro. Tutto si sposta, ancora una volta, sul terreno penale, che finisce per dettare i tempi anche all’amministrazione.

In mezzo, resta un’opera quasi completata, pensata per rispondere a un’esigenza reale di accesso e servizi a Ischia Ponte e una sala congressi pronta all’uso, ma ferma da anni. Un dato che non incide sul giudizio di legittimità, ma che aiuta a comprendere perché la vicenda Siena continui a produrre effetti concreti sul territorio, ben oltre le aule di tribunale.

La notizia della demolizione chiesta ma non concessa non segna dunque una marcia indietro né una riapertura del merito. È l’ennesima conferma di come, nel caso Siena, giustizia amministrativa e giustizia penale si siano intrecciate fin dall’origine, condizionandosi a vicenda. E di come, anche oggi, il destino dell’opera non dipenda più dal “se” verrà rimossa, ma dal “quando” e dal “come” sarà possibile farlo.

  • Articolo realizzato dalla Redazione Web de Il Dispari Quotidiano. La redazione si occupa dell'analisi e della pubblicazione fedele degli atti e dei documenti ufficiali, garantendo un'informazione precisa, imparziale e trasparente. Ogni contenuto viene riportato senza interpretazioni o valutazioni personali, nel rispetto dell’integrità delle fonti e della veridicità dei fatti.

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