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Paolo May “dal Tanganica al Titicaca”: Il viaggio siamo noi stessi

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Andrea Esposito | Ogni promessa è debito, in questo caso un piacevolissimo debito da pagare: io e Paolo May ci siamo scambiati gli ultimi due libri pubblicati, promettendoci una breve e vicendevole recensione. Ho appena finito di leggere DAL TANGANICA AL TITICACA. Mi ha colpito, mi ha “preso” e non è assolutamente il mio genere, credo che già questo possa dire tanto. Il libro è come Paolo: anarcoide, poliedrico, pieno, ricco, una raccolta di racconti ed esperienze, ma anche un disegno a tinte varie ma anche toni, dal caldo soffuso all’abbagliante chiarore, della personalità dell’autore.
Un autoritratto di Paolo May attraverso alcuni dei tanti luoghi che ha visitato con passione nella vita, con quella curiosità che contraddistingue il viaggio e che lui, è innegabile, ha dentro come ognuno di noi ha dentro il DNA. Paolo May non considera fatica, impegno o lavoro, nessuna delle sue attività, poiché è animato da quel fuoco sacro (beato lui) che gli rende ciò che fa, che scrive, che vive una continua ricerca: che sia lavorare la terra, curare il giardino, creare figure in terracotta, andare in canoa o guadare due dei più grandi e pericolosi fiumi del globo per poi venircelo a raccontare, fa pochissima differenza.
A tutto ciò si aggiunge un elemento in più, una componente fondamentale del viaggio e del racconto contenuti nel libro: la presenza de figlio di Paolo, coautore di DAL TANGANICA AL TITICACA, involontario e simbolico paralellismo coi due grandi laghi, così lontani da noi, così diversi da noi eppure così evocativi, ci chiamano, ci avvolgono. Così come lontanissimi eppure uno dentro l’altro possono essere solo un padre ed un figlio. Essere figli di Paolo May dev’essere un’avventura impegnativa, solo un po’ meno di essere Paolo May stesso!
L’autore è un vulcano di idee (nel libro c’è di tutto, si va dal realismo magico alla Garcia Marquez alle atmosfere green+dark dei film di Eli Roth. Sono così tante e animate da un sua personalissima filosofia di vita che ha difficoltà a tenerle dentro tutte insieme e spesso travolgono l’interlocutore.
E proprio grazie a tutto ciò il racconto ci travolge: i paesaggi mozzafiato intorno ai grandi laghi, le rughe crude che attraversano il Perù, la scoperta a tratti ingenua di culture e tradizioni che spaziano tra due continenti lontanissimi, il tutto corredato da quasi un centinaio di scatti potenti, struggenti: dall’Africa al Sudamerica, quando leggi ti gira la testa. E’ chiaro che vale per Paolo ciò che vale per tutti i viaggiatori: il viaggio siamo noi, il viaggio è metafora di noi stessi e della nostra stessa vita, il microcosmo dove viviamo, che sia Ischia o l’hiterland di una grande città può raccontare il nostro quotidiano, mentre il viaggio è il simbolo e la proiezione delle nostre aspirazioni, dei nostri desideri, delle nostre illusioni. Complimenti a Paolo May, per il libro e per tutto ciò che fa.
Mi è piaciuto!

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