Pandem, come ci siamo entrati. Come vogliamo uscirne

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Leo Pugliese | Dopo il Dpcm di ieri l’altro, la trepida attesa della diretta del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, in ogni famiglia lo spettro del virus e riapparso in maniera determinante.
Non che ce ne fossimo liberati ma l’estate e questo mite autunno ce lo avevano un pò fatto, per così dire, dimenticare.
Oggi raccogliamo una riflessione, una bella riflessione, del padre spirituale del seminario Maggiore di Napoli, il procidano Don Lello Ponticelli che al di la dell’aspetto più strettamente religioso e cattolico ci porta a riflettere in questo delicato tempo che stiamo vivendo:
«Abbiamo imparato, non dimentichiamo la lezione! Tra i tanti ‘compiti’ importanti che in questa fase ci attendono, per noi credenti uno è particolarmente delicato: imparare a ‘leggere’ dentro questo tempo quanto Dio ci ha detto e ci sta dicendo, per lasciarci trasformare da Lui che fa nuove tutte le cose.
Come siamo arrivati a questo ‘tempo’ e come vogliamo uscirne? Cosa abbiamo imparato e cosa possiamo imparare? Queste domande mi son sembrate utili per vivere spiritualmente l’ora presente.
Non vi sembri irriverente, ma non è detto che da questo periodo usciremo necessariamente migliorati. Anzi: realisticamente sappiamo che possiamo addirittura peggiorare… Ed è bene vigilare.
Ma possiamo uscirne migliori o forse già lo siamo un po’ e abbiamo già imparato parecchio. La verifica sarà necessaria, ma non sempre sarà indolore. Intanto è bello augurarci di non ritornare alla normalità di prima! Contro ogni fretta e superficialità abbiamo, bisogno di andare oltre le frasi ad effetto e coltivare riflessione, pazienza, perseveranza, intuizione, fantasia, apertura di mente e di cuore.
Cosa abbiamo imparato in questi mesi? Senza nessuna pretesa condivido quanto ho visto ripassando la ‘lezione’ ricevuta dalla vita in questi mesi.
Ora sappiamo un po’ di più di “non sapere”, e che basta un nulla e le sicurezze svaniscono, a qualsiasi latitudine; abbiamo imparato che è importante lasciarci toccare e scomodare dagli eventi, per vincere soprattutto il rischio dell’assuefazione e dell’indifferenza, la pericolosa pandemia già virale prima del COVID 19! Abbiamo imparato che quando c’è qualcosa che non va, non serve cercare un nemico e un colpevole, ma piuttosto sentirci accomunati nella ricerca di quanto aiuta a portare la barca in salvo e ad offrirla come l’Arca di Noè, perché tutti possano salvarsi.
Abbiamo imparato che per migliorare dobbiamo fare i conti con le nostre fragilità, con le crisi e le verità scomode spesso negate o ipocritamente camuffate con tanti stratagemmi. Abbiamo imparato a scoprire il nostro volto, magari senza look, ma più autentico e più umano. Oltre la mascherina, ma più ancora oltre la maschera, abbiamo riportato lo sguardo all’essenziale, a quanto siamo tutti preziosi gli uni per gli altri.
Abbiamo compreso quanto contano i legami, gli affetti, la famiglia, gli amici, Cristo, la preghiera, i Sacramenti, la Comunità… Abbiamo imparato a pregare di più la Madonna, a inventare giochi con i bambini, ad apprezzare gli anziani e a soffrire la loro solitudine e la morte di tanti di loro, senza una carezza.
Abbiamo riscoperto la bellezza di una natura che si risveglia, se rispettata: gli alberi, l’aria, le stelle, le formiche, il mare, le tartarughe, i sentieri, tutto è diventato d’improvviso più bello. Abbiamo riscoperto suoni, canzoni, silenzi , finanche i rumori, strade e palazzi, la bellezza del nostro Paese e del nostro mondo, anche difettato com’è.
Abbiamo imparato l’importanza della politica come forma di carità, ma anche il ruolo educativo dei fallimenti e del dolore, delle rinunce e delle privazioni, di uno stile di maggiore sobrietà. Abbiamo imparato ad ammirare chi si è dato da fare per aiutare gli altri, anche rischiando in proprio, e noi stessi che ci siamo messi in gioco in tanti modi.
Abbiamo seguito e amato ancor più il Papa, i sacerdoti, ma anche i medici, gli infermieri, gli scienziati, la commessa, il giornalaio e il giornalista, l’insegnante e l’operatore ecologico, le forze dell’ordine e tutti gli altri il cui lavoro d’improvviso è apparso in tutta la sua importanza, nonostante fosse tanto nascosto e spesso poco apprezzato.
Abbiamo gustato la Parola di Dio e imparato tante cose della vita cristiana, la “Comunione spirituale” e il ‘gusto’ di scoprire e pregare il Rosario anche in famiglia. Anche tanti di noi, adulti e ‘immigrati digitali’, abbiamo apprezzato i nuovi mezzi di comunicazione per la catechesi e la vita pastorale, immaginando già di poter continuare le ‘buone pratiche’ inventate con fantasia e passione.
Abbiamo riscoperto il contatto con la casa e il vicinato, come anche la solidarietà da chi meno ce lo aspettavamo.

Ma abbiamo anche scoperto quanta sofferenza c’è anche a un passo da noi, non potendo più far finta di non vedere. Perché nessuno resti o vada più indietro, abbiamo imparato che c’è bisogno di un sussulto di coscienza e che si può e si deve fare di più, da parte di tutti, cominciando da noi stessi.
Abbiamo sperimentato che significa essere rifiutati anche da paesi ‘amici’ e vicini, perché considerati ‘pericolosi’. Abbiamo visto meglio le ferite e le divisioni della e nella Chiesa e l’importanza di ritrovare la comunione sull’essenziale, con l’urgenza di un nuovo annuncio del Vangelo, la necessità di ritrovare credibilità e fiducia, dialogo e sinodalità, oltre ogni burocratizzazione e carrierismo, ogni autoreferenzialità e partigianeria.
Abbiamo visto e toccato con mano quanto è importante avere fede e speranza nell’aiuto di Dio e quanto vale un abbraccio e una stretta di mano. E se ora ci accorgessimo che abbiamo sciupato delle occasioni, siamo sempre in ‘tempo’ per poter imparare anche dagli errori e dai peccati. Insomma, ci sono i ‘lavori in corso’: altri equilibri salteranno, ma il gemito è quello delle doglie del parto di un’umanità nuova.
Impariamo da Maria a vivere la gestazione, coltivando l’arte del custodire, meditare tutto quello che è avvenuto per leggere tutto alla luce di Dio e scorgere il suo disegno d’amore: “ecco faccio io una cosa nuova, non ve ne accorgete?” (Is 43,19)

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