Oggi l’interrogatorio del giudice Alberto Capuano. Faccia a faccia con il grande accusatore De Robbio

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Paolo Mosè | Questa mattina inizierà l’interrogatorio del giudice Alberto Capuano in carcere, ove si recherà il gip Costantino De Robbio. E molto probabilmente verrà accompagnato da uno dei sostituti della Procura di Roma, se non direttamente dall’aggiunto Paolo Ielo. Non sarà un faccia a faccia breve, ma si presume abbastanza lungo e complesso per la molteplicità degli episodi contestati. Staremo a vedere. Nel frattempo, certamente, il Capuano avrà in queste ore ripercorso tutte le fasi di questi ultimi mesi. Possibilmente cercando di fare chiarezza degli incontri, di cosa abbia riferito e quali sono soprattutto gli elementi che potrebbero rivelarsi importantissimi per alleggerire od escludere ogni responsabilità penale. Poi sarà la volta degli altri indagati che sono ristretti anch’essi in carcere, vale a dire Antonio Di Dio, Valentino Cassini e Giuseppe Liccardo, ritenuto vicino al clan Mallardo. Mentre l’avv. Elio Bonaiuto, che è ai domiciliari, sarà sentito anche lui nelle prossime ore.

Come nasce questa inchiesta? Da una richiesta esplicita di denaro che la vittima denuncia all’autorità giudiziaria. Parlano gli atti, e ad essi ci rifacciamo per una ricostruzione la più autentica possibile. Come scrive il gip di Roma: «L’indagine compendia gli esiti degli accertamenti compiuti dalla squadra mobile di Roma e diretti dalla procura della Repubblica a partire dalla denuncia sporta nel novembre del 2018 da Federico Claudio.

Questi riferiva in denuncia di essere stato avvicinato da alcuni soggetti che gli avevano proposto di versare una somma di denaro destinato ad un magistrato alla Procura generale presso la Corte di Appello di Napoli in cambio della sospensione di una procedura esecutiva pendente in suo danno.

La ricerca di riscontri alla predetta denuncia ha portato in breve tempo alla conferma della veridicità del fatto denunciato ed ha consentito altresì di disvelare come la condotta illecita denunciata deve essere considerata una degli episodi di un vero e proprio sistema di illiceità».

LA DENUNCIA

E si scopriva, durante gli accertamenti, che vi erano molti soggetti che si muovevano nell’ambito giudiziario, sino a coinvolgere un giudice, mentre i faccendieri si adoperavano per risolvere anche questioni di una certa delicatezza: «E’ emerso infatti che nel tribunale di Napoli opera un gruppo di soggetti, tra i quali (almeno) un giudice del tribunale in grado di influenzare in vario modo le sorti di importanti processi penali pendenti in fase dibattimentale o in Corte di Appello, sospendere procedure esecutive penali e ritardare verifiche di crediti fallimentari, provocare la scarcerazione di detenuti ed il dissequestro dei beni di importanti esponenti della criminalità organizzata fino ad estendere la propria influenza sul concorso in magistratura, il cui esito è stato distorto a favore di una candidata, figlia di uno degli appartenenti al gruppo degli indagati, e di quello per allievi ufficiali carabinieri».

E si entra nel nodo dell’abbattimento dell’immobile, il cui proprietario aveva denunciato una richiesta di mazzetta: «Il Federico premetteva nel suo scritto di avere in corso a proprio carico una procedura esecutiva per la demolizione di un immobile, precedentemente dichiarato abusivo con sentenza di condanna del tribunale di Napoli, aggiungendo che la sentenza era divenuta irrevocabile sin dal 2006.

Riferiva dunque il denunciante che il 7 maggio del 2018 erano giunti nella sua proprietà il capitano Schiattarella ed il luogotenente dell’UOTE di Napoli insieme a un tecnico incaricato per procedere alla misurazione dei manufatti da demolire, su ordine del sostituto procuratore generale presso la Corte di Appello: tale visita preventiva all’ormai imminente abbattimento dei manufatti ed era conseguenza, evidentemente, della decisione della Procura generale di portare a termine la procedura esecutiva dopo anni di stasi».

Il gip analizza la denuncia in tutte le sue sfaccettature, la comparsa del Di Dio e delle attività che vennero poste in essere dalla Procura generale: «Dopo qualche giorno da tale accesso, si leggeva ancora in denuncia, il Federico era stato contattato dall’avvocato Elio Bonaiuto, da anni legale della sua famiglia, che gli aveva procurato un appuntamento con tale Antonio Di Dio, soggetto asseritamente in grado di risolvere la situazione.

Il Bonaiuto era a conoscenza del fatto che l’improvvisa iniziativa della Procura generale destava nel Federico un comprensibile allarme. I manufatti in pericolo ospitavano rispettivamente la sua abitazione e la sua attività lavorativa, il denunciante accettava dunque di incontrare Di Dio, che si era dichiarato amico e mandatario del sostituto procuratore generale il quale, secondo quanto si legge in denuncia, “sarebbe stato disponibile ad interrompere l’azione esecutiva di demolizione delle opere” previo pagamento di una somma di denaro pari a euro 20.000 da versare materialmente allo stesso Di Dio; quest’ultimo avrebbe poi girato il denaro al magistrato, destinatario finale della somma».

LO SVILUPPO DELLE INDAGINI

Chi dapprima si era rifiutato di pagare, dopo qualche tempo, come emerge anche nell’altro servizio, si dichiara disponibile a tutto, anche ad incontrare chi gli potesse dare una mano per evitare la demolizione. Ma prima di tutto ciò il giudice ricorda quale fu l’atteggiamento del denunciante: «Il Federico aveva rifiutato l’offerta illecita e il 23 ottobre del 2018 aveva ricevuto il provvedimento di sgombero dell’immobile dal sostituto procuratore generale. Immediatamente dopo si era dunque convinto a presentare denuncia, verosimilmente (per come emergerà nel corso delle indagini) più come estremo tentativo di scongiurare l’abbattimento dei suoi immobili che per effettiva volontà di ottenere giustizia.

L’atto è stato immediatamente trasmesso per competenza, stante il coinvolgimento, effettivo o millantato che fosse, di un magistrato del distretto di Napoli, alla procura della Repubblica presso il tribunale di Roma, che ha avviato un’indagine che si è inizialmente concentrata sulla acquisizione dei tabulati e sulle intercettazioni delle utenze dei soggetti coinvolti».

Denunce che per competenza venivano trasmesse ad altra autorità giudiziaria balenandosi un possibile coinvolgimento di magistrato partenopeo: «Nelle more giungeva alla Procura di Roma, anche questa volta previa trasmissione dalla Procura di Napoli che l’aveva ricevuta, una seconda denuncia per gli stessi fatti, presentata dal difensore di Federico. Il legale riferiva i medesimi episodi già narrati dal Federico, attualizzandolì, poiché aggiungeva che il giorno precedente 15 novembre l’avvocato Bonaiuto lo aveva contattato per dirgli che la procedura esecutiva nei confronti del Federico non si era arrestata come era stato ad un certo punto paventato perché questi “non aveva voluto pagare omissis”; anche questa denuncia è stata trasmessa alla procura della Repubblica presso il tribunale di Roma ed unita alla prima».

Le indagini partirono a razzo con una Procura romana determinata a scoperchiare eventuali illeciti: «L’indagine, condotta dal pubblico ministero anche attraverso plurime escussioni e sommarie informazione dei soggetti coinvolti, (culminate in un confronto), in costanza di intercettazioni, ha consentito in breve tempo di chiarire con estrema precisione i contorni di una vicenda che si presenta oggi assai più complessa di quanto era stata prospettata dai due denunciarti, poiché vede il coinvolgimento in vario modo di numerosi soggetti oltre quelli menzionati nelle denunce ed affonda le sue radici in una fitta serie di rapporti di affari più o meno leciti intrapresi diversi anni prima. Può anzi attualmente concludersi che l’abbattimento dei manufatti abusivi del Federico sembra ricollegabile ad una vicenda di ricatti e corruttele che lega soggetti pubblici e privati da lungo tempo.

Peraltro, l’attivazione di incisivi strumenti di indagini a carico dei soggetti indagati (trojan e intercettazioni telematiche) ha disvelato un’estesa rete di corruzione in atti giudiziari e reati contro il patrimonio che coinvolge numerosi funzionari pubblici e più di un magistrato del distretto di Napoli ed appare addirittura più ramificata di quanto già emerso fino a questo momento».

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