domenica, Gennaio 25, 2026

Nascette ’u Ciglio: quando un borgo diventa presepe e la memoria si fa fede

Una mulattiera, mani antiche, il suono delle zampogne e una Natività che parla al cuore: al Ciglio il Natale diventa memoria viva e fede condivisa. Lo sguardo di Umberto Elia coglie l’attimo e lo restituisce senza effetti speciali: persone, luoghi e dettagli raccontati così come sono, con la precisione silenziosa di chi lascia parlare le immagini

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C’è stato un momento, la sera del 26 dicembre, giorno di Santo Stefano, in cui al Ciglio non si camminava più semplicemente lungo una strada, ma dentro un presepe. Un presepe vero, vivo, fatto di pietra, tufo verde, volti conosciuti e gesti antichi. Un presepe che non si guardava soltanto, ma che si viveva, passo dopo passo.

Dalla sommità di via Pedicuozzo, piccola e suggestiva mulattiera che dalla Provinciale scende e accompagna fino alla storica chiesetta di San Ciro, il visitatore veniva lentamente catturato da un’atmosfera fuori dal tempo. Quel breve tratto di strada, così familiare a chi vive il borgo, si è trasformato in un viaggio nella memoria collettiva di un’isola che rischia di scomparire, ma che quella sera ha saputo raccontarsi con orgoglio.

Antichi mestieri prendevano vita sotto gli occhi di grandi e piccini: ricamatrici, lavandaie, cestinaie, panettiera, fruttivendola, taglialegna, cantiniere, fabbro. Non figuranti, ma persone del posto, con mani segnate dal lavoro e sguardi sinceri, capaci di trasmettere quella serenità semplice che appartiene a un tempo che non correva, ma camminava piano.

Attorno, gli animali da cortile — oche, galline, muli, pecorelle — completavano una scena che sembrava uscita da una fiaba contadina, autentica e senza filtri.
Il percorso conduceva fino alla iconica chiesetta in tufo verde, dove, salendo pochi gradini, si giungeva al cospetto di Re Erode e dei Re Magi, avvolti in vesti splendide che contrastavano con l’umiltà del resto del cammino. Ma, come ogni presepe insegna, il cuore non era lì.

Il cuore era un poco più sopra, in una grotta-cantina, al centro del percorso di via Piedicuozzo. Lì, accompagnati dal suono profondo e arcaico delle zampogne, i visitatori si fermavano in silenzio davanti alla Natività. Una scena semplice e potentissima: un papà, una mamma e un piccolo neonato, riscaldati dal fiato di un asinello, tra fieno e paglia. Nessuna teatralità forzata, solo una devozione vera, capace di toccare l’anima.

Un’immagine che non si guardava soltanto, ma che si sentiva. E mentre la musica continuava ad accompagnare il cammino, via Pedicuozzo pian piano si è riempita di vita. Tra vin brulé, zeppole, fagioli, salsicce e friarielli, il profumo del cibo si mescolava a quello del vino locale, regalando ai tanti bambini — e agli adulti tornati un po’ bambini — qualche ora di felicità semplice, condivisa, autentica.

Dietro tutto questo c’è il lavoro, la fede e la visione di Don Antonio Mazzella, parroco di Serrara Fontana, che insieme alla comunità del Ciglio e di Serrara Fontana ha saputo trasformare un’idea in un evento destinato a restare nella storia del Borgo del Ciglio. Un presepe che non ha cercato l’effetto speciale, ma ha scelto la semplicità, la stessa semplicità che accompagna chi vive la fede ogni giorno.

Questa prima edizione non può restare un episodio isolato.
Il presepe vivente del Ciglio ha dimostrato che quando una comunità si unisce, la tradizione non è nostalgia, ma futuro.
E dopo un pomeriggio così, una cosa è certa: ’u Ciglio è nato davvero, e merita di rinascere ogni anno, ancora e ancora.

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