Erano in vacanza in Thailandia, stavano tornando a casa. Il 28 febbraio, durante il viaggio di rientro, il loro volo — che prevedeva uno scalo a Doha — è stato dirottato dalle autorità sull’aeroporto di Mascate, in Oman.
Da quel momento un ragazzo di Barano e una ragazza di Serrara Fontana, insieme ad altre due ragazze napoletane con cui condividevano la vacanza, si trovano ospitati in un hotel della capitale omanita. In attesa di poter tornare a casa.
I quattro stanno bene. Lo sanno le loro famiglie, con cui i ragazzi sono in contatto costante: videochiamate, messaggi, chat che non si interrompono. Un filo diretto che attraversa migliaia di chilometri e tiene unite due sponde — quella del Golfo e quella isolana — in un’attesa che si allunga giorno dopo giorno. Dopo un primo momento di paura, comprensibile e inevitabile, la situazione si è stabilizzata almeno sul piano emotivo. I ragazzi stanno bene, l’hotel è sicuro, e le famiglie hanno trovato un interlocutore istituzionale a cui aggrapparsi.
La Farnesina, contattata direttamente anche dai parenti sull’isola, ha assicurato che la situazione dei quattro giovani è monitorata continuamente. Il consiglio è chiaro e perentorio: restare in hotel, non uscire, attendere istruzioni. Un invito alla prudenza che, in un contesto di crisi internazionale come quello attuale, suona anche come una garanzia. La macchina consolare è in moto, e i ragazzi non sono soli.
I quattro hanno anche valutato l’ipotesi di un rientro autonomo, cercando soluzioni alternative per tornare in Italia senza aspettare i canali ufficiali. Ma la Farnesina ha sconsigliato di muoversi in modo indipendente, preferendo gestire i rimpatri in modo coordinato e sicuro. Una scelta che le famiglie hanno compreso e accettato, pur nella comprensibile ansia dell’attesa.
I due ragazzi ischitani non erano a bordo del volo charter partito da Mascate con 127 cittadini italiani, il primo rimpatrio organizzato dalla Farnesina per i connazionali bloccati nella regione. Il loro rientro è ancora da definire, legato com’è all’evoluzione della crisi e alla progressiva riapertura degli spazi aerei. Ambasciate e consolati stanno lavorando per individuare soluzioni, mentre la compagnia Etihad sta organizzando brevi riaperture dello scalo di Abu Dhabi per consentire nuove partenze.
Sull’isola, intanto, le famiglie aspettano. Con il telefono sempre a portata di mano, con gli occhi puntati sulle notizie che arrivano dal Golfo, con la speranza che presto arrivi la chiamata giusta — quella che dice: stiamo partendo, torniamo a casa.
La crisi del Golfo: cosa sta succedendo e perché i voli si fermano
Tutto è cambiato in poche ore. L’attacco militare statunitense contro obiettivi in Iran ha innescato una reazione a catena che ha investito l’intera regione del Golfo Persico, trasformando rotte aeree consolidate in corridoi a rischio e costringendo compagnie di tutto il mondo a sospendere, dirottare o riprogrammare centinaia di voli.
La logica è geografica prima ancora che politica. Il Golfo Persico è uno degli spazi aerei più trafficati del pianeta: Dubai, Abu Dhabi, Doha e Mascate sono hub intercontinentali attraverso cui transitano ogni giorno decine di migliaia di passeggeri in connessione tra Europa, Asia e Oceania. Quando la tensione militare si alza in quest’area, l’effetto sul traffico aereo civile è immediato. Le autorità dell’aviazione civile emettono avvisi ai naviganti che segnalano zone di pericolo, e le compagnie reagiscono modificando le rotte o sospendendo i voli verso gli scali più esposti.
L’Iran ha dimostrato in più occasioni di poter colpire con missili e droni obiettivi in un raggio molto ampio. Gli Emirati Arabi Uniti, che ospitano basi militari americane e britanniche, e il Qatar, sede del Comando Centrale USA, sono considerati potenziali obiettivi in caso di allargamento del conflitto. È questo scenario — non ancora verificato ma ritenuto plausibile dagli analisti — che ha spinto le autorità a chiudere o limitare alcuni spazi aerei e che ha generato il caos nei collegamenti.
Per i turisti e i lavoratori italiani presenti nella regione, la situazione si è tradotta in voli cancellati senza preavviso, scali alterati, trasferimenti forzati verso aeroporti considerati più sicuri. La Farnesina ha attivato l’unità di crisi e sta coordinando i rimpatri attraverso voli charter, come quello già partito da Mascate con 127 connazionali a bordo. Ma per molti il rientro richiederà ancora tempo, legato com’è all’apertura progressiva degli spazi aerei e alla disponibilità di aeromobili.
Sul piano diplomatico, la comunità internazionale osserva con preoccupazione crescente. L’escalation tra Stati Uniti e Iran riapre scenari che il mondo aveva già vissuto in passato, con la differenza che oggi il Golfo è diventato un crocevia economico e logistico di importanza strategica globale. Ogni giorno di chiusura degli spazi aerei si traduce in perdite miliardarie per le compagnie, in disagi enormi per i passeggeri, in tensioni che si riverberano sui mercati finanziari e sul prezzo del petrolio.
Per Ischia, come per tante altre comunità italiane con proiezioni internazionali, questa crisi ha un volto preciso: quello di chi è lontano da casa e aspetta. Aspetta un volo, una telefonata, una notizia che dica che è di nuovo possibile tornare.








