Mirko Batoni, 280km da Siena a Roma sulla via Francigena

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Mirko Batoni, toscano di nascita e isolanissimo per amore, ci ha portati con sé nella sua personalissima Via Francigena di cui ha percorso, in solitaria, ben 280km, condividendo foto e video emozionanti e particolari.

Rientrato da Roma in Toscana (tornerà a breve sulla nostra isola) ci ha raccontato le emozioni che ha vissuto in questo suo ritorno al Cammino della Francigena.

Cosa ti ha portato a intraprendere la Francigena per la seconda volta?

Io ho sempre detto che questa questione del Camminare è come un fuoco che si ha dentro e va continuamente alimentato. Non si può stare, davvero, per troppo tempo senza camminare o viaggiare. Certo, c’è una differenza tra il camminare all’Epomeo o a Piano Liguori, che sono posti che si conoscono e sempre raggiungibili… la Francigena è storia per i Pellegrini e ci si dedica. La Francigena è arte, è cultura, è scoprire una Italia diversa dal turismo di massa, è composta da paesini nei quali i residenti ti salutano e sanno benissimo che sei un pellegrino che hai raggiunto quel luogo e scegli di restarci per la notte. Aver scelto di farla per la seconda volta, significa che ho voluto rivivere una esperienza per me bellissima, splendida che dirò sempre a tutti di farla. Magari non per una settimana, anche due o tre giorni, solo per scoprire la bellezza del camminare e di non avere il vincolo la sera di dover rientrare a casa. Nel Cammino si gestisce il tempo come si vuole, vi è la libertà di fermarsi anche un’ora ad osservare una cascata… cose che non si possono capire se non si prova. Sono tornato in luoghi che mi hanno emozionato e mi sono rimasti dentro. Di fatto quando si visitano questi posti arrivandoci a piedi, si lascia una parte di se lì. E’ stato un voler rivivere quelle emozioni che si possono vivere solo in un lungo cammino a tappe. E’ libertà pura al 100%. Ma la motivazione più importante è stata la sfida. Lo scorso anno ero partito da incosciente e mi ero fatto 120 km da Montefiascone. Questo anno conscio di tutto, l’ho rifatto con 280 km da Siena. Ciò ha comportato una media di 18 km al giorno per arrivare a fine tappa, per 11 giorni. Un impegno grande, il fisico ne risente e anche la mente. Incide, molto, anche l’attrezzatura. Lo zaino è fondamentale, io ne avevo uno di circa 30litri e ho fatto i salti mortali per cercare di portare l’indispensabile senza appesantirmi. Quelli che si vedono anche sul web che compiono le grandi imprese, spesso non mostrano uno zaino adatto e indossano spesso abiti diversi… ciò significa che sono accompagnati durante l’evento e non portano il peso su di sé. Avere una ventina di chili da portare di tappa in tappa non è semplice. Il senso di sfida è anche quello, camminare tanti chilometri in condizioni non sempre ottimali e con un peso che ogni giorno si fa sentire sempre di più. Una sfida importante, in cui la seconda volta sono partito da più lontano e spero di compierla una terza volta partendo da ancora più lontano, perché la sfida deve crescere altrimenti sarà solo un ripetere qualcosa già fatto.”

Quanto tempo prima hai iniziato a progettare il tutto?

“Il pensiero di farla è nato subito dopo aver fatto lo scorso anno Montefiascone – Roma. Lì per lì, si pensa di partire e basta, ma si deve organizzare bene. Tra settembre e ottobre ho iniziato a organizzarmi sulla lunghezza delle tappe e sugli ostelli dove appoggiarmi, perché il vero pellegrino soggiorna in ostelli. Certo, questo anno non ho potuto per ovvie cause. La via Francigena va organizzata prima, non tanto per le prenotazioni degli ostelli, che spesso accettano solo prenotazioni dal giorno prima al giorno dopo, ma per la mente e le cose da portare con sé a seconda della stagione. Ci sono spese da affrontare per abbigliamento, scarpe e altro, spese da programmare. Come anche fare il preventivo delle spese quotidiane, che va dai 40 ai 70 euro al massimo,contando ostello e pasti. Quindi si deve risparmiare, organizzarsi perle ferie in caso si lavori e allenarsi molto fisicamente.”

Parlaci di cosa è per te camminare lungo quella strada e soffermarsi in determinati posti carichi di storia

“Diciamo che laVia Francigena è uno scoprire una Italia diversa, spesso fuori dal turismo di massa, salvo pochi casi in cui si passa in posti noti, come San Gimignano o Lucca. La maggior parte sono piccoli borghi, piccole frazioni spesso difficilmente raggiungibili o comunque il classico luogo da turismo mordi e fuggi. Alcuni nemmeno questo. La prima tappa, ad esempio mi ha portato in un borgo piccolissimo. Ma il bello è questo, scoprire una realtà che spesso non ci appartiene. Si entra in un paesino diverso, nella sua routine, nelle sue botteghe. E’ splendido, perché si vedono paesi pieni di storia, come San Quirico D’orcia, Viterbo, Sutri che è un gioiello dimenticato da tutti. Ma anche Radicofani, da lassu si vede un panorama inarrivabile, in alcuni momenti ho camminato in terre sienesi con l’infinito a perdita d’occhio. Sono emozioni splendide che una foto o un video non rendono. Lo ripeterò sempre, bisogna farla soprattutto perché non è il classico viaggio da turista e si viene accolti in modo diverso. Io, da viaggiatore solitario, ho vissuto una esperienza splendida.”

Durante questa esperienza si trascorre molto tempo da soli, hai incontrato altri pellegrini? Cosa avete condiviso e cosa ti hanno lasciato?

“Il pellegrinaggio si fa o da soli per ritrovare se stessi, io staccavo anche la connessione dati al telefono. Camminando si trovano magari contadini che ti salutano e basta. Il primo giorno si pensa che magari si deve tornare indietro, ma dal terzo in poi si vorrebbe non finire mai. Si ritrova la propria dimensione durante la giornata. Il bello dell’essere soli è essere isolati dal mondo, salvo la sera quando ci si ferma e ci si connette per magari caricare le foto e cose del genere. In gruppo è diverso, non si ha tutto questo. Ad esempio quando si è da soli in un bosco, la natura continua a fare ciò che fa; mentre in più persone il bosco “ti sente” e si premunisce. Certo, in gruppo ci si aiuta di più è più facile fare chilometri ma secondo me non si ha la libertà del solitario o al massimo due persone.

Ho incrociato poche persone, sapevo che a piedi eravamo pochi mentre in bicicletta sono passati tanti pellegrini. Ho incontrato una persona che è partita dalla Germania, alcuni da Vercelli e una persona, di cui non so il nome, senza la quale non sarei arrivato a Radicofani. Io lì ho vissuto momenti difficili a causa del meteo e lui, pur andando al doppio di me, mi ha visto dopo la buriana che ero distrutto psicologicamente, e mi ha accompagnato a pochi km da Radicofani. E’ stato fondamentale.”

Una tappa preferita c’è stata?

“La tappe preferita è quella da Vetralla a Sutri. Ma le tappe sono tutte belle. E’ bella la tappa da Siena a Ponte d0abbia, che ha un orizzonte favoloso, ma ha un arrivo in una frazione piccolissima. La seconda più bella è quella da Ponte d’Abbia a San Quirico, non è al primo posto perché anche se è bella e si passa tra i vigneti, si arriva in un bel paesino medievale con un favoloso centro storico, ma non ha un grande panorama. Da Vetralla a Sutri vi sono boschi centenari, le torri di Orlando che spuntano d’improvviso, una natura splendida con boschi, noccioleti, silenzio… mi commuovo a ripensarci! Poi Sutri, con un viaggio nella foresta e ponti sul fiumiciattolo… è una tappa bellissima. Ma tutte le tappe hanno un qualcosa che ti lasciano.”

Diverse città, diverse regioni. Quali sono i tratti che hanno in comune e quali sono diversi per le popolazioni che abitano lungo la via Francigena?

“Quello che cambia è il parlato. In Toscana si sente sienese, poi aretino e entrando nel Lazio si sente la cadenza romana, il modo di parlare diverso. Più si va verso il sud e più la gente è ospitale. Non vuol dire che in Toscana non lo sono.”

Ci sono stati momenti in cui hai pensato di abbandonare tutto?

“Purtroppo si. E non sono stati legati ad un fatto di non farcela o avere dolori. La preparazione c’è stata, forse ho sbagliato qualcosa perché ho avuto dolori al ginocchio sinistro fino a Roma. Ma l’unico vero momento in cui ho detto basta è stato dopo la tempesta di fulmini e di acqua sulle colline prima di Radicofani. Ero partito alle 4 del mattino per evitare la tempesta, peccato che la tempesta avesse altri programmi su di me. Le creste senesi sono come tante uova una separata dall’altra e io mi sono trovato nel nulla, nemmeno un albero o un muretto per chilometri, ero io la cosa più alta, durante una bomba d’acqua durante la quale è giunto il vento in orizzontale e l’acqua a secchiate. Il sentiero è diventato un fiume di fango e sono iniziati i fulmini. Lì ho avuto paura di morire e di non vedere più i miei cari e non sto scherzando. Mi sono inginocchiato comprendoni col mantello e ho sperato che tutto passasse. Sono vivo, ringraziando Dio. Si vede non era ancora giunto il mio momento, forse devo fare ancora qualcosa di utile al mondo. Alla fine, quando sono ripartito nel fango, senza utilizzare le bacchette, ho trovato un rudere fuori al cammino in cui potevo avere i piedi all’asciutto e ho chiamato i miei cari per sentirli almeno una ultima volta. E lì volevo smettere. Avevo soldi contanti dietro e mi ero detto di abbandonare, fermando il primo che passava su una strada chiedendo di portarmi alla stazione più vicina. Non passò nessuna auto, ma un uomo di cui non so il nome, come ho detto, ma so che è di Vicenza e che di fatto ha capito quanto ero disperato e mi ha portato fino a Radicofani. La sera ero ancora terrorizzato e con dolori dappertutto. La mattina, ammetto, non volevo partire, ma sono partito perché lì non vi era molto per poter lasciare il posto, nemmeno un autobus la domenica. Sono contento di aver tenuto duro e questa esperienza mi ha segnato molto.”

Apriamo una parentesi sul Covid19. Come è stato organizzare un percorso con la consapevolezza dei protocolli da rispettare? Sei sempre stato connesso con amici e familiari, cosa pensavi leggendo le notizie legate all’epidemia?

“Sono sempre stato connesso perché la sera, riattaccando la connessione al cellulare, controllavo le notizie riguardo i contagiati e le eventuali nuove regole emanate. Anzi avevo detto ai miei di chiamarmi subito se vi fossero stati nuovi DPCM perché non volevo ritrovarmi bloccato in una altra Regione. Io sono partito ad inizio ottobre in un momento più calmo, poi la situazione è peggiorata e negli ultimi giorni mi sono un po’ preoccupato. Ero sempre a corrente di tutto e un po’ in pensiero.

Tutte le strutture che ho trovato, devo dire, erano organizzate per il Covid19. Sanificazione e servizi di pulizia tutto a norma, in alberghi e case private. Certo, il pellegrino dovrebbe andare in ostelli e recarsi in altre strutture solo se non si trova posto. Ciò in condizioni normali, ma causa covid le strutture erano decimate. Nell’elenco ufficiale vi erano strutture già indicate chiuse e ciò ha limitato i posti disponibili. Ma la mia paura era anche quella di condividere la stanza con tante persone. Ho notato che vi è una grande attenzione da parte delle strutture, con kit di disinfettante anche nelle docce e bagni. Il vero problema era la prenotazione che non si può fare sempre dove si vuole e spesso si hanno spese in più. Personalmente ho sempre rispettato gli altri, indossando sempre la mascherina tranne durante i pasti. Devo dire che non tutti mi hanno preso la temperatura e non tutti i miei dati.”

Raccontaci l’emozione di giungere a Roma

“Beh, quando si arriva alle porte di Roma, si è in un bosco e sbuca d’improvviso il Cupolone e ciò è emozionante. Si segue una strada che viene quasi in automatico da seguire, si entra come in estasi e si arriva a vedere il colonnato dopo aver camminato senza fermarsi. Attraversare la Piazza e vedere la Basilica di San Pietro emoziona davvero e ci si rende conto di cosa aver fatto per arrivarci. Fare 280 km, attraversare due regioni e vivere tante esperienze è emozione pura e si piange, si tocca terra e si piange. Mi emoziono al solo pensiero. Vi è un lato triste perché si è consapevoli che è tutto finito, per questo dico che non bisogna mai finire un cammino senza avere già in mente il prossimo cammino.”

Si dice che il Cammino cambi la vita, è davvero così?

“Sì. Un diacono che mi diede la benedizione del pellegrino mi chiese “perché fai la Francigena”, io gli risposi “Per diventare una persona migliore”, lui sorrise e mi disse “Ricordati che non è importante la meta, l’importante è il viaggio e come tu arrivi alla meta. Se anche una minima parte di te è cambiata vuol dire che il pellegrinaggio ha avuto successo”. Io posso dire sì, la Francigena cambia la vita, fa scoprire se stessi. Ecco perché la consiglio a tutti, perché fino a che non la si prova non si capisce. Sono contento di averla fatta, anche se il momento storico non è dei migliori. Fosse per me, ripartirei anche ora.”

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