Matteo, figlio di Silvio e Leopolda

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Passare dal sostegno di un governo composto prevalentemente da avversari vecchi e nuovi all’uscita dal tuo partito, quello di cui sei stato segretario dal quarantun per cento alle europee e causa della storica fuoriuscita rottamante delle principali cariatidi veterocomuniste mentre eri anche Presidente del Consiglio dei Ministri, è roba da statisti di ampio respiro.

Matteo Renzi non riuscirà certo a convincere uno come me con la storiella della nobile strategia sul bene del Paese che ha adottato nel far finta di digerire il voto favorevole all’alleanza PD – Cinquestelle (ci vuole ben altro); ma sulla finezza del suo modo sorprendente di rientrare improvvisamente in scena, portando nel suo nuovo partito un folto drappello -anche trasversale- di parlamentari, c’è decisamente ben poco di cui discutere.

Che Vi piaccia o no, l’ex Sindaco di Firenze rappresenta oggi l’unica entità politica degna di far parlare di sé, facendo del trasformismo un valore aggiunto utile a confortare la tesi che, specie se ci sai fare, il fine giustifica i mezzi. E il cinque per cento che attualmente, senza neppure presentarne il simbolo, “Italia Viva” ha ottenuto dai primi sondaggi di tutti i principali soggetti demoscopici, sta a dimostrare la credibilità di un modo di porsi che seppur condito dalla presunzione innata del suo leader, è il dato più rilevante agli occhi della gente, ancora pronta in barba alle critiche di un recente passato a riportarlo in auge.
Personalmente non dimentico la serie infinita di cazzate e atti di superbia che hanno portato Renzi alla sconfitta del referendum costituzionale e alle conseguenti dimissioni da premier; così come è facile tornare indietro di pochi mesi per scoprire la sua ormai celebre intervista in cui affermava che “è necessario dare tregua agli italiani, perché non è possibile continuare a creare un nuovo partito ogni qualvolta c’è un problema da risolvere, per poi lasciarlo irrisolto”.

Naturalmente è da stupidi non prendere atto che la sua capacità di persuasione è evidente almeno quanto la memoria corta dell’italiano medio, ma la combinazione di tempi e modi utilizzata per la sua scelta partitica autonomista, un attimo dopo la fiducia al Conte-bis e due giorni prima dell’inizio della “Leopolda”, rende pur vero tutto e il contrario di tutto ma non riesce a demolire, al pari degli interventi dei suoi immancabili detrattori, un momento di nuova gloria destinato a durare a lungo e non solo per il suo nuovo ruolo di autentica, insostituibile stampella del nuovo esecutivo nazionale.
Viene spontaneo chiedersi chi sia il regista di questo quarantenne che, nel bene o nel male, in meno di un decennio, si è posto con forza, tra alti e bassi, fra i personaggi di spicco della politica italiana e che oggi è riuscito a tornare in auge contro ogni previsione, almeno cronologica, ostentando il ruolo di novello salvatore della patria. I più cattivi lo hanno sempre definito “il figlio di Berlusconi” e di certo non solo per le sue iniziative e dichiarazioni tutt’altro che di sinistra; e oggi più che mai, malignano sul fatto che proprio l’ex Cavaliere sarebbe pronto, con Forza Italia, a tenergli bordone in virtù di un ben preciso accordo a tavolino, non avendo mai nascosto la sua estrema simpatia e stima nei suoi confronti. Mentre scrivo, sono tanti i deputati e i senatori, tra i quali molti insospettabili e anche di centrodestra, che stanno tenendo in considerazione piuttosto seriamente l’ipotesi di passare con Renzi e rimpolparne ulteriormente la squadra.

E se vogliamo, questo diventa ancor più sorprendente per quanto dichiarato l’altra sera a “Porta a Porta”, laddove Renzi ha chiarito (a meno dell’ennesimo cambio di rotta in corsa) che non intende partecipare né alle regionali né alle comunali e, di conseguenza, non offrirà la possibilità concreta per i soliti transfughi opportunisti di entrare nell’ennesima nuova casa in occasione di ormai imminenti appuntamenti elettorali. Intanto, la “Leopolda 2019” è in corso e siamo tutti curiosi, al di là di ogni ragionevole dubbio, sulla consistenza della “visione di futuro” (la cui mancanza è stata la motivazione ufficiale dell’uscita di Renzi dal PD) che ne verrà fuori, nella speranza che la sua stessa genesi riesca a spingersi oltre il semplice laboratorio di idee per giovani inesperti ma ansiosi di entrare nel “bottone” e l’insieme di linee guida all’insegna del novello femminismo politico.

Intanto, notizia dell’ultim’ora da Corriere.it, “Alberto Bianchi, il presidente della Fondazione Open che faceva capo a Matteo Renzi, è indagato dalla procura di Firenze per traffico d’influenze. La Guardia di Finanza ha perquisito il suo studio due giorni fa sequestrando i bilanci e l’elenco dei finanziatori… Open ha finanziato la Leopolda ed è stata chiusa un anno fa. Dalle donazioni – quelle del finanziere Davide Serra (quasi 300 mila euro in tutto tra lui e la moglie), della British american tobacco (110 mila euro) o dell’armatore Vincenzo Onorato (oltre 150 mila euro), fino ai micro bonifici via PayPal – la fondazione Open ha raccolto in sei anni circa 6,7 milioni di euro. Un anno fa è stata chiusa e adesso c’è l’indagine che dovrà accertare se attraverso questi rapporti Bianchi possa aver influenzato affari”. Chiamala, se vuoi, giustizia a orologeria, o forse semplicemente un chiaro segnale di avvertimento, o forse una semplice casualità. Del resto, per un figlio illegittimo, politicamente parlando, di Berlusconi, ancorché figlio naturale della Leopolda, anche questo potrebbe essere considerato inevitabile.
Viva l’Italia, viva la Leopolda! Chi vivrà vedrà. Vero, Matteo?

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