domenica, Gennaio 25, 2026

Ma di quale patriarcatostiamo parlando?

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Michele Cacciuttolo | Ogni giorno, nei talk show e nei dibattiti pubblici, si discute del patriarcato come causa di molte storture sociali, prima fra tutte il femminicidio. Un fenomeno ormai emergenziale, che mina alla base la convivenza civile e che, nonostante la presenza di strumenti legislativi e culturali per contrastarlo, continua a manifestarsi con drammatica frequenza.
È evidente che serva fare di più, ma senza addentrarsi in soluzioni complesse o tecnicismi riservati agli esperti, conviene forse interrogarsi sul contesto storico e culturale che ha portato alla costruzione delle società patriarcali. Perché, prima di parlare di patriarcato, dovremmo chiederci: da dove nasce? Quando ha avuto inizio?

Secondo numerosi studiosi, il passaggio da società matriarcali o paritarie a quelle patriarcali e guerriere rappresenta una svolta cruciale nella storia dell’umanità. Alcuni collocano questo cambiamento attorno al periodo della guerra di Troia, datata intorno al 1100 a.C. Non solo un conflitto epico tra Achei e Troiani, ma forse anche uno spartiacque culturale: da una società che riconosceva pari dignità alla donna – come quella troiana – a una dominata dalla forza maschile e dal potere militare.

A sostegno di questa tesi, il libro di Mirella Santamato, “Quando Troia era solo un nome di città”, approfondisce il ruolo della donna nella cultura troiana, in netto contrasto con quella achea-micenea. La vittoria degli Achei non fu solo militare, ma anche simbolica: da lì prese forma un modello di società patriarcale destinato a durare secoli.

Eppure, parallelamente, esistevano civiltà che conservavano un’organizzazione matriarcale o quantomeno equilibrata. I cosiddetti “popoli del mare” – come Fenici, Etruschi, Lidi – svilupparono culture marinare in cui spesso le donne detenevano un ruolo centrale. La spiegazione potrebbe risiedere nella natura stessa della vita marinara: con gli uomini spesso lontani per lunghi periodi, era la donna a gestire la famiglia, l’economia domestica e le decisioni quotidiane.
Anche la letteratura antica offre testimonianze di queste dinamiche. Nell’Odissea, quando Ulisse naufraga sull’isola dei Feaci (probabilmente l’attuale Ischia), è la regina Arete – e non il re Alcinoo – a decidere del suo destino. Una scena emblematica di un’organizzazione sociale in cui il potere femminile è riconosciuto e rispettato.

Questo retaggio matriarcale è ancora visibile in molte comunità marinare italiane, come quelle di Procida, Ischia o Sorrento. Qui, le donne non solo gestiscono la casa, ma si occupano della burocrazia, prendono decisioni economiche, curano l’educazione dei figli. Anche nelle famiglie in cui l’uomo è comandante o marinaio, è frequente sentire dire: “Devo chiedere a mia moglie” prima di prendere una decisione importante.

Al contrario, nelle società più legate alla terra, dove l’uomo è presente e radicato nella dimensione domestica, il patriarcato si è consolidato con maggiore forza. Qui la figura maschile tende a imporsi come autorità, e quando la donna si ribella o sceglie di separarsi, può essere vista – ancora oggi – come una proprietà da cui non ci si può separare: un’idea arcaica che, nei casi più estremi, sfocia in tragedia.

Nonostante secoli di subordinazione, la donna ha saputo trovare il proprio spazio, spesso in modo sottile ma efficace. Emblematico è l’episodio del film “Il mio grosso grasso matrimonio greco”, dove la madre e la zia della protagonista riescono a convincere il padre a permettere alla figlia di andare all’università, facendogli credere che sia stata una sua decisione. Un esempio ironico ma realistico di come l’intelligenza femminile abbia spesso aggirato le rigidità del patriarcato.

Le religioni monoteiste, in particolare quella cattolica, hanno spesso rafforzato il dominio maschile, relegando la donna a ruoli marginali o simbolici: madre, cortigiana, sottomessa, quando non del tutto invisibile. La storia è piena di figure femminili perseguitate per la loro indipendenza o intelligenza: da Ipazia a Giovanna d’Arco, fino a tante altre donne dimenticate.
Eppure, esistono e sono esistite società matrilineari – dove la discendenza è trasmessa per via femminile – e matrilocali, dove l’uomo si trasferisce nella famiglia della moglie. In queste società, spesso il culto era rivolto a una dea madre e il potere spirituale era affidato a sacerdotesse.

Questi modelli non sono scomparsi. In Cina, i Mosuo vivono ancora secondo regole matriarcali, dove il “marito” è un visitatore notturno e la gestione della casa è tutta femminile. In Indonesia, i Minangkabau rappresentano la più grande società matrilineare contemporanea, dove la proprietà è esclusivamente delle donne. In Nord America, presso gli Irochesi, erano le donne a scegliere i capi di guerra.
E oggi? I numeri parlano chiaro: nelle università italiane, il 60% degli iscritti è donna. Le cariche apicali in istituzioni come la BCE, l’Unione Europea e anche il governo italiano sono sempre più spesso occupate da donne. Forse non siamo ancora una società matriarcale, ma ci stiamo avvicinando a un nuovo equilibrio.
Forse, un giorno, non parleremo più di “quote rosa”, ma di una naturale parità. E forse, allora, ci chiederemo: ma di quale patriarcato parlavamo?

  • Articolo realizzato dalla Redazione Web de Il Dispari Quotidiano. La redazione si occupa dell'analisi e della pubblicazione fedele degli atti e dei documenti ufficiali, garantendo un'informazione precisa, imparziale e trasparente. Ogni contenuto viene riportato senza interpretazioni o valutazioni personali, nel rispetto dell’integrità delle fonti e della veridicità dei fatti.

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