Lo scontro di Lacco Ameno è stato già affrontato dal Consiglio di Stato: il caso di Capoliveri

Il candidato sindaco risultato perdente al ballottaggio per una esatta parità, come è accaduto tra Pascale e De Siano, lamentava che al primo turno gli erano stati sottratti 4 voti dichiarati nulli dai presidenti di sezione. Preferenze recuperate dai giudici amministrativi che hanno cassato la sentenza del Tar che di fatto aveva confermato l’elezione del candidato risultato più votato al ballottaggio. Tutte le schede contestate sono state esaminate ad una ad una ed è prevalsa la giurisprudenza dei massimi giudici di legittimità della giustizia amministrativa

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Paolo Mosè | Il 9 luglio scorso il Consiglio di Stato ha dipanato definitivamente un contenzioso analogo che oggi vede contrapposti i due candidati a sindaco di Lacco Ameno, Giacomo Pascale e Domenico De Siano. Con il ricorso presentato dal senatore della Repubblica al Tar, in cui le parti dovranno confrontarsi per dipanare soprattutto se sono stati annullati dei voti che se assegnati, avrebbero consentito al De Siano, per il rotto della cuffia, di ritornare in sella quale primo cittadino. Il Consiglio di Stato in questo caso ha ribaltato una sentenza del Tar Toscana che aveva rigettato il ricorso presentato dal candidato sindaco sconfitto al ballottaggio, ritenendo che le lamentele per i voti alla sua lista annullati non fossero giustificate e che in tal modo erano stati penalizzati quei cittadini elettori che avevano scelto quel candidato a sindaco. Quella sentenza di primo grado è stata completamente ribaltata e quindi il sindaco non è più il candidato che l’aveva spuntata al ballottaggio, ma lo “sconfitto”, che si era visto assegnare quattro voti che allo scrutinio erano stati dichiarati nulli, o perché viziati per una serie di segni che potevano consentire l’identificazione dell’elettore.

Stiamo parlando del Comune di Capoliveri, una cittadina che guarda caso si trova sull’Isola d’Elba. Un comune al di sotto dei 5.000 abitanti. Analogia con quello di Lacco Ameno. Che cosa era accaduto in questa disputa elettorale molto infuocata, con una spaccatura del paese? Tant’è vero che gli elettori si sono divisi per l’uno o per l’altro candidato. Al primo turno entrambi i candidati avevano conseguito 1.148 voti. E come nel caso di Lacco Ameno, come prescrive la legge il Ministero dell’Interno ne ha ordinato il ballottaggio. Alla fine gli elettori hanno scelto, eleggendo sindaco Andrea Gelsi con 1.227 voti, mentre l’altro candidato, Walter Montagna, ha ottenuto 1.206. Il primo capeggiava la lista “Competenze e valori per Capoliveri” e l’altro “Capoliveri bene comune”.

SENTENZA CHE FA GIURISPRUDENZA

Nel ricorso dello sconfitto si segnalava l’illegittimità dell’annullamento di almeno sette schede, che se attribuite avrebbero di fatto evitato il ballottaggio e modificato la scelta del sindaco con la proclamazione del Montagna. Come poi è avvenuto sulla sentenza depositata nel luglio scorso da parte del Consiglio di Stato. Consiglio di Stato che ha ritenuto di non condividere appieno le argomentazioni del Tribunale amministrativo regionale nella complessa valutazione dei voti espressi, sulle cui modalità si è fortemente dibattuto in sede processuale. Avendo le parti valutato con argomentazioni diverse le singole decisioni per ogni scheda e il voto finale complessivo. Spiegando altresì che in una sezione, in particolare (forse in stretta similitudine con quanto è accaduto a Lacco Ameno), nel conteggio vi sarebbe stato un errore del numero dei votanti e tale errore avrebbe determinato la mancanza di una scheda e quindi di un voto. Già questo bastava per inficiare l’intera competizione. Poi vi erano soprattutto delle schede, sulla esatta interpretazione della volontà dell’elettore, che i presidenti hanno ritenuto nulle. Solo su un punto Tar e Consiglio di Stato sono stati d’accordo, è sull’annullamento di quelle schede che hanno possibilità di identificazione dell’elettore. Per aver apposto alcune parole che la legge non consente.

Il Tar ha comunque svolto un’istruttoria molto complessa esaminando le schede di quelle sezioni dove maggiormente si è poggiato il ricorso, che sono state poi ritenute nulle. Sul punto è stata richiamata la famosa legge elettorale del ’60, e precisamente i D.P.R. n. 570. Ma ciò che il Consiglio di Stato ha esaminato, in particolare, è la differenza che esiste tra i comuni al di sotto dei 5.000 abitanti, la cui elezione del sindaco avviene anche per un solo voto di scarto, e quelli che superano abbondantemente i 15.000 abitanti. Chi non raggiunge il 50 più uno si ritrova a scendere nuovamente in campo per il ballottaggio con l’altro candidato che ha ricevuto il consenso maggiore rispetto a tutti gli altri. Una situazione molto simile e questa sentenza ovviamente fa giurisprudenza e sarà tema di dibattito tra le parti in causa ed il Tribunale regionale amministrativo della Campania dovrà tenerne conto. Soprattutto nelle motivazioni, che possono essere simili a ciò che è accaduto nel comune di Capoliveri con l’elezione sanguinaria di Lacco Ameno.

LE SCHEDE CONTESTATE

Scrive il Consiglio di Stato: «Ritiene il collegio, ciò premesso, che abbia efficacia decisiva, con assorbimento di tutte le restanti questioni di censura – del ricorso – con cui gli odierni appellanti lamentano che sia stato sottratto alla loro lista il voto espresso dall’elettore nella sezione 2 con croce apposta sul simbolo della lista 1 e preferenza assegnata al candidato della medesima lista 1, Bellissimo, sia nel riquadro della lista 1 che nel riquadro della lista 2 sia i tre voti, sempre nella sezione 2, nei quali l’elettore ha tracciato una croce sul simbolo della lista 1 ed espresso le preferenze per i candidati della lista 2».

Un qualcosa di molto complicato, visto i tracciati di ogni elettore apposti sulle varie liste, che molto probabilmente hanno creato non pochi dubbi sull’assegnazione. Una prima bacchettata dei massimi giudici amministrativi arriva per il collegio del Tar sull’analisi attenta di questi pochi voti che sono risultati determinanti per l’elezione di un sindaco diverso rispetto al risultato del ballottaggio: «Quanto al primo dei quattro voti in questione il ragionamento del primo giudice è palesemente errato perché la legge prevede che siano inefficaci le preferenze espresse in uno spazio diverso da quello affianco del contrassegno votato, che si riferiscono a candidati della lista votata. Nel caso di specie la scheda, lungi dal palesare qualsivoglia segno di riconoscimento, ha solo inteso esprimere due volte la medesima preferenza per il candidato della lista votata non solo nell’apposito riquadro della lista, ma anche in quello dell’altra lista, con la conseguenza che è inefficace il voto di preferenza, peraltro pacificamente riconducibile comunque alla lista 1 e “doppiato” per mero errore, anche nel riquadro della lista 2, ciò che rende inefficace ai sensi di legge la preferenza per il candidato della lista 1 stante l’incertezza del doppio voto di preferenza espresso anche nel riquadro della lista 2, ma non certamente nullo il voto chiaramente espresso per la lista 1 senza che detto errore manifesti incertezza nell’attribuzione del voto alla lista 1 o integri in alcun modo volontà, da parte dell’elettore di farsi riconoscere».

BACCHETTATO IL TAR

L’altra questione è sulle rimanenti schede che sono risultate determinanti e sulla quale i giudici del Consiglio di Stato si sono dovuti soffermare per dare risposte al sindaco risultato sconfitto al ballottaggio e a coloro che lo hanno sostenuto per la composizione del Consiglio comunale: «Con riferimento alle tre schede elettorali, nella sezione 2, nelle quali l’elettore ha tracciato la croce sul simbolo della lista 1 ed espresso le preferenze per i candidati della lista 2, deve trovare applicazione pacifica, consolidata giurisprudenza di questo Consiglio, secondo cui nei comuni fino a 15.000 abitanti ai sensi dell’art. 57 comma 7 DPR 570/60 espressivo del principio del principio del favor voti, il voto di lista rimane salvo, mentre è inefficace soltanto la preferenza espressa per il candidato di altra lista. Del tutto apodittico, e contrastante con le chiare previsioni della legge, è l’assunto del primo giudice (del Tar, ndr) secondo cui nei comuni con popolazione inferiore a 5.000 abitanti l’elettore attribuirebbe maggiore importanza al voto di preferenza, in quanto diretto al candidato con una spiccata connotazione personalistica, con la conseguenza che sarebbe interamente nulla la scheda nella quale l’elettore, dopo aver contrassegnato la lista 1, ha espresso la preferenza per i candidati della lista 2».

Un ragionamento che non trova d’accordo i massimi giudici amministrativi, che con le loro sentenze tracciano le linee guida giurisprudenziali. Richiamando altresì altre pronunce che vanno nella stessa direzione della scelta di accogliere questa interpretazione e di ribaltare la sentenza di primo grado: «Al contrario, proprio nei comuni più piccoli, dove è vietato il voto disgiunto, rileva il voto di lista, manifestando esso la consapevolezza, da parte dell’elettore, di volere preferire una certa compagine politica, rispetto alla quale le preferenze assegnate ai singoli perdono di rilievo. Questo Consiglio ha già avuto modo di precisare in numerose pronunce che nei comuni fino a 15.000 abitanti il decreto legislativo 267 del 2000, che consente a ciascun elettore di votare per un candidato alla carica di sindaco segnando il relativo contrassegno, ha introdotto un nuovo sistema elettorale maggioritario che, più che in passato, è finalizzato alla attribuzione di stabilità di governo all’Ente locale e induce l’elettore a ponderare la scelta della forza politica cui affidare l’amministrazione dell’Ente stesso».

PREVALE IL VOTO ALLA LISTA

Quindi prevale senza dubbio la volontà della scelta del sindaco rispetto a tutti gli altri segni che potrebbero comparire sulla scheda: «Pertanto, è, in detti comuni, da ritenere sempre valido il voto con cui l’elettore indichi senza dubbio il candidato sindaco prescelto ed il di lui contrassegno, perché ciò inequivocabilmente lascia individuare la forza politica a cui esso si riferisce, anche nel caso in cui l’elettore dopo aver votato per il candidato sindaco e per la lista a lui collegata, esprima pure una preferenza per un candidato consigliere appartenente ad una lista non collegata, mentre il voto a quest’ultimo è nullo, per l’evidente ragione di non poter legittimamente considerare sullo stesso piano giuridico i due tipi di voto».

E conclude il Consiglio di Stato con una sentenza che ha ribaltato totalmente il giudizio popolare emerso con il ballottaggio: «Discende da quanto statuito che, in parziale riforma della sentenza impugnata, debbano essere corretti i risultati del turno elettorale delle elezioni amministrative svoltesi il 26 maggio del 2019 nel comune di Capoliveri: lista n. 1 ha riportato n. 1.152 voti validi (1.148 + 4); lista n. 2 ha riportato 1.148 voti validi. La lista n. 1, quindi, deve essere dichiarata vincitrice delle elezioni amministrative del comune di Capoliveri e Walter Montagna deve essere dichiarato eletto alla carica di sindaco…» e di conseguenza è cambiato sostanzialmente anche il quadro dei consiglieri eletti rispetto al risultato del ballottaggio. Chi è stato sindaco per un anno e due mesi ha dovuto togliersi la fascia tricolore per riconsegnarla all’avversario, che è riuscito a far valere le proprie ragioni e questo comune isolano si ritrova con un sindaco che l’ha spuntata per quattro voti. Gli stessi che lamenta il De Siano, che ritiene gli siano stati tolti senza una palese giustificazione.

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