martedì, Maggio 18, 2021

L’Iraq di Papa Francesco, la testimonianza di Arturo Anastasio

In primo piano

Arturo Anastasio* | L’anno 2021 verrà ricordato non solo per l’estenuante lotta contro il virus Covid-19, ma anche per un altro rilevante evento storico: il viaggio apostolico di Papa Francesco in terra irachena.

La pandemia ha bloccato moltissime attività e anche lo Stato Vaticano non è stato risparmiato. La chiusura degli uffici e il ridimensionamento delle pubbliche relazioni hanno di fatto annullato qualsiasi viaggio del Pontefice. Questo rallentamento forzato ha consentito la minuziosa e lenta pianificazione di uno tra i viaggi più complessi e delicati, fatti fino ad ora da Francesco. Solo pochi giorni fa, l’Iraq, appariva come una terra “proibita” e un territorio inaccessibile da parte della Chiesa Cattolica. Una terra martoriata, devastata dove i diritti umani erano inesistenti e l’unica attività ludica dei bambini fosse giocare con le armi e imparare dai deliri degli adulti il disprezzo della vita propria e altrui nel nome del fanatismo e di una realtà ultraterrena nella quale venivano promesse illusioni di felicità.

Nell’attesissima conferenza stampa tenuta durante il volo di ritorno, Francesco ha dichiarato che questo viaggio è stato per lui il più intenso e faticoso compiuto fino ad ora. Tre giorni vissuti e gestiti con grandissima diplomazia e umiltà che hanno conquistato tutti: Cattolici e non.

Francesco voleva a tutti i costi mettere piede in Medio Oriente perché aveva capito che forse era il momento storico migliore, nonostante le tensioni interne nel Paese e in quelli confinanti. E allora, via. L’eccellente macchina organizzativa del Vaticano si è messa in moto mesi fa e ha iniziato una scrupolosa analisi logistica e di sicurezza. Nonostante ci fossero stati diversi attacchi kamikaze nel centro storico di Baghdad e risposte militari tra USA e Iraq pochi giorni prima della visita del Santo Padre, le condizioni per poter realizzare questo viaggio erano ancora fattibili per Francesco e per noi tecnici e giornalisti che lo accompagnavamo. La diffusione del virus ha ulteriormente complicato la logistica e per ridurre al minimo il rischio contagio, il Vaticano ha prontamente fatto vaccinare a gennaio il Papa e a febbraio tutti noi tecnici e giornalisti che partecipavamo al viaggio.

A bordo del volo papale di andata, Alitalia AZ4001, Francesco, come Sua consuetudine, ha salutato ognuno di noi, ascoltato e ricevuto pensieri dai presenti sempre con la disponibilità e l’entusiasmo che lo caratterizza pur rispettando le norme mondiali di Sanità che prevedono il divieto di strette di mano e contatti ravvicinati senza mascherina. Si è capito subito che questo viaggio apostolico non sarebbe stato come i precedenti. Francesco era visibilmente concentrato sui tre giorni intensissimi che lo attendevano, non tanto per il numero degli eventi organizzati (in altre occasioni erano maggiori), ma quanto per la delicatezza e la diplomazia degli stessi: era la prima volta che un Pontefice metteva piede in una terra dove guerre e diritti umani calpestati, erano all’ordine del giorno (e purtroppo in parte anche tutt’ora).

Dopo circa 4 ore il nostro volo, decollato  da Fiumicino alle 07:30, atterrava a Baghdad. La Storia era stata scritta. I primi a scendere dall’aereo siamo tutti noi della stampa per poter riprendere la discesa solitaria del Papa che si incontra con i vescovi locali e il Presidente iracheno. In quel momento nessuno di noi percepisce e comprende realmente cosa stia accedendo; i tempi ristrettissimi che ci sono concessi per motivi di sicurezza, non permettono di apprezzare a fondo quello che avviene davanti ai nostri occhi; tutti noi cameramen e giornalisti abbiamo un unico obiettivo: registrare tutto quello che sta avvenendo e inviare il materiale il prima possibile ai clienti e alle agenzie. Pochissimi minuti e via: controllo dell’elenco giornalisti da parte dei funzionari della sala stampa vaticana e poi tutti a bordo di sei bus privati con destinazione hotel che sarà la nostra casa per le successive tre notti. Mentre il Santo Padre prosegue in privato il primo incontro ufficiale con il Presidente iracheno, tutti noi nei pullman iniziamo a comprimere e selezionare immagini da inviare successivamente dal centro stampa allestito nel nostro hotel.

Durante il percorso dall’hangar presidenziale alla zona cosiddetta “verde” di Baghdad (zona sicura e presidiata della città), impossibile non notare lo sforzo immenso che questo Stato ha messo in campo per mantenere un livello di sicurezza elevatissimo durante la visita del Pontefice. Personalmente non ho mai avuto la percezione di sentirmi isolato o esposto a rischi. L’organizzazione militare dell’Iraq (immagino coadiuvata anche dalle Nazione Unite) ha svolto un lavoro impeccabile. La perenne scorta armata, in testa e in coda al corteo del pool papale, e la presenza agli angoli delle strade di cecchini e militari con carri armati, hanno tranquillizzato un po’ tutti, segno che questa visita del mondo cattolico era attesa con grande entusiasmo. Poca gente in strada a Baghdad. Evidentemente la sicurezza e il coronavirus hanno obbligato, anche qui, alla massima cautela, ma la vicinanza e l’attenzione dei Media, anche locali, erano in antitesi con quello che si vedeva: la visita del Papa era di importanza strategica sia per il Paese sia per la maggior parte del Medio Oriente. Ho visto il Presidente dell’Iraq, profondamente colpito da Francesco tanto da presenziare non solo nel primo e istituzionale incontro in aeroporto, ma anche in almeno altri due eventi segno che anche due Religioni profondamente differenti, possono e devono rispettarsi l’uno con l’altro poiché il fanatismo non è altro che una storpiatura di ideali e di frustrazioni personali che non hanno nulla a che vedere con le religioni.

La visita del Santo Padre alla Cattedrale siro-cattolica di Baghdad, dove il 31 ottobre 2010 vennero uccisi decine di fedeli, acquista un sapore di ulteriore rinascita: non c’è spazio per la violenza e per l’incontrollata devastazione. La Cattedrale, dopo quel tragico evento, è diventata un fortino, circondata da muri di cemento armato con murales di Francesco, sembra sia stata “abbracciata” per custodire i propri “figli”.

Dall’ostile territorio arido, assolato e sabbioso della Piana di Ur, Francesco lancia un messaggio di grande impatto di fratellanza: “Gli altri” devono trasformarsi in “Noi”. A pochi passi si trova la casa di Abramo, patriarca che parlò con Dio. Questo luogo benedetto ci riporta alle origini e alla nascita delle nostre religioni. Francesco diventa il “collante” tra i diversi “Credo”, segno che la voglia di conciliazione è forte e non è più tempo di lotte e violenza. La presenza di numerosi rappresentanti religiosi all’evento ne è la prova.

La missione di Francesco non finisce solo nei dintorni di Baghdad. Domenica 7 marzo sveglia per tutti noi, come ogni giorno, alle ore 03:30 (in Italia erano le 01:30 di notte) per ritirare in hotel il biglietto del volo interno Baghdad-Erbil; nell’attesa si vede in streaming il vincitore di Sanremo e poi colazione e partenza verso l’hangar presidenziale dell’aeroporto di Baghdad. Il Kurdistan iracheno è un tripudio di gente; qui il territorio, nonostante la devastazione dell’ISIS a Mosul e Qaraqosh, sembra meno ostile e sospettoso. La ricchezza del territorio e la varietà di vegetazione la rendono una zona profondamente diversa dal resto dell’Iraq. L’altopiano su cui sorge tutta l’area è evidentemente più clemente per quantità di acqua e umidità e la sensazione, percorrendo la strada dall’aeroporto di Erbil, è quella di trovarsi non più nel classico e desertico medio oriente.

Ma il clima metereologico non basta a rendere quest’area migliore del resto dell’Iraq. Qui la gente ha sofferto e soffre tutt’ora gli orrori del moderno olocausto che si è consumato solo pochissimi anni fa.

La tappa di Qaraqosh è stata a mio avviso tra le più toccanti di tutto il viaggio. La Chiesa dell’Immacolata, ricostruita dopo la distruzione del califfato, rappresenta uno dei simboli di rinascita di questo popolo che cerca di lasciare alle spalle un incubo dal quale pensava non si uscisse mai. Grazie agli aiuti internazionali e alla ACS (Aiuto alla Chiesa che Soffre), questo monumento cristiano è ritornato ad essere un punto di riferimento. Toccante e di grande impatto emotivo è stato osservare una parte del portico esterno distrutto, volutamente lasciato così, che ricorda gli orrori compiuti dall’ISIS; le colonne, i muri e il soffitto sono devastati dalle migliaia di colpi di proiettile che hanno ucciso centinaia di persone. Giustiziate perché cristiane. L’accoglienza per Francesco in Chiesa è stata uno giubilo. Nonostante le norme imposte anticovid, la gente è affluita a decine e centinaia per poter vedere il Santo Padre come per sincerarsi che non fosse un sogno. Per un attimo sembrava di rivivere in piccolo le Giornate mondiali della Gioventù. Le esperienze vissute da tante persone toccano nell’anima; in migliaia sono stati strappati dalle loro case e privati di tutto; restavano le proprie gambe per scappare dalla propria terra e rifugiarsi a decine di Km a Erbil. Questa gente nonostante abbia perso affetti, lavoro e ricchezza personale, conserva una dignità incredibile da cui tutti dovremmo imparare. In un precedente viaggio, che intrapresi nel 2015 proprio tra i campi di rifiugiati cristiani alle porte di Erbil, mi sconvolsero l’incredibile disponibilità e la generosità di questa gente. Gente che aveva perso tutto.

Il ritorno da ogni viaggio papale è un tassello di emozioni e ricchezza interiore che fanno riflettere e crescere. Durante la conferenza sul volo di rientro a Roma, il Papa ha ribadito la gioia di essere riuscito a realizzare un viaggio che era intimamente custodito nei suoi desideri da molto tempo. Il carisma e la sensibilità gli ha permesso di gettare i primi tasselli verso una futura e più concreta riconciliazione tra religioni diverse. L’età avanza e la stanchezza si fa più intensa come ha ribadito Francesco, ma la voglia di gettare le basi verso una maggiore serenità tra i popoli è ancora grande. L’anticipo di un prossimo viaggio nel Libano lo dimostra. Tutti noi siamo pronti a seguirti ovunque Caro Francesco perché è motivo di orgoglio essere con Te, noi testimoni della Storia, e Tu, Protagonista.

cameraman e corrispondente tecnico di Rome Reports

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