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Leonardo da Vinci ed Ischia, i link sono la Gioconda e Paolo Giovio

In esclusiva per il “Dispari” il giornalista, scrittore e storico italiano Angelo Paratico, che vive e lavora ad Hong Kong, ha scritto un articolo in cui spiega un interessante collegamento indiretto tra il grande Leonardo da Vinci e l’isola d’Ischia. Da rilevare che l’ultimo libro di Paratico, per ora edito in lingua inglese, è incentrato su una rivoluzionaria ipotesi relativa alla madre di Leonardo, che potrebbe essere stata una schiava cinese (“Leonardo Da Vinci. A Chinese scholar lost in Renaissance Italy”, Lascar Publishing).

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Angelo Paratico (in esclusiva per Il Dispari) |  Uno dei frammenti biografici relativi a Leonardo Da Vinci (1452-1519) più frequentemente studiati e citati – a parte le due edizioni delle “Vite” di Giorgio Vasari, del 1550 e del 1568 – è quello che ci è stato lasciato da Paolo Giovio (1486-1552), medico, storico, collezionista d’arte e vescovo di Nocera dei Pagani.
Pur nella sua brevità, lo scritto di Giovio è importantissimo perché, quando fu studente di medicina a Pavia, egli ebbe modo di conoscere Leonardo Da Vinci – a differenza del Vasari che non lo conobbe – per via dell’amicizia fra il proprio insegnante, il veronese Marcantonio Della Torre (1481-1511), e Leonardo. I due stavano collaborando alla stesura di un testo d’anatomia, ma il sodalizio fu interrotto quando Della Torre morì di peste.
Nel 1512 il Giovio passò a Padova e poi a Roma dove, a partire dal 1514, cominciò a praticare medicina e insegnare filosofia. Strinse una forte amicizia con il cardinal Giulio de’ Medici, nipote di papa Leone X e futuro papa con il nome di Clemente VII e, nel 1521, il Giovio fu inviato come legato papale nella sua città natale, Como, dove assistette impotente al suo saccheggio.
Nel 1523 il suo amico Giulio fu eletto papa e l’influenza del Giovio crebbe a dismisura. Nel 1527 lo troviamo al fianco del papa e di Benvenuto Cellini quando i lanzichenecchi, guidati dal conestabile Carlo di Borbone, devastarono Roma.
Il cosiddetto “Sacco di Roma” fu uno shock enorme che scosse tutta l’Europa. Dopo che la soldataglia carica di bottino si fu allontanata, Paolo Giovio ricevette il vescovado di Nocera dei Pagani, resosi vacante dalla morte del cardinale Domenico Iacobazzi. Lasciò subito Roma per andare a visitare la sua sede, ma la trovò devastata dalla guerra.
A sollevarlo dalla depressione giunse un invito da Vittoria Colonna, con la quale aveva corrisposto: la nobildonna gli chiedeva di andarla a trovare ad Ischia per recuperarvi la salute e il coraggio.
A Ischia Giovio restò parecchi mesi, decidendosi ad abbandonarla solo nell’autunno del 1528, chiamato a raggiungere il papa che era rientrato a Roma.
Mentre soggiornava sull’isola, Paolo Giovio sentì che con il Sacco di Roma il mondo era cambiato, e sentì il bisogno di lasciar traccia dei grandi uomini e delle grandi donne che aveva conosciuto. Così scrisse nel suo latino aulico dei frammenti biografici di uomini e donne di lettere, il “De viris et foeminis aetate nostra florentibus”.
Passò poi ai pittori e agli umoristi, ma questa parte non la completò. L’opera rimase incompiuta e fu pubblicata a Modena solo nel 1781 dal Tiraboschi, sotto il titolo di “Fragmentum Trium Dialogorum Pauli Jovii. Dialogum virium illustrium cui in calce sunt additae Vincii, Michelis Angelis, Raphaelis Urbinatis vitae”: ed è proprio qui che si trova la parte riguardante Leonardo Da Vinci.
Ad Ischia il Giovio si legò d’amicizia non solo con Vittoria Colonna, ma anche con Costanza d’Avalos, duchessa di Francavilla (1461-1541) e con Alfonso, marchese del Vasto.
Un ulteriore punto di contatto tra Ischia e Leonardo Da Vinci può essere visto proprio in Costanza D’Avalos la quale, secondo il grande studioso Adolfo Venturi, fondatore della disciplina universitaria di storia dell’arte in Italia, fu addirittura la modella di Leonardo per la Gioconda, che ora si può ammirare a Parigi, al museo del Louvre. Lisa Gherardini del Giocondo non avrebbe dunque nulla a che vedere con quel dipinto famosissimo, e questa è un’opinione condivisa da molti.
Questa suggestione fu fatta propria anche dal filosofo Benedetto Croce, che vi indagò sopra.
Il Venturi basò la propria ipotesi su di uno scritto lasciato dal poeta parmigiano Enea Irpino (?-1530) il quale, nel suo “Canzoniere”, scrisse d’un ritratto eseguito da Leonardo Da Vinci con una possibile allusione a Costanza D’Avalos, alla quale Enea Irpino era in effetti molto legato.
Il titolo di quel madrigale è “Mirand’il Vincio in sé Madonna ratto e Chiaro et gentil mio Vincio in van dipinge”. E dice che la dama venne ritratta sotto un velo nero: la Gioconda ha, appunto, un sottile velo nero posato sul capo.
Pochi oggi danno credito all’ipotesi del Venturi, anche se pure il Giovan Paolo Lomazzo, nel 1590, scrisse d’una “Leda ignuda e una Monna Lisa napoletana nella fontana di Bealao” (Fontainbleau) dove, in effetti, era conservata la Gioconda.

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