Le rondini di San Rocco

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N.N. | In un passato ormai lontano ebbi modo di praticare con alquanta frequenza Barano. Ricordo la generosità e l’affabilità dei suoi abitanti e la loro apertura mentale verso la bellezza e la cultura in genere. Quando mi fermavo al parcheggio in centro, il mio sguardo si perdeva a guardare l’orizzonte che spaziava alle spalle del medesimo e mi veniva da sorridere pensando che quel tramonto, che intanto ammiravo, lo avrei rivisto di nuovo, con un più intenso riverbero crepuscolare, molte ore più tardi nel fare ritorno a casa.

Scherzavo sovente con i miei nuovi amici proprio su questo e si divertivano a sentirmi parlare con spirito “patriottico” della mia Forio, in cui il sole declina molto più tardi annegando in un nastro di raggio verde, ed ospitali ormai accoglievano ben volentieri i miei motti di spirito e non guardavano più alla tipetta dal “sangue turco” se non in simpatia.

Lì in piazza avevo modo di incontrare altresì delle giovanili ed arzille vecchine, le quali, mettendosi sotto al mio braccio, facevano con me il tratto sino alla porta laterale della chiesa di san Sebastiano, parlando del più e del meno non oltre l’uscio.

Dopodiché, una volta entrate, si cedeva il posto al silenzio.

All’epoca era parroco il compianto don Filippo Caputo, sacerdote cordiale e di poco parlare, ed aveva come collaboratore colui che allora era solo un laico e valido segretario, nonché factotum: in seguito sarebbe divenuto il diacono don Giovan Giuseppe Lucido Balestrieri.

Rimasi a tal punto colpita dal tipo di spiritualità che ivi si viveva che decisi di farmi la Cresima proprio in quella parrocchia: mi sovviene come fosse ieri la faccia, composta in una ieratica meraviglia, del caro vescovo Strofaldi, nel vedermi lì in quel momento; conoscendomi si domandò di certo il motivo per cui avessi abbandonato il natio suolo per ricevere un sacramento per me importantissimo proprio lì.

E rammento che non ebbi mai modo però di visitare la vicina chiesa di san Rocco, chiusa al pubblico in quegli anni per problematiche strutturali, a quanto potei capire.

Sull’onda romantica della rimembranza il mio pensiero proprio negli ultimi giorni è andato a quella chiesina e, pertanto, passo a raccontarvi una storiella.

Correva l’anno del Signore 2019, quando un’intestina guerriglia civile insanguinò figurativamente il suolo, cocente nel periodo in questione, della già antica Aenaria. Dietro le opposte barricate i due eserciti nero vestiti, composti rispettivamente da un “fante appiedato” e da una moltitudine di “pennuti avieri”, leggermente incolleriti e pronti a non fargliela passare liscia, si confrontarono in un duello all’ultima piuma da parte degli uni e all’ennesima occhiataccia celestina da parte dell’altro.

L’impari lotta non si fermò alle classiche tre giornate, ma piuttosto ebbe i suoi strascichi sino ai nostri giorni tanto che a pagarne tuttora lo scotto è stato un “santo innocente”.

Orbene, nel leggermi, i soliti cacciatori di scandali molto probabilmente e con la bussola in mano staranno puntando le antenne in direzione nord ovest.

Teneva dunque, infatti, ancora banco l’aspra diatriba, non ancora sopita ed in itinere, tra i ruspantini Foriani (sono tanto fiera di esserlo io stessa) ed il vescovo pro tempore dell’ischiota diocesi.

Qual brace sotto alla cenere, apparentemente spenta ma viva in giustificato puntiglio, la controffensiva dei villici del posto stava approntando sicuramente ogni strategia di contrasto; sin troppo bene ne è conosciuta l’indole, avulsa a cedere ad angherie fatte di silenzio e di imposizioni strapotenti e sopraffattorie, calate dall’alto con la sordidezza di cotanto romano, firmaiolo, imprimatur, ottenuto giocando con discutibili interpretazioni del diritto canonico.

Con disamina a posteriori v’è da dire che nella citata vicenda sia incontrovertibile però che i Sanvitesi forse avessero (in quel momento) pure perso, ma sta di fatto che S. Ecc.za non aveva di certo, moralmente parlando, vinto.

Non lasciamoci tuttavia distrarre e, ritornando a Barano, continuiamo ad esporre il fatterello.

Lungo il cornicione del frontone della chiesa dedicata a San Rocco anche quell’anno ritornarono a nidificare numerosissime e vivaci rondinelle; con i loro garriti allietavano la piazza ed era una gioia per chicchessia vederle volteggiare nell’aria verso i loro nidi.

Come tutti gli innamorati, anch’esse avevano messo su delle belle famigliole, ma, si sa, certi modelli societari, peraltro rigidamente mononucleari e non allargati a compagni e compagnelle terzi e fors’anche con ambigue tendenze, ma nel rispetto delle più classiche tradizioni, sono passati di moda e fu così che i pii uccellini, da ritenersi tali anche per il solo fatto di aver scelto un edificio sacro a stabile dimora, vennero considerati occupanti abusivi e con molto odio anti zingaresco un livoroso figuro decise che nessun amore, estraneo agli ambienti domestici del freddo Focolare, dovesse sopravvivere ed ogni contraria forma di felicità dovesse essere ridotta in cenere e carbonelle.

Armato di moderne reti da quaglia – tanto sempre uccelli si dovevano catturare -, imbrigliò l’interò architrave lasciando a stento pochi forellini, per consentire qualche ultimo respiro prima che l’incoscienza dell’atroce agonia si impossessasse dei miseri esserini.

Tu qua sei venuto???

Le povere rondini, preso atto che da presbiteriali scranni da Santa Inquisizione le si aveva giudicate peccatrici al pari della monaca di Monza e si era deciso di murarle vive in una surriscaldata clausura, si dissero fra loro: “Carneade! Chi è costui? E soprattutto da dove è uscito? Non sarà mai che Domeneddio si sarà scordato di noi e che Cristo, invece di fermarsi ad Eboli come scrisse un noto scrittore, qua l’avrà fatto rimanendo al piano di sotto e non vede quello che sta combinando contro di noi, auspicando che facciamo una mala fine? Ma eppure qua ci veniva a tempo perduto, preoccupato ad andare a sorvegliare a Fiaiano la cova della sua gallina dall’uovo d’oro, mentre imperterrito sogna di accarezzarne il pulcino quanto più presto possibile? Guagliù, è vero che noi non siamo cristiani – nel senso che non siamo uomini – ma qua o facciamo una ‘muina e pazz’ o per noi ed i nostri piccoli è finita! Qualcuno sentirà i nostri ‘allucchi’ malinconici e pieni di copiose lacrimucce”.

Fu così che la divina Provvidenza mandò a liberare i pennuti prigionieri, che, tra l’altro, non afferrando l’accezione semantica nell’uso improprio di termini quali “focolarini”, “fornacellini” e via dicendo, avevano già temuto di finire a quarti in qualche vassoio.

La favola, tuttavia, non ebbe il famoso lieto fine.

Vennero i giorni della festa di san Rocco ed il santo in questione, come ogni anno e storica tradizione voleva, si sarebbe aspettato di avere festeggiato il giorno della sua nascita al Cielo degnamente e con tutti gli onori.

Ma non aveva fatto i conti con la “rigolettiana sì vendetta, tremenda vendetta” di quel cuore ingrato e privo di ogni compassione, anzi pronto a mettere in atto ogni ritorsione lecita ed illecita, ma comunque secondo i dictat del “buonismo religioso”.

Pagò da giusto per i neri ed ignari peccatori e non gli rimase altro da fare che attraversare in lungo ed in largo il Paradiso a cercare uno dei suoi più cari amici, San Pasquale, ed al riparo di un’ombrosa “prevulegghia” gli disse: “Pasquali’, così non si può andare avanti. Se al posto mio ci fosse stato san Vito, a quest’ora sarebbe stata messa in atto una sommossa popolare. Ch’ t’aggia dicere, fratu mieije! I tempi sono cambiati e pure per noi santi la vita s’è fatta dura veramente e, senza la tessera del partito precotta in focolare, in chiesa non ci possiamo più entrare. Qua provole e presott e iev ce so ghiut pe sott. Pasqualino, vedi tu, tiene il tuo stesso nome e, se ci metti una buona parola, auvuann ch’ ven fors teng ne picch’ e speranz; magari lo trasferiscono a Fiaiano, dove avrà il suo habitat ideale e naturale. Ma intanto le rondini sono felici e questo mi basta”.

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