domenica, Febbraio 15, 2026

L’alleanza dei corpi_2

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In onore delle vittime della repressione in Iran. Questo testo, come quello precedente, è stato scritto prima della rivolta. F.R. 18.01.2026

Coloro che oggi ci governano cercano di organizzare la sopravvivenza dell’umanità, cercano, cioè, di trasformare i vivi in sopravvissuti. Ma ciò che sopravvive non è più vivo, vive veramente soltanto chi non sopravvive al proprio modo di vivere e al proprio mondo.
Una nuda vita non esiste: è solo un’astrazione del diritto e del potere.
I sopravvissuti che ci circondano non hanno bocca né orecchie, non parlano né ascoltano, contano soltanto. Parlargli non serve.
G. Agamben, Comune, 2025

Nel neoliberismo le esperienze dell’“homo politicus” – la solidarietà e il conflitto – si traducono nella logica del credito e del debito propria dell’“homo oeconomicus” (qui nell’icastica immagine di Banksy). Basti pensare ai significati antitetici che assume il termine ‘concorrere’: “correre insieme” nel primo, “correre contro” nel secondo caso!

Si possono offrire forme di resistenza alla vorace macchina dell’estrazione neoliberista e alle sue conseguenze in termini di scarto? Oggi che «identificare colui che è senza legge, senza nome e senza un modo di essere-nel-mondo riconducibile all’avere una dimora, collega il progetto (…) della città a-venire, con la figura dello straniero (…) proprio nel suo essere straniero, in opposizione allo straniero in quanto attuale, o anche potenziale, compatriota»? (G. Borradori, Città rifugio, città ribelli e la città a-venire, 2015).

Perciò i corpi (come quelli di A. Fogli, Diario dei 59 grani di argilla) trovano visibilità in quella che Judith Butler (L’alleanza dei corpi, 2017) chiama ‘alleanza’: «l’assembramento dei corpi che producono performativamente lo spazio pubblico esponendosi fisicamente a essere feriti, dalla polizia, dall’esercito e dalla violenza settaria. (…)

Parlando in nome della loro stessa vulnerabilità, questi corpi hanno diretto l’attenzione dei media e dei loro spettatori a se stessi, ma anche, proprio attraverso la loro vulnerabilità, a tutti coloro che non sono mai filmati e nemmeno contati: quelli che esistono oltre il confine del visibile, del rappresentabile e dell’immediatamente riconoscibile. Ovvero, tutti quegli stranieri, illegali, senza casa, deportati, e rifugiati a cui non è concesso di piangere i loro morti in pubblico» (Borradori, 2015).

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