La verità tra cuochi e talk giornalistici

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Antimo Puca | Ormai i palinsesti abbondano di “prove del cuoco” e talk giornalistici. Chef e giornalisti sono le nuove star a cui, come a caval donato, non si guarda in bocca. Accettando la cialtroneria con cui ci riferiscono cose non vere, con cui s’inventano cause presunte. Amici e nemici. Tanto il popolo si beve tutto. Finché i giornali saranno posseduti da grandi gruppi, ci saranno limitazioni.

Facciamo un caso per assurdo. Supponiamo che un gruppo di scienziati esquimesi scoprano che le automobili fanno diventare impotenti. O che i telefonini facciano venire il cancro al cervello. È chiaro che non si troverà la prima notizia sulle pagine della Stampa. Né la seconda sui giornali posseduti dalle industrie che producono telefoni cellulari. Ma alla lunga, se il popolo rialzerà la testa e riattiverà il cervello, i giornali torneranno ad essere un servizio pubblico. E per fare ciò la loro proprietà dovrà essere in mano ai giornalisti o comunque il frutto di un accordo. Il vero giornalismo deve fornire un resoconto che sia comprensibile e interessante.

Ma, più di ogni altra cosa, conforme ai fatti e alla verità, sulla base del principio secondo cui conoscere la verità aumenta la nostra libertà. Persino gli scrittori si vedono rubare spazi sempre più ampi dai giornalisti che hanno facile accesso ai grandi editori e quindi al pubblico. Non importa se sono carenti nella lingua italiana. Quel che conta è lo scoop. Il giornalista può influire sulla cultura e sulla politica perché dispone degli strumenti adatti a farlo. Il potere conferitogli dal padrone di turno. E quello che gli conferisce il popolo. Che si beve, senza indagare, ogni messaggio e notizia propinata. Il popolino ormai riconosce ai giornalisti una valenza speciale:il potere di orientare le masse, di distruggere carriere e far fallire Governi con i veleni inoculati. Stilla dopo stilla. Giorno dopo giorno. Creando separazione tra alleati. O inventando nuovi nemici. Il potere di orientare i gusti delle masse non è più dei politici. Ma degli chef e dei giornalisti. Per questo i leader politici li temono e cercano di averli dalla loro parte. E i politologi sono costretti a confrontarsi con loro ogni volta che si presenta una crisi del Sistema ed è spesso un confronto svantaggioso per i politologi. Di conseguenza il popolo italiano elegge a semidei chef e giornalisti.

Ovvero:parolai e pennivendoli. Da Cannavacciuolo a Cracco. Da Mentana a Tiziana Panella. Da Alessandro Borghese a Vissani. Da Lilli Gruber a Corrado Formigli. Da Simone Rugiati a Bastiano h. Da Giovanni Floris a Myrta Merlino. Da Bruno Barbieri a Andrea Mainardi. Da Giletti a Luca Telese. Da chef Rubio a Stefano callegaro. Da Ernst knam a Damiano Carrara. Da Travaglio a Lerner. Da Santoro a Giordano, ahimè, ecco le nuove divinità. La cultura neocon è la chiave della società dello spettacolo. Viviamo in una blasfema società degli idoli. In cui il racconto dei fatti spesso e opportunamente supplisce ai fatti stessi. Sostituendoli. Ciò spiega molte cose. Perché la cosiddetta informazione distorce la verità. Perché la tecnocrazia del consenso garantisce a un mezzobusto televisivo stipendi impossibili a qualunque dipendente e perché quella gente ha assunto tanta importanza. Perché il mestiere dell’intellettuale è finito,a meno che, a sua volta,non sappia attingere i soldi dal sacco della informazione. Perché pesa tanto l’ambiente dello establishment. E, soprattutto, perché la informazione aggredisce i valori e i sistemi stessi di giudizio con la propria epistemologia.

Senza, però, passare mai per una discussione aperta e trasparente. I neocon sono una cultura nata dal consumismo e affermatasi col mercato globale. Hanno alcune caratteristiche comuni che li rendono riconoscibili, però. Si avvolgono di belle bandiere e non esitano a dirsi per i diritti civili. O, addirittura, i partiti di sinistra. Si inoltrano capillarmente nei settori della vita sociale destinati alla tutela. Scoprendo l’acqua calda. Retorica da piazzista. In realtà annunciano con enfasi verità talmente condivise da apparire indiscutibili assiomi. Mentre invece di tutto si può e si deve discutere. Così il salvataggio dei migranti. Che salvataggio non è. In sostanza, dopo averli derubati delle loro risorse, li mandiamo a chiedere la carità nelle città europee.

I marxisti non sono affatto per la emigrazione. Perché bisogna restare a organizzare la rivoluzione e la resistenza. Ma nemmeno i vescovi africani. E nemmeno Ratzinger. Nello stile neocon, questa peste manipola la verità e si installa nei posti giusti, tramite le élite di privilegiati che fanno ragione e Diritto. Ma nel frattempo sono capaci di gestire una bocciofila di periferia. Non a caso, poiché riflettono la cultura consumista che è piccolo borghese, non sanno elevarsi oltre la condizione di consumatori e restano una massa subalterna.

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