“La Street Art è Morta” intervento shock presentato da Ischia Street Art

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Non è passato inosservato l’ultima denuncia/intervento del gallerista/attivista Salvatore Iacono, ideatore e creatore di Ischia Street Art (primo modello di galleria interattiva e sociale al mondo per il linguaggio e la creatività urbana) lo scorso martedì 3 novembre sotto al tunnel della chiesetta del Soccorso di Forio.

Con una urban exhibition dell’artivista Mimmo Di Caterino, il creativo gallerista di Ischia Street Art si è innestato con una interactive performance componendo una croce con i pannelli prodotti pittoricamente da Mimmo Di Caterino inserendo e soprapponendo la scritta “Street Art is Dead” sull’opera stessa. Molte polemiche sono state sollevate dagli addetti ai lavori e non, anche per il testo critico apparso sui vari social che lo stesso Iacono ha fatto veicolare il giorno prima.
Il testo critico integrale:
La street art è morta, è artificiale, artificiosa, virtuale e mai stata.
Non conosco street artist che non pensino d’essere internazionali, vanno in vacanza o in residenza d’artista in qualche luogo del mondo, a nutrire i profitti a carico del pubblico di qualche associazione culturale con addetti ai lavori precari quanto e più gli artisti che invitano, e lavorando e postando le foto cercano consenso popolare via social network che confermi il loro ruolo istituzionale, questo vi sembra un sistema vivo?
Questo mi sembra muralismo fascista, nel senso non politico, ma educativo del termine, non c’è rivoluzione, c’è soltanto restaurazione e conservazione di certi equilibri di potere locali, sempre più frammentati e impoveriti, nulla nello stato attuale della street art italiana mi pare vivo, nulla è strutturalmente critico.
Le strade sono diventate gallerie pubbliche per artisti in cerca di promozione e di mercato, questo mentre le gallerie private chiudono e quelle che resistono si muovono su bolle finanziarie che servono solo a legittimare il valore di mercato di artisti morti, solo un listino prezzi.
Servirebbero dei reali stati generali internazionali della street art, in un attimo si solleverebbe il problema reale di questo millennio, ossia che lo street artista non si può imporre o elevare come fosse un artista di regime, non amo Banksy, è solo un brand, ma mai come brand si sarebbe presentato come oggi si presentano gran parte degli street artist, in Italia poi la situazione è di un provinciale da brivido.
Artisti come Jorit che consegnano realtà complesse come quella Napoletana a luoghi comuni come San Gennaro e Maradona, ma diciamoci la verità, vent’anni fa quale gallerista d’avanguardia avrebbe esposto un artista così Accademico e imballato?
Dove è la reale partecipazione nei processi comunitari e condivisi che dovrebbe essere l’elemento trainante della street art, della public art e della social art?
Possibile che nessuno noti l’assoluta mancanza d’opinione critica di questi artisti?
Anche Banksy, che gioca a non fare l’artista di regime ma lo è, invia messaggi estremamente allineati al pensiero unico dominante trasversale, rispetta il lockdown, aiuta ospedali ed emigranti, sembra un telegiornale di qualsiasi paese occidentale, politicamente troppo corretto.
Visionare gli street artisti contemporanei, pare come fare zapping televisivo con la parabolica, eppure l’artista dovrebbe non rassicurarmi, ma farmi incazzare, dovrei da gallerista (seppur di strada) essere in conflitto con lui, dovrei fargli notare come sperpera il suo talento, ma sembra queste cose non accadano più, la street art è diventata il regno del populismo e l’erede del modello muralista fascista su scala planetaria.
Ditemi voi se esiste una differenza tra Francesco Vezzoli che ritrae Chiara Ferragni e Barbara D’Urso per Vanity Fair depredando la storia dell’arte e svestendole della loro contemporaneità e Jorit che ritrae Fedez, Maradona, San Gennaro o Sgarbi come un tempo i pittori di bottega Napoletana vendevano i ritratti in serie di Totò, Troisi o De Filippo.
Parliamo di Blu?
Di un artista che cancella il suo lavoro per non consegnarlo al suo mercato per tutelare la libertà del suo mercato?
La street art è peggio del Covid 19, è pensiero unico pandemicamente in espansione, ha incastrato il graffittismo e il writing, ha smesso da tempo di monitorare criticamente il potere, di ricercare stile e rivelare allo sguardo, è diventata stronzate alla Tvboy che ritrae Roberto Saviano e ci mostra il bacio tra Di Maio e Salvini, soltanto legittimazione dei mass media e dei social media integrati, nulla che arrivi in contemporanea alla psiche e al cuore.
La street art è morta, morti sono i galleristi che un tempo con gli artisti sfidavano la fame e la morte, morta è la mitomania che è diventata egomania da reality show e mi piace via Facebook, morti sono i mecenati che sposano un progetto di ricerca culturale che sondi e sfondi i limiti del linguaggio del suo tempo.
Conosco solo un artista che definirei realmente street oggi, mi sembra lavori come fosse il primo umano sulla terra, sembra stia mostrando la scoperta del colore e la sua plasticità, nessuno sembra cagarlo se non io e qualche impavido addetto ai lavori, difficile spiegare il perché, in un mondo dell’arte linguisticamente vivo per ogni suo lavoro dovrebbero suonare le campane e aprire i notiziari del telegiornali, mentre alcune testate d’arte mostrano tutta la loro mediocrità nel tamponarlo se non occultando tutto ciò che lo riguardi.
In questo momento della storia potevo fare due cose da gallerista proveniente dal millennio passato, diventare un tour operator o un agenzia viaggi per artisti e turisti (e artisti che fanno i turisti da cartolina generando cartoline) o sostenere il lavoro di un artista che mi fa sentire come se stessimo finalmente per uscire dalle caverne, ho scelto la seconda strada, non potevo che fare questo da gallerista di strada, ho scelto di proporre in esclusiva Mimmo Di Caterino, diciamo che è la mia modalità per distanziarmi socialmente dalla mediocrità.

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