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LA RISOLUZIONE DELLA DISCORDIA | Anna Fermo

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«La prossima settimana in Parlamento si voterà la risoluzione sulla posizione che il Governo porterà avanti ai tavoli europei. Da Ministro degli Esteri della Repubblica Italiana ho ribadito e continuerò a ribadire che l’Italia non può permettersi di prendere posizioni contrarie ai valori Euro-Atlantici» ha puntualizzato qualche giorno fa, in una nota, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, aggiungendo: «Vengo accusato dai dirigenti della mia forza politica di essere atlantista ed europeista. Lasciatemi dire che, da Ministro degli Esteri, davanti a questa terribile guerra rivendico con orgoglio di essere fortemente atlantista ed europeista». E ancora: «I dirigenti della prima forza politica in Parlamento, invece di fare autocritica, decidono di fare due cose: attaccare, con odio e livore, il ministro degli Esteri e portare avanti posizioni che mettono in difficoltà il Governo in sede Ue. Un atteggiamento poco maturo che tende a creare tensioni e instabilità all’interno del Governo. Un fatto molto grave».

Ed eccoci giunti allo stato attuale, quello definito da più parti come “l’8 settembre del Movimento”, quasi a voler dire, “tutti a casa”, dopo la “maxi-rissa tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio”.
Mentre scriviamo, l’addio è già nei fatti: Di Maio sembrerebbe si stia apprestando a dire addio al Movimento.
Ma cosa è accaduto di fatto? Nelle sue parole: “si chiama democrazia, non potevo più censurare il mio pensiero”.
Diciamo che dopo quasi quattro mesi di silenzio sui fatti di politica interna al Movimento, Luigi Di Maio non ha più retto le follie del movimento stesso. Quando di recente gli era sembrato assurdo far finta di nulla dopo il flop dei 5 Stelle alle Amministrative, inchiodati a una media del 3 per cento ed aveva dovuto celare la sua considerazione, diciamo che era già pronto a reagire, anche provando a riprendersi i 5 Stelle. Ma cone quanto accaduto nell’ultima settimana, mi sa che un’epoca è davvero finita, e lasciarsi confinare dentro ad un guscio inospitale, equivarrebbe ad un suicidio politico per un Di Maio ancora tanto giovane!
Veniamo dunque ai fatti ultimi.
Nel conclave di domenica sera in effetti non è successo poi nulla di tanto serio: non c’è stata nessuna espulsione, nessuna rottura con Mario Draghi sull’Ucraina, tuttavia, c’è da confermare che il M5s si è spaccato: una parte è con Conte e l’altra è con Di Maio, al di là poi di qualche ulteriore posizione individuale, seppur tutte accomunate dal terrore di essere finiti sul baratro di una imminente sconfitta con annessa estinzione.

Ebbene, non era mai stato riunito il Consiglio nazionale del M5s prima di questa domenica ed anche se in fondo non è stato né deposto il Capo né cacciato Di Maio, in effetti questo avvenimento ha sentenziato l’addio ai giorni felici del grillismo, di quando dai palchi il comico Garante urlava «Siamo indistruttibili!». Ne è passato di tempo? In verità non moltissimo, ma di certo, ne hanno combinate davvero di tutti i colori. Come è stato rilevato: “hanno rinverdito la tradizione del populismo e del qualunquismo italiano, hanno abbaiato alla luna di una immaginaria nuova politica, hanno illuso grandi masse, si sono alleati con gli xenofobi e con i progressisti, hanno occupato pezzi di Stato e cambiato il lessico politico intrecciandolo con la celebrazione dei clic, sono rimasti sostanzialmente degli ignoranti della sintassi democratica, ed oggi eccoli lì nel loro ultimo rantolo finale, il che è un’ottima notizia per la qualità della politica sebbene gli ultimi sbuffi della balena potrebbero essere imprevedibili”.

Il Movimento 5 Stelle sembra davvero ormai al capolinea, destinato tra l’altro ad una fine ingloriosa, senza più voti, in preda ad una guerra interna con un Conte ormai arrivato ai suoi ultimi giorni di leadership, tant’è che seppur avrà anche capito che rompere sull’Ucraina sgonfierebbe l’unico salvagente che ha, cioè l’alleanza con il Pd che malgrado tutto potrebbe garantirgli un seggio parlamentare, tuttavia sa che non rompere equivarrebbe a dare ragione a Di Maio, ormai punto di riferimento fortissimo dei grillini “con un po’ di sale in zucca” in procinto probabilmente di non fare più un nuovo M5s, quand’anche filogovernativo, fermo restando il suo ruolo di ministro degli Esteri, ma addirittura di andarsene da esso.
Dopo 4 ore di riunione, hanno congelato l’eventuale espulsione di Di Maio ed in contestuale aperto, senza nemmeno rendersene conto un nuovo spazio nello scenario politico italiano: non si può infatti pensare che di quel 30% ottenuto alle ultime elezioni non ci sia una parte che verrà inglobata nell’area del riformismo di governo.
Va detto che nel M5s le minacce di scissione erano in effetti nell’aria già da tempo, anche se poi la scintilla è stata proprio la bozza della risoluzione redatta da alcuni senatori M5s in vista del voto di oggi, martedì, dopo la comunicazioni del presidente del Consiglio sul Consiglio europeo del 23-24 giugno sull’Ucraina.
Nella bozza di risoluzione, quella della discordia, circolata senza preavviso e che nell’ultima ora sarebbe stata rivisitata, si impegnava il governo «a non procedere, stante l’attuale quadro bellico in atto, a ulteriori invii di armamenti che metterebbero a serio rischio una de-escalation del conflitto pregiudicandone una soluzione diplomatica». Di qui l’immediata sconfessione di Di Maio: «Si tratta – ha detto – di una risoluzione che ci disallinea dall’alleanza della Nato e che mette a repentaglio la sicurezza dell’Italia».

Ebbene, come dare torto al Ministro? La questione è di certo questa: “Se anche in tempo di guerra non si riesce a mettere al riparo la politica estera del Paese, cos’altro si può salvare? Significa aver smarrito il senso dell’azione di governo in questa fase, la coscienza delle alleanze e più ancora il sentimento della collocazione internazionale dell’Italia. Vale a dire la consapevolezza dei diritti e dei doveri di una democrazia occidentale, che difende i suoi principi e i suoi valori proprio quando tutt’intorno la radicalità del conflitto intorbida le acque, cancella i meccanismi di controllo delle crisi, confonde i criteri di distinzione tra il bene e il male”. Le due anime del Movimento pentastellato, per questo che si sta profilando davvero come duello finale, hanno scelto purtroppo l’arma sbagliata, quella bianca della politica internazionale, cioè dei compiti e del ruolo dell’Italia davanti all’invasione russa dell’Ucraina. Un qualcosa di gravissimo e che rende il senso della miseria politica di questo movimento. Tutti i “non detto”, “non risolto”, “non chiarito”, sono finiti per esplodere tutti insieme e non poteva andare diversamente, seppur proprio nella prova estrema della guerra, “che costringe a scegliere, a decidere, a schierarsi” per l’appunto, e prima ancora, “obbliga il movimento a chiarire che cos’è oggi, di quale natura è composto, a quale campo politico appartiene, e in nome di quali ideali prende le sue decisioni sulle scelte internazionali”.
Alla fine, sappiamo bene che non è per niente colpa della guerra Russia contro Ucraina, ma solo della cultura politica irrisolta del movimento se lo stesso si sta deflagrando su dilemmi di non poco conto: Governismo o populismo? Antisistema o pro-sistema? Contropolitica o pro-politica? Antistato o pro-Stato?
Il M5Stelle oggi deve scegliere e sembra che solo Di Maio abbia capito che non si può più tentare di recuperare la “purezza identitaria” degli inizi, con il M5S solitario e distinto, per sé e contro tutti urlando “Vaffa”.

Il populismo, ormai anacronistico, è chiaro che spinge naturalmente verso un “no” indistinto ad ogni guerra, verso una riaffermazione radicale della pace, con una riemersione del vecchio antiamericanismo e di perenni pulsioni antieuropee, ma l’anima democristiana custodita in qualche angolo dei Cinque Stelle, prova ne è lo stesso Di Maio, sta trovando sempre più come qualcuno ha notato, “una couche confortevole e politicamente redditizia” nell’esercizio della politica estera di Draghi, chiaramente filo-occidentale, con a guida proprio il Ministro Degli Esteri, quand’anche se ne voglia andare.
Forse era necessario evitare di arrivare allo scontro di oggi almeno per non mandare i conti sospesi dei Cinque Stelle a palazzo Chigi, perché è davvero assurdo dover tentare di mettere le scelte internazionali al riparo dalle tensioni intestine di un partito, se non fosse altro, anche di maggioranza!
Parliamoci chiaro: non si può avere una doppia politica estera, soprattutto di fronte ai doveri di un Paese democratico come il nostro ed in una situazione delicata come quella che stiamo vivendo.
Di Maio li ha definiti “Irresponsabili” quelli del suo stesso movimento ed è proprio così, sono degli “Irresponsabili” che non hanno ancora chiaro quale sia il loro ruolo in un tale contesto internazionale.

1 commento

  1. Ha sprecato un po’ di tempo in una analisi che è funzionale alle sue idee politiche. In effetti il gruppo dei Giuda ha tutt’altre motivazioni, molto più semplici di quanto lei pensi. È stato solo un pretesto. La verità sta tutta nella scadenza dei due mandati.

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