La politica di oggi

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La politica di oggi, o almeno quel che resta di un’arte nobile i cui interpreti attuali sembrano ignorare le regole, la cultura e le ritualità, continua sempre più ad assumere toni disgustosi e aberranti. Sia chiaro, non è che il passato abbia riservato al nostro Paese maggior stabilità di quella attuale (le crisi di governo sono state innumerevoli, al pari dei rimpasti negli enti locali), ma la qualità dei protagonisti, gradualmente scaduta nel corso degli anni anche grazie alla complicità di un elettorato sempre più egoista e noncurante del bene comune, mette a nudo una concezione del ruolo pubblico che nulla ha a che vedere né con l’onestà né con le capacità di crociana memoria: una condizione già di per sé difficile da comprendere e condividere, ma neppur minimamente sfiorata da una sottospecie di classe dirigente che tante persone perbene, sopravvissute al voto meramente clientelare, proprio non avrebbero meritato.

L’imbarazzo di Salvini e Di Maio, novelli nemici alla messa commemorativa delle vittime del Ponte Morandi a Genova, allorquando al segno della pace hanno ben pensato di voltarsi su lati opposti pur di esimersi dall’onere di stringersi la mano, unitamente agli occhi bassi del Premier Conte nel salutare il suo vice che sta per sfiduciarlo, rappresentano lo specchio fedele di un manipolo di improvvisati i quali, senza il benché minimo physique du role, continuano a ricoprire ruoli delicatissimi in un momento altrettanto difficile per il nostro Paese, ignorando finanche quel minimo di forma che, in occasioni del genere, è anche sostanza.

Sul piano locale non godiamo certo di miglior salute. Sindaci che si presentano con camicia e fascia, rendendo ancor più evidente il loro tutt’altro che perfetto stato di forma fisica, si adeguano in tal modo alla loro pochezza sul piano amministrativo e relazionale, ponendo al primo posto la permanenza a tutti i costi nel proprio ruolo di potere e perseguendola con ogni mezzo, primo fra tutti l’acquisizione di famelici componenti della minoranza consiliare, pronti a vendersi per molto meno del classico piatto di lenticchie, senza dubbio più saporito e consistente della loro stessa dignità. Nel Comune di Ischia, ad esempio, il paese è sempre più diviso tra favorevoli e contrari, che ad insindacabile giudizio di chi comanda e dei suoi insulsi omologhi vengono trattati con disparità evidenti almeno quanto la loro stessa incapacità di produrre atti e provvedimenti utili alla collettività. L’Isola impazzisce di traffico, di disordine, di camion della N.U. che continuano a girare in pieno giorno, di concorsi pubblici che privilegiano parenti e amici in modo spudorato penalizzando chi non è del “bottone”, di eventi che violano senza alcun rispetto la sacralità di location rese importanti, nel tempo, da attività di grandissimo livello e dall’eco media impagabile, di turisti sbigottiti dall’improbabile intrattenimento food & music di basso rango lungo quelle che, un tempo, erano le strade dello “struscio in” e dello shopping che conta, di giovani sempre più privi della loro più flebile speranza in un avvenire e pronti a rifugiarsi in forme di divertimento oltremodo dannose e pericolose per loro stessi e per le loro famiglie. Ma a differenza di quanto sta per accadere tra il Parlamento e Palazzo Chigi, qui ad Ischia -almeno per ora- non c’è alcuna speranza di andare alle urne e sovvertire questo sistema, perché è anche e principalmente l’assuefazione e il tacito consenso della gente, sempre più appiattita sul proprio egoismo, ad avallarne inconsapevolmente (ma non troppo) l’operato.

Disamorato come sono, da tempo, verso l’impegno civile dalle mie parti, mi sono a lungo illuso che una dimensione extra-locale potesse, prima o poi, prestare il fianco a riflessioni e prospettive degne di catturare la voglia di lavorare di chi, in qualche modo, avrebbe ancora molto da dare al Paese e alle sue esigenze. Ma mentre le elezioni regionali del 2020 risulteranno ancora una volta determinanti per dare una svolta ai rapporti tra l’Isola e quelle istituzioni a cui le sue sorti sono legate a filo doppio (e in questo senso, ogni ischitano di buona volontà dovrebbe sin da ora riflettere a fondo sui cinque anni targati De Luca che stanno per terminare), la situazione in vista di un’imminente tornata elettorale nazionale sembra versare nella più cocente e reiterata inutilità; perché tenuto conto che la legge elettorale non cambierebbe, ci ritroveremmo in autunno con un quadro politico probabilmente mutato nei numeri, ma non certo nell’espressione di quella scarsissima qualità degli uomini a cui stiamo tuttora assistendo. Il tutto, quindi, perfettamente in linea con ciò che potrebbe accadere ad Ischia qualora, a seguito di un autentico miracolo, l’amministrazione di Enzo Ferrandino andasse finalmente a farsi benedire: credete sul serio che la nostra gente sarebbe in grado di accogliere una proposta seria e confacente al bene del nostro Comune? State sereni, l’orticello di ciascuno continuerebbe ad avere la massima precedenza su tutto e tutti.

E adesso, sapete che c’è di nuovo? Sono ancora in ferie e proverò a godermi il mio tempo, la mia famiglia, il mio libro del momento e quegli angoli di mare e costa della mia splendida Isola che in tanti non conoscono ma che, soprattutto, nessun politico ignorante e incapace, locale o nazionale che sia, riuscirà mai a sottrarmi e a rovinarmi.

1 commento

  1. Una volta sulla riva destra c’erano i turisti perbene portati da Marta Marzotto e il marito, proprietario del Jolly.
    Oggi ci sono gli stronzi che tirano le bottiglie di birra in faccia alle ragazze.
    La differenza sta tutta qui.

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