La nostra resistenza. Un articolo del dottor Enzo Sarnelli

Il dibattito sul COVID-19 dovrebbe fare rete con esperti della comunicazione di massa

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Ogni epoca è caratterizzata da eventi che possono presentarsi come nefasti e altamente minacciosi per la sopravvivenza umana. Al tempo della pandemia COVID-19, la preoccupazione cede il passo a sensazioni più intense, sperimentiamo il sentimento della paura che ci limita nel movimento e ci può rendere più vigili verso l’altro, percependo l’ambiente come potenzialmente pericoloso.

E’ così realizziamo che “ballare sotto la pioggia non è facile”, non è per tutti, la realtà diviene surreale, si svuota dei suoi contenuti e ci riporta a storie e immagini sbiadite del passato. Pagine di libri ormai ingiallite, di romanzi come Anna Frank, si attualizzano memorie e pellicole di fiction, che hanno presagito il nostro tempo. In condizioni di emergenza sociale dobbiamo attenerci alle prescrizioni che prendono il nome di Decreto Ministeriale emanato dal Governo (DPCM), ma non possiamo dimenticare che il rispetto delle regole passa attraverso una presa di consapevolezza sociale. Una sorta di “imprinting” che ci fa sentire il potenziale pericolo del momento. Se diventiamo consapevoli, percepiamo che stiamo attraversando un evento eccezionale, il contributo individuale di ogni cittadino serve all’intera comunità per sopravvivere alla crisi che sta colpendo il mondo. Continuare a vivere a casa diviene il principio cautelativo per mettere in sicurezza in primis la propria vita e in secundis la vita dell’altro. Ognuno di noi sta imparando a convivere con la propria resistenza civile. Stiamo contattando le mancanze, la perdita delle abitudini che hanno strutturato la zona di comfort, una sorta di area protetta che nessuno era disposto a modificare.

Ma adesso i codici vitali cambiano in modo repentino, il nostro cervello deve compiere uno sforzo per processare nuovi significati e tradurli nel vantaggio verso la propria sopravvivenza. E’essenziale restare comunità, in condizioni di emergenza umanitaria, ciò che diviene fondamentale è la “prossimità emotiva”. L’uomo non sopravvive di solo pane, necessitiamo di appagare i nostri bisogni psicologici e culturali. Attraverso il supporto delle nuove tecnologie, manteniamo vive le nostre relazioni sociali, sostenendo un familiare telefonicamente oggi, perché domani potremmo averne bisogno e una parola di conforto serve per migliorare lo stato d’animo. Le Neuroscienze ci confermano che è proprio nella crisi, che il cervello attiva nuove connessioni sinaptiche interessando aree prima non vascolarizzate (funzionali). Nella pratica questo significa che riconosciamo un piccolo mondo dentro di noi. Nei momenti più bui, chiediamo sostegno alla creatività che ci pone nella condizione di inventare nuovi interessi. Continuiamo a prenderci cura dei familiari, degli amici, lo facciamo utilizzando il pensiero, che diviene il messaggio positivo per iniziare la giornata. Apprezziamo i pelosi che ci danno tanto amore incondizionato, per i bambini è fondamentale la presenza di un cane di un gatto in casa. Rispolveriamo gli hobby; mantenendo fiorito il terrazzo, il giardino, facciamo ginnastica e se non l’abbiamo mai fatto riscopriamo la bellezza della lettura e ricominciamo a trascrivere lo stato d’animo con tutte le sue emozioni. Così facendo ci prendiamo cura di noi stessi e non perdiamo il ritmo di un abbraccio per adesso virtuale che ci sollecita verso il pensiero positivo. Concordo con molte persone che mi confessano la difficoltà a gestire l’eccessiva quantità di notizie negative, che arrivano dai social-network e dai mass media.

Bisogna far giungere un messaggio importante al Governo: il dibattito tra Virologi, epidemiologi e scienziati necessita di essere integrato attraverso una esposizione più ecologica da esperti in comunicazione di massa. Mai come adesso sentiamo la necessità di essere informati in modo adeguato senza essere travolti da una soverchiante sensazione di impotenza. Nella condizione di emergenza lo stress diviene l’elemento nocivo per la stabilità mentale. L’eccessivo perdurare di esperienze stressanti attivano sentimenti come l’aggressività e la perdita del controllo.

La Scienza ci chiede tempo per sperimentare un farmaco capace di bloccare la pandemia e poi giungere ad un vaccino. Ma questo impiega tempo e sacrifici, ognuno di noi coopera attivamente realizzando nuovi percorsi di vita, bisogna accettare da parte nostra che questo virus ci sta mettendo difronte alle nostre paure e limiti. Non siamo in guerra, perché ciò che ci sta accadendo, è completamente nuovo. Oggi siamo chiamati tutti a fare il nostro dovere: attivando il pensiero consapevole per diventare più responsabili, quindi più resilienti, nel vantaggio della nostra convivenza psicologica e sociale.

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