domenica, Giugno 20, 2021

La Giustizia una chimera sempre più lontana da Ischia | Vincenzo Acunto

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Nella settimana appena trascorsa, anche sull’isola d’Ischia la parola giustizia è apparsa in sintonia del comune sentire nazionale per la scossa patita a seguito della pubblicazione del documento del Consiglio Superiore della Magistratura, che ha decretato il trasferimento ad altro ufficio, per incompatibilità ambientale, del giudice dr. Polcari.
Non desidero parlare qui delle vicende personali del giudice trasferito, ma della parte del documento con il quale l’isola e l’avvocatura isolana, della quale faccio parte da 44 anni, sono stati attenzionati con termini per nulla lusinghieri. Man mano che scorreva la lettura, mi è tornato in mente un vecchio adagio col quale l’accusato, ingiustamente, replicava al suo accusatore “non dir di me quel che di me non sai, pensa di te e poi di me dirai”.

Avendo “una certa età” e frequentando il presidio da svariati lustri posso dire, con cognizione di causa, che fino alla sciagurata riforma che conclamò la soppressione della figura del pretore, il presidio di giustizia ischitano mai aveva registrato fenomeni di cronaca come quelli evidenziati nel documento in esame. La sede giudiziaria era posta a concorso al quale partecipavano tanti magistrati, in prevalenza campani, che desideravano avvicinarsi a casa (fermo restando il divieto di poter svolgere il magistero nel luogo in cui erano nati o viveva la famiglia). Il vincitore occupava la sede per quattro anni (che poi, per organizzare un successivo trasferimento, divenivano sei o sette) e, non ricordo, nell’arco temporale detto, di aver letto che l’isola fosse “altamente litigiosa” o che la sua classe forense lo fosse, a prescindere.

Oggi, l’assegnazione del magistrato al presidio locale, dipende dal presidente del tribunale di Napoli che tenta “l’impresa” tra quelli assegnati alla sede. Sfido chiunque a trovare una persona (magistrato o altro che sia) che, vivendo a Napoli o dintorni, possa accettare con gioia che, senza incentivi (come previsti per altre realtà del panorama giudiziario nazionale), la sua sede di lavoro non è la struttura centrale (che raggiunge con normali mezzi ed in ogni condizione metereologica) ma un’isola che, per essere raggiunta, richiede sacrifici che solo gli isolani sono “forgiati” ad accettare. Detto ciò, esaminando il documento per la parte detta, appaiono fortemente stonate, fuorvianti e diffamatorie talune considerazioni rese dai massimi vertici del tribunale di Napoli che, pur non attinenti al caso del giudice sollevato dall’incarico, appaiono come “buttate lì a futura memoria”. Semplicemente perché non vere e in esecuzione di un disegno di politica giudiziaria di cui diremo.

Per quanto mi riguarda, ho sempre ritenuto che i cittadini che si rivolgono al giudice per dirimere controversie, sono di gran lunga più avanti, in termini di civiltà, di chi si rivolge al delinquente di turno. Continuo a ritenere che è compito dello Stato andare incontro al cittadino con un servizio giustizia efficiente in quanto un “diverso effetto convenienza” potrebbe produrre risultati sconvolgenti. Il dr. Dario Raffone, presidente facente funzione del tribunale di Napoli sentito dal CSM il 12/11/19 (otto mesi prima che la Procura della Repubblica inoltrasse la nota dell’iscrizione del dr. Polcari nel registro degli indagati) dichiarava “la condizione organizzativa della sezione distaccata di Ischia è catastrofica. Ad Ischia invece che 11 impiegati ve ne sono 2 che sono aiutati con un turno mensile di un impiegato che ci va con molte difficoltà perché appena sentono che devono andare a Ischia si mettono malati eccetera. E lo stesso vale anche per i giudici. Quindi Ischia in queste condizioni è un presidio a rischio per la legalità…; la maledizione di tutto il Tribunale di Napoli e forse di tutta l’Italia”. Dichiarazioni raccapriccianti di un capo ufficio che non cela il desiderio di veder soppressa la sezione pur se la stessa interessa 65 mila abitanti (che in estate diventano il triplo) e vi lavorano 400 avvocati oltre l’indotto. Senza che si chiedesse di chi fosse la colpa la cui ricerca stimolano le domande che seguono: “E’ colpa degli ischitani e del foro locale se i giudici ed anche i cancellieri, chiesti di andare ad Ischia, (in una preoccupante controtendenza con le migliaia di persone ci vanno per curarsi) si ammalano e non c’è medico legale che accerti la veridicità della malattia, come succede per tutti quelli che non dipendono dal ministero della giustizia?” – “O ci potrebbe essere qualche piccola inefficienza dell’Ufficio?”

E’ scritto nello stesso documento che anche la dr.ssa Garzo (attuale presidente del tribunale) “rendeva diagnosi similare” (ndr se non più grave) e che a suo giudizio “la sezione di Ischia dovrebbe essere chiusa”. Aggiungeva, a sostegno di tale opportunità “accade che gran parte degli amministrativi che vanno in pensione, presentano domanda per poter continuare a svolgere la loro attività gratuitamente presso la sezione”. Tanto Ella aveva potuto apprendere in quanto “il dr. Polcari -giudice coordinatore della sezione– aveva preso appuntamento con lei per perorare il desiderio dell’Ufficiale Giudiziario, andato in pensione, di ritornare gratis in servizio ma, all’appuntamento, il suo collega non s’era presentato e vi era andato un avvocato che, nel perorare la causa, gli aveva comunicato che un altro dipendente, andato in quiescenza, frequentava i locali della cancelleria prestando la sua opera”.

Prestazione d’opera che, evidentemente, avveniva, ipse dixit, in una “realtà sociale particolarmente litigiosa ove anche all’interno dello stesso ceto forense c’è una grossa conflittualità: da un lato dell’avv. Buono e dall’altro dell’avv. Di Meglio”. Pur essendo dichiarazioni che si commentano da sole, anch’esse stimolano qualche domanda:
1) “è credibile che, in un ufficio ove tutti si conoscono, un dipendente andato in pensione possa continuare a svolgere le funzioni senza che nessuno dei magistrati applicati alla sezione se ne accorga?”;
2) “Che iniziative ha preso il presidente del Tribunale nel momento in cui veniva a conoscenza di una tale anomalia?”
3) “che iniziativa ha preso nei confronti di un subalterno nel momento in cui non si presentava ad un incontro istituzionale, al quale delegava un avvocato?”
4) “In che misura e come, il litigio tra due avvocati (su 400), può incidere sul funzionamento del presidio giudiziario?”
5) “nella sede centrale gli avvocati che frequentano le 12 sezioni -civili oltre il penale- sono tutti angioletti affratellati che non litigano mai?”;
6) “In che misura la litigiosità degli isolani che si rivolgono al Giudice (non al delinquente) per risolvere i propri conflitti, può incidere sul corretto funzionamento del tribunale?”
7) “In che misura gli ischitani sono responsabili se i giudici, destinati alla sezione, appannano la funzione perché si lasciano rapire (come tutti quelli che frequentano l’isola per le vacanza) dal fascino dei tramonti, delle saune naturali, dalla gita in gommone, da un buon bicchier di vino?”.

Con tutto il rispetto istituzionale che si deve (e che sento) alle due alte cariche dello Stato, mi permetto di dire che non credo esista correlazione tra quanto da essi sussunto e il non funzionamento del presidio giudiziario. Infatti, poiché le dette dichiarazioni sono state inserite a corredo di un provvedimento che dispone l’allontanamento di un magistrato, bisogna rilevare che è lo stesso presidente ad annotare che il dr. Polcari risultava “ben inserito nel contesto dell’isola perché ivi aveva trascorso il tempo dell’uditorato”, forse anche perché vi aveva trascorso l’infanzia, visto che risulta che ivi aveva appreso lezioni di tennis da chi, poi, diverrà ufficiale giudiziario. Evidentemente a chi lo destinò ad Ischia (dopo le vicende vicentine di cui vi è ampia informazione in rete) sfuggi che lo stesso aveva “legami stretti in un ambiente piccolo, fortemente litigioso, inducente all’appannamento della funzione”. E come si devono considerare le assegnazioni di giudici al presidio di Ischia ove sono stati arrestati per fatti commessi altrove? Vogliamo dire che Ischia è divenuta come l’isola di Eea in cui dimora della maga Circe che col suo canto rendeva tutti dei porcellini?

Come mai, di magistrati come i d.ri: Carbone, Lenzi, Bardari, Impresa, Palmieri, Vassallo, Pascale, De Crecchio, Ciccarelli, Di Salvo, Robustella (ed altri che dimentico dell’ultimo decennio) nessuno si è lamentato e nessuno di essi è stato assorbito in comportamenti “che potevano appannare la funzione?”. Erano tutti sordi alle lusinghe corruttive degli ischitani e alla litigiosità della classe forense? Non credo. Il motivo di talune considerazioni è, purtroppo, ben noto. La scellerata legge che abolì le preture (fatta passare col roboante acronimo della “spending revue”) fu voluta da politici di terz’ordine che non seppero dire no ai tanti magistrati che affollano i ministeri e che spinsero per centralizzare i servizi di giustizia (meno capi: miglior coordinamento e controllo). In più zone, per la presenza di politici degni di questo nome, si optò con l’annotazione di “area disagiata” che, oltre a mantenere in vita il presidio, fa sì che, chi ad esso è destinato abbia dei benefit. Come è giusto che sia. Per cui se gli ischitani si devono dolere di qualcosa è di non essere stati in grado di avere rappresentanti politici all’altezza del compito, ma appare puerile dire che se il presidio non funziona la colpa è della litigiosità degli avvocati. La classe forense di Ischia è sicuramente colpevole dello stato di fatto. Ma per motivi diversi da quelli sussurrati dall’alto magistrato.

E’ colpevole per non essersi mai ribellata alle decisioni della presidenza del Tribunale mostrandosi servile alla gerarchia sia a seguito della designazione del dr. Polcari che dei d.ri Longo e Capuano; non si è ribellata per le continue rotazioni di giudici che col “magistero del rinvio in attesa del trasferimento” hanno danneggiato i cittadini e gli avvocati; non si è ribellata per lo stato di abbandono delle cancellerie (ove non c’è nemmeno il mobilio per sistemare le carte, un telefono funzionante e spesso la carta o il toner per le fotocopie che essi hanno comprato più volte); non si è ribellata per l’arredo dell’aula penale che ha sottratto spazi vitali per rendere effettivamente pubblico il processo ed ogni possibilità agli avvocati di stare in aula in attesa del loro turno.
Non si è ribellata mai, per non disturbare il manovratore, nella speranza di veder stabilizzata la sezione (che i giudici non vogliono) e per non obbligare migliaia di ischitani ad andare a Napoli tutti i giorni (anche in mancanza di sufficienti mezzi di collegamento). E pur non essendosi mai ribellata e lavorato in condizioni che vengono definite “la vergogna dell’Italia intera” mi sento di dire che, forse, la vergogna è altrove e mentre penso questo mi ritorna l’antico detto “non dir di me quel che di me non sai, pensa di te e poi di me dirai”.

acuntovi@libero.it

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