J’accuse della dottoressa Langella: “I sindaci? Otterrano solo derisione”

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Dott.ssa Carmen Langella | Gentile Direttore,
sono un medico, specializzanda di pediatria, non opero sull’isola, ma comunque ne seguo le vicende in quanto casa mia, ‘mio posto nel mondo’. Nonostante quanto abbia letto finora, ho sempre taciuto, anche perché non potendo seguire le vicende direttamente sul territorio, non ho mai avuto la certezza di conoscere la completa gestione locale del fenomeno Coronavirus. Tuttavia, dopo aver letto la lettera dei sindaci di Ischia e averla confrontata poi con le direttive sanitarie regionali, non posso non commentare quanto di inutile è stato scritto, senza alcuna cognizione di causa. Vorrei inviare un messaggio, non polemico, ma dal tono duro, per far capire ai nostri sei sindaci che, nel modo in cui hanno posto le loro richieste non otterranno nulla, se non derisione. Non c’è alcun fondamento tecnico scientifico in quello che hanno scritto, solo “tanta pancia”. Intanto Ischia non è pronta, e non so se lo sarà mai per affrontare quello che potrebbe, in potenziale, accadere. C’è bisogno di un intervento sul territorio valido, coscienzioso ma proporzionale anche a quanto viene richiesto al nostro presidio ospedaliero da parte della regione. Ischia non rientra nella cosiddetta rete territoriale COVID per cui le richieste fatte dalla nostra amministrazione, che sarebbero state sacrosante qualora ci fossimo rientrati in suddetta rete assistenziale, sono del tutto prive di significato considerato che dovremo appoggiarci comunque alla terraferma per la gestione dei pazienti positivi. Dimostriamo solo di non avere cognizione circa la gestione e la grandezza del problema. Qui di seguito il mio messaggio.

«Ad oggi non ho ancora letto una sola notizia di qualità in merito alla gestione isolana, sia da parte dell’amministrazione sia da parte della popolazione, a fronte dell’ emergenza coronavirus. Ordinanze sindacali senza né capo né coda, cittadini allo sbaraglio, troppi dei quali, in assenza di alcuna competenza tecnico-scientifica, esprimono pareri od opinioni dannose per la comunità.
Dopo aver ascoltato le parole del Presidente De Luca, alla luce anche della lettera inviata oggi dai sindaci isolani allo stesso, diversi sono gli interrogativi che mi sono posta.
Primo interrogativo: le richieste avanzate sono proporzionali all’impegno gestionale richiesto dalla Regione alla nostra isola?
Nell’ambito della rete territoriale assistenziale campana COVID, non viene nominato il P.O. isolano. A fronte di quanto detto dal Presidente De Luca, mi chiedo su che basi sia stata redatta la lettera dei nostri sindaci indirizzata al presidente e al prefetto. Priva di alcun fondamento gestionale.

La richiesta dei sindaci di implementare il numero dei posti in terapia intensiva presso il nostro PO, la trasformazione di strutture alberghiere in rianimazioni da campo (tuttavia non una parola della contestuale richiesta di maggiore personale, necessariamente utile affinché l’aumento dei posti sia effettivamente FUNZIONALE). Tutte richieste sacrosante ma che al momento, stando alle parole del Presidente, non hanno alcun senso di esistere. Ischia non fa parte del piano regionale COVID.
Tuttavia, rimodellare i posti letto dei vari reparti al fine di ospitare i casi paucisintomatici ma che comunque richiedano ospedalizzazione, creare percorsi separati differenziando i pazienti COVID dai non COVID, è un altro piano che già pare più realizzabile ed attuabile. Non dimentichiamoci tuttavia dei ricoveri ordinari, vera mission del nostro unico presidio ospedaliero.

Quindi O si richiede di rientrare in suddetta rete territoriale assistenziale per la criticità della insularità stessa, al fine anche di giustificare le richieste avanzate, O si implementano gli strumenti di trasferimento dei pazienti in terraferma affinché si rispettino inoltre le norme di biocontenimento (altra criticità).
Differente, invece, è il discorso per i DPI, dispositivi di cui dovrebbero essere muniti, quantomeno, tutti i medici del territorio e del Pronto Soccorso.
Secondo interrogativo: quali sono le evidenze scientifiche cui si appellano per giustificare lo screening di massa?
I kit rapidi (di cui se ne discute in merito ad affidabilità) saranno destinati principalmente (e se Dio vorrà) agli operatori sanitari.
La campagna di massa di tamponi non serve a un cazzo. Se non ad aggravare il collo dell’imbuto già presente nei vari laboratori di microbiologia. A sostegno della assoluta inutilità dello screening massivo della popolazione, vi riporto le parole, non mie, ma del Prof. Clerici, Presidente dell’Ordine dei microbiologi(quella evidenza scientifica a cui voi vi appellate): “Il campione è un tampone naso-faringeo e viene processato con una tecnica di biologia molecolare, ormai in uso presso tutti i laboratori di microbiologia e richiede del personale qualificato per l’esecuzione. Oggi tutti i laboratori di microbiologia hanno strumenti per i test di biologia molecolare perché le indagini su alcuni virus e batteri vengono fatti solo con queste metodiche. Il costo oscilla tra gli 11 e i 18 euro e l’esame dura tra le 3,5 e le 4,5 ore. Si possono testare contemporaneamente tra i 20 e i 60 campioni (un campione a persona). Il test è molto affidabile: specifico al 100%, con una sensibilità superiore al 99%

Questa affidabilità viene meno però se il tampone viene effettuato prima che il paziente esprima una carica virale adeguata, quindi almeno dopo 48 ore dalla comparsa dei sintomi.
Nei casi asintomatici ci sono delle possibilità che il risultato sia negativo, anche in presenza del virus. Per questo si dice che il test non deve essere effettuato sugli asintomatici. Le ragioni di questa inaccuratezza nelle persone che non presentano sintomi sono due: la carica virale potrebbe essere troppo bassa per essere individuata e magari autoeliminarsi naturalmente, oppure, nel momento in cui si effettua il tampone è troppo presto, la risposta è negativa e magari facendo il test qualche giorno dopo sarebbe stata positiva. Fare l’indagine su tutti gli asintomatici consentirebbe idealmente di isolare eventuali focolai. Ma, come dicevamo prima, nei casi asintomatici non si può avere la certezza della presenza del virus, anche se il risultato del test è negativo. Quindi non ha senso saggiare tutta la popolazione. Può essere fattibile in un paese come Vo’ Euganeo (un comune che conta poco più di 3 mila abitanti n.d.r), ma non certo in una città come Milano e in una regione come la Lombradia. I risultati dei test effettuati a Vo’ dimostrano che gli asintomatici sono contagiosi? No, non lo dimostrano. Per esserne certi non avremmo dovuto isolare Vo’ Euganeo. L’isolamento è stata la scelta giusta, ma in questo modo non abbiamo prove sulla contagiosità degli asintomatici. Il risultato positivo ottenuto è dovuto all’isolamento, che ha limitato il contagio, e non dal fatto di sapere se le persone fossero positive o meno.
Difatti, per evitare la diffusione del virus, noi oggi osserviamo un distanziamento sociale pur senza sapere se le persone sono affette da Covid-19 o meno.
Al di là del tema asintomatici, sarebbe comunque fattibile effettuare tamponi a tutti in Italia?

No, ci sono delle problematiche pratiche che lo impediscono. Le strumentazioni, dicevamo, ci sono, ma le aziende non potrebbero fornire una quantità di test diagnostici tale da coprire tutta la popolazione. Inoltre a volte non si considera che anche sui laboratori di microbiologia, oltre che sugli ospedali, c’è molta pressione. Gli operatori ormai non fanno altro che produrre questi dati, a ciclo continuo. Infine, se venissero testati tutti gli asintomatici entrati in contatto con pazienti sintomatici e poi le persone entrate a contatto con gli asintomatici positivi, inizierebbe una catena di controlli che non finirebbe mai e che non avrebbe un senso reale dal punto di vista epidemiologico.
Per questo è giusto effettuare test mirati, come dice l’Oms, e riservarli ai casi sintomatici. C’è poi un altro aspetto. Tutti vorrebbero fare il tampone per stare tranquilli, ma il fatto di essere negativi in un dato momento non vuol dire essere immuni. Non sarebbe una rassicurazione per il futuro, al contrario, se un test risultato negativo venisse interpretato in questo modo si correrebbe il rischio di far abbassare la guardia alle persone che magari ridurrebbero le misure e le cautele igienico sanitarie importanti per evitare la trasmissione. Ciò che è fondamentale fare quindi, lo ricordiamo, è attenersi alle raccomandazioni del ministero. Distaccamento sociale, lavarsi le mani, non uscire di casa.”
Breve sunto: no tamponi alla popolazione tutta, quarantena ai contatti e a chiunque presenti sintomi simil-influenzali, politica dello STATTACAS per tutti.
Terzo interrogativo: com’è possibile non offrire dati epidemiologici corretti e puntuali?
Il bollettino isolano. Non si deve chiedere una via di trasmissione preferenziale, bensì un canale di comunicazione unico, ufficiale tra laboratori e presidio. E se non c’è, si deve PRETENDERE! Non si può essere sommari e aspettare che la voce del vulgo diffonda la notizia corretta! Si generano panico, confusione e diffidenza.

Altra breve considerazione, per i cittadini: non vi servono le fotografie, con tanto di WANTED scritto su, dei casi positivi. Le autorità competenti tracciano le liste dei contatti stretti o sospetti; se fate parte di questi, saranno loro a contattarvi. Quindi nel dubbio, STATEV A CAS O STESS.
Concludo.
Quello che si evince dall’incrocio della lettera delle autorità isolane con il discorso del Presidente De Luca, è l’ assenza di comunicazione e di comprensione tra le due parti. Se il problema deriva dalla scarsità o dalla inadeguatezza di risposte da parte della azienda sanitaria locale, queste si devono PRETENDERE, CHIARE TEMPESTIVE E UFFICIALI! Rischiate solo di far emergere che a livello locale si sappia poco o nulla di quanto si doveva, si deve e si dovrà effettuare al fine di garantire un controllo del contagio in condizioni di sicurezza ed efficacia. Quindi maggiore comunicazione con la Regione, ma che sia ben strutturata, attraverso domande e richieste ben poste, al fine di ottenere risposte chiare e soprattutto attuabili sul territorio. E, qualora queste risposte tardino ad arrivare, alzate la voce. Basta cincischiare!

1 commento

  1. In realtà il dubbio che resta, riguarda purtroppo le persone che presentano sintomi lievi e che autoguarirebbero spontaneamente, causando però il contagio verso altri, familiari in primis.
    Queste persone quindi andrebbero sottoposte a tampone preventivo, solo ai fini della riduzione dell’eventuale catena del contagio.
    Ovviamente con prelievo domiciliare, sia per non intasare il PO, sia per evitare che proprio nel triage, si possa verificare un possibile contagio, qualora dovessero risultare negativi…

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