Ischia, nessuna colonna infame

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Gaetano Di Meglio | Per me è diventata una battaglia personale. Difendere l’identità dei positivi al Covid-19 deve essere un impegno di tutti. Per fortuna, se vogliamo usare questo termine, a me la legge me lo vieta. Quindi potrei fregarmene del sentimento che si diffonde in giro e suo sociale, potrei sfruttare un po’ la paura delle persone agitando la scimitarra della parola “contagiato”, o “caso”, o “positivo” ma ho deciso di non farlo.

Non lo farò perché è più importante continuare a difendere diritti sacrosanti che cedere al populismo, alla massa, alla popolazione, alla sua fobia di sapere e alla smania di indicare il colpevole. Non lo farò e ho scelto di non seguire più la corsa alla notizia sul caso positivo sia perché non ci sono fonti e dati ufficiali, sia perché, contribuisce ad alimentare il mostro che si agita sulle bacheche social di molti che si ciba di nomi da associare a volti da evitare, ghettizzare, emarginare, isolare.

Non lo farò perché dimostreremo di aver vinto questa battaglia quando non sarà più una colpa essere contagiati, quando nessuno chiederà più il nome di tizio o di caio.
Sapere il nome del contagiato, infatti, non serve a nessuno. Quando tizio viene trovato positivo in seguito al tampone effettuato, il sistema delle istituzioni lo intervistano e isolano i contatti stretti definiti da un rigido schema unico per tutte le epidemie. Da quel momento scattano gli avvisi i contatti stretti e i singoli vengono avvisato di mettersi in quarantena. O meglio, obbligati a restare in isolamento (nel box, trovate la spiegazione di cosa significa essere “contatto stretto”).

Da ciò ne scaturisce che le “popolazioni” dell’isola (e non solo) possono vivere lo stesso la loro emergenza senza sapere tizio come si chiama o come fa di cognome. E questo vale per tutte le emergenze e per tutte le zone. Ma, anche in questo caso, si legge e si sente di chi invoca una “deroga alla violazione della privacy” perché siamo su un’isola! A follia si aggiunge follia.
In Italia ci sono oltre 40mila positivi e non mi sembra esista la lista di proscrizione dei malati di coronavirus.
Però, la paura di ognuno di noi, la stessa che spinge più di uno a uscire di casa per le cose più assurde, che ci spinge a non rispettare le regole vorrebbe avere la meglio.
La tesi più diffusa di quelli che reputano giusto passare sopra la dignità dei malati è questa: “se io so che tu sei malato, io mi posso mettere in quarantena”. Per mettersi in quarantena, ovvero rispettare le regole, ovvero non uscire di casa e limitare i propri spostamenti c’è bisogno di sapere di poter essere a rischio? Non funziona così! Per niente. E il tuo stare a casa è molto meno importante del diritto alla dignità e alla privacy di chi sta vivendo ore difficili e complicate.

Il titolo di questo articolo, come molti avranno capito, è mutuato dal più saggio “Colonna Infame” di Alessandro Manzoni. La storia è la stessa. Uguale. Non c’è alcuna differenza.
Sapere il nome del contagiato perché, forse, l’hai incontrato in fila da qualche parte o perché hai avuto un contatto di qualsiasi genere, non ti serve a nulla perché, volendo, saresti potuto essere TU la causa del suo contagio e TU, non avendo sintomi, non lo sai e sei un pericolo, forse, meno del positivo perché ora è in isolamento insieme ai suoi contatti stretti e ti senti “libero” di andare.
Ma, seguendo l’evolversi di questa rincorsa al sapere (c’è qualche media locale che si permette anche di mettere le iniziali! Assurdo!) inutile, ora fa capolino anche chi indosserebbe la t shirt con la scritta “ho il coronavirus” e lo direbbe sui social network.
Vi prego, fermate quest’altra follia.

Il pericolo maggiore, oltre a quello dell’attivazione in automatico di una escalation di violenza (non solo social) contro se stessi, è quello dell’attivazione un meccanismo, più pericoloso per l’ordine pubblico e la sanità pubblica. Solo al pensiero dell’autodenuncia, senza motivo, ci troveremmo con centinaia di persone auto convinti di aver avuto contatto con la persona e di essere contagiati.
Lasciamo che la scienza ci indichi la strada e che la storia, che è sempre “magistra vitae”, ci insegni ad evitare gli errori del passato. Ci insegni a non cadere in quello sprofondo di buio dove la dignità delle persone viene calpestata, dove il dolore viene ignorato e dove “mors tua vita mea” diventa l’unico modo di agire e di vivere.
Già l’ho scritto. Nessuno tocchi i positivi da coronavirus. Nessuno giochi con la dignità delle persone. Nessuno tocchi la loro identità. Nessuno pensi di riabilitare quella “colonna infame”.

5 Commenti

  1. In una città italiana di cui non ricordo il nome, qualcuno ha segnato con della pittura la porta di casa di una persona infettata col Coronavirus. Questo gesto mi ha fatto pensare a momenti della Storia non tanto lontana e durante la quale gli istinti più squallidi e vigliacchi si scatenavano contro una categoria di persone…
    Grazie Gaetano per quest’articolo con il quale concordo pienamente.

    • Quella della vernice sulle porte di casa delle persone infettate è una fake news o bufala che dir si voglia. Senza nulla togliere al bell’ articolo di Gaetano. La privacy è sacra non si ha bisogno di sapere chi e cosa per di rispettare le regole. Basta il buon senso.

      • Grazie per aver corretto. Da ora in poi staro’ più attento. Oltre a dovere proteggersi dal virus, dobbiamo pure pensare a proteggersi dalle bufale dei cretini.

    • Infatti agli ebrei ho subito pensato rimanendo molto scioccato e triste dopo aver letto l’articolo su Castiglione d’Adda senza mai pensare che potesse trattarsi di una bufala. Che triste questo periodo in cui per di più alcuni si divertono mandando bufale sulla rete.

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