Ischia, l’isola incantata nello scritto di Jean Paul

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Elena Mazzella | Sul finire del diciottesimo secolo, lo scrittore bavarese Friedrich Richter Johann Paul, in un suo viaggio in Italia, dedica un poetico e lirico brano titolato “Ischia”. Il brano, pubblicato nel 1796 ne “Il discorso del Cristo morto”, descrive le bellezze del golfo di Napoli che lo scrittore ammira e vive a bordo di una navicella che, con vele spiegate, lo conduce in un fantastico viaggio verso l’isola d’Ischia, accompagnato dalla luce divina del sole e della luna, dove il giorno rappresenta un tulipano e la notte un giglio.

Di seguito ne riportiamo lo scritto integrale, preziosa fonte storica di notevole interesse che va ad aggiungersi ai tanti racconti di viaggiatori stranieri che ad Ischia dedicarono scritti e memorie.

“Una notte chiara, incomparabile! Le stelle bastavano da sole ad illuminare la terra, e la via lattea d’argento. Un unico viale, intessuto di pampini, conduceva alla città meravigliosa. Ovunque si udivano uomini, ora parole vicine, ora un lontano cantare. Da neri boschi di castagni su colline imbiancate dalla luna gli usignoli si davano la voce.

Una povera creatura addormentata, che avevamo preso con noi, sentì queste melodie dal profondo del sogno e cantò all’unisono, svegliandosi: si guardò allora intorno confusa, sorridendo dolcemente, col cuore ancora colmo di musica e di sogno. Su un tenue, lieve carro con due ruote passò allegramente un vetturale, in piedi sul timone, cantando. Già le donne, nella frescura, portavano in città canesti pieni di fiori; nella lontananza che avevano intorno profumavano interi paradisi floreali; e il cuore e il petto aspiravano, insieme al profumo, il filtro d’amore dell’aria tiepida.

La luna era alta nel cielo, luminosa come un sole, e l’orizzonte era indorato di stelle – e in tutto il cielo senza nubi si ergeva sola, a oriente, la cupa colonna di nuvole del Vesuvio.

Nel cuore della notte, dopo le due, attraversammo per tutta la sua lunghezza, la città meravigliosa, in cui continuava a fiorire la vita del giorno. Gente allegra riempiva le strade – i balconi si scambiavano canzoni – sui tetti fiorivano fiori, alberi tra i lamponi e le campanelle delle ore prolungavano il giorno, e la luna pareva riscaldare. Solo di tanto in tanto ci imbattevamo, tra i colonnati, in un dormiente che pareva intento alla sua siesta.

Dian, pratico delle usanze del luogo, fece fermare presso una casa sul lato sud, vicino al mare, e si inoltrò nella città, per ritrovare vecchie conoscenze e organizzare la partenza per l’isola in modo tale che, proprio al levar del sole, potessimo contemplare dal mare, in tutta la sua ricchezza, la stupenda città col suo golfo e le sue lunghe coste. L’ischitana si avvolse nel suo velo azzurro, per proteggersi dalle zanzare, e si addormentò sulla sabbia nera della riva. Io passeggiavo davanti e indietro, solo; per me non c’era notte né casa. Il mare dormiva, la terra pareva sveglia. Nel fuggevole chiarore (la luna calava già verso Posillipo) contemplavo quella divina città di frontiera del mondo delle acque, quella montagna di palazzi che s’inerpicava fin dove l’alto castello di Sant’Elmo occhieggiava bianco dal verde del fogliame. La terra cingeva il bel mare con due braccia; sul braccio destro, il Posillipo, portava fiorenti vigneti fin dentro le onde e le navi del mare e se le attraeva sul petto. Sull’orizzonte la puntuta Capri giaceva nell’acqua come una sfinge e sorvegliava la porta del golfo. Dietro la città il vulcano fumava nell’etere, sprizzando tra le stelle scintille intermittenti. Poi la luna calò dietro gli olmi di Posillipo, la città oscurò, il clamore della notte si spense, dei pescatori sbarcarono, spensero le loro fiaccole e si coricarono sulla riva, la terra parve addormentarsi, mentre il mare si svegliava. Un vento proveniente dalla costa sorrentina sollevò le onde tranquille, la falce di Sorrento baluginò più chiara, illuminata insieme dalla luna e dal mattino, simile a praterie d’argento, la colonna di fumo del Vesuvio fu soffiata via dal vento e dalla montagna di fuoco una lunga, pura aurora si distese sopra le coste come sopra un mondo sconosciuto. Oh, era l’albeggiare del mattino, colmo di giovanili presentimenti! Il paesaggio, la montagna, la costa, simili a un’eco, non dicono forse all’anima sillabe tanto più numerose tanto più lontane si trovano? Come sentivo giovani il mondo e me stesso, e tutto il mattino della mia vita si era concentrato in quel mattino! Il mio amico tornò, tutto era stabilito, i marinai erano giunti, Agata venne destata alla gioia e ci imbarcammo, mentre l’aurora incendiava le montagne, e con le vele tese dalle brezze del mattino la navicella si slanciò in alto mare. Prima ancora che avessimo compiuto il periplo del promontorio, il cratere del Vesuvio proiettò lentamente nel cielo un figlio ardente, il sole, e mare e terra si infiammarono. Il semicerchio di Napoli coi palazzi color dell’aurora, la sua piazza del mercato fatta di vele palpitanti, il brulichio delle sue fattorie sulle pendici dei monti e sulla riva e il suo trono verdeggiante di Sant’Elmo, si drizzò orgoglioso tra due montagne, davanti al mare. Compiuto il periplo di Posillipo, l’Epomeo d’Ischia si levò in lontananza come un gigante del mare, cinto da una foresta e con una testa calva e bianca. A poco a poco apparvero sulla superficie immensa le isole, una dopo l’altra simili a villaggi dispersi, e i promontori si tuffarono audacemente nel mare. Ora si dischiudeva, più possente e più vivo di ogni arida, isolata terraferma, il regno delle acque, le cui forze tutte, dalle correnti e dalle onde fino alla singola goccia, sono ingranate tra loro e si muovono insieme. Elemento onnipotente eppure dolce! Tu ti scagli rabbiosamente contro le terre e le inghiotti, e coi tuoi giganteschi tentacoli abbracci tutta la sfera terrestre. Eppure domini le selvagge correnti e le dissolvi in onde, giochi dolcemente coi tuoi figlioletti, le isole, e giochi con la mano che pende dalla fragile gondola, e man mano le tue piccole onde, che giocano davanti a noi, poi ci portano e poi giocano dietro di noi. Quando passammo davanti alla piccola Nisida, dove un tempo Bruto e Catone cercarono rifugio dopo la morte di Cesare, quando superammo l’affascinante Baia e il castello incantato dove un tempo tre romani decisero la divisione del mondo, e il promontorio su cui sorgevano le ville dei grandi romani, e quando cercammo dietro di noi la montagna di Cuma, dietro la quale Scipione l’Africano visse e morì nel suo Linternum, dissi al mio amico – Che uomini erano quelli! … Soltanto in anime come queste i sentimenti valgono quasi più delle azioni; qui un romano potrebbe essere grande piangendo di gioia! Dian, dimmi, ha forse colpa l’uomo moderno di vivere così tardi, dopo le loro rovine?-

Giovinezza e rovine, un passato che si disfaceva e l’eterna esuberanza della vita rivestivano la riva di Miseno e tutta la costa immensa, sulle urne cinerarie infrante di morte divinità, sui templi crollati di Mercurio, di Diana, giocavano l’onda gioiosa e leggera, il sole eterno, antichi pilastri di ponti, solitari nel mare, colonne ed archi solitari pronunciavano gravi parole nel rigoglioso fulgore della vita… Davanti a me si dispiegava la divina esuberanza e varietà nel mondo, le corde frementi della vita erano tese sulla cordiera del Vesuvio e di Posillipo, fino all’Epomeo. Improvvisamente un singolo colpo di tuono scoppiò nel cielo azzurro, sopra il mare. La ragazza mi domandò: “perché impallidite, è soltanto il Vesuvio”. Ma c’era un dio vicino a me, anzi, il cielo, la terra e il mare mi apparvero come tre divinità, una divina tempesta mattinale sfogliò sonoramente il libro dei sogni della vita, e dappertutto io lessi i nostri sogni e le loro interpretazioni.

Il suo sogno fu un canto interminabile, che cantava se stesso: il mattino è una rosa, il giorno un tulipano, la notte è un giglio, e la sera è nuovo un mattino.

Finalmente il sogno lo precipitò in un lungo sonno. Tardi nel buio aprì gli occhi, ringiovanito come un Adamo nel paradiso terrestre, ma non sapeva dove si trovava. Udiva lontano una dolce armonia, profumi sconosciuti percorrevano l’aria, guardò fuori, il cielo scuro era cosparso di stelle dorate, simili a fiori di fuoco, sulla terra, sul mare si libravano eserciti di luci, e nel profondo della lontananza una viva fiamma era immobile nel mezzo del cielo. Un sogno sconosciuto mescolava ancora lo scenario reale con uno scenario scomparso; Albano traversò la casa silenziosa e deserta, continuando a sognare e uscì nella campagna come su un’isola incantata. Furono allora gli usignoli, col loro canto a richiamarlo in questo mondo. Ritrovò il nome d’Ischia”.

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