L’inverno a Ischia è sempre stato un tempo lento, quasi sospeso tra la fine di una stagione e l’inizio della successiva. Un periodo in cui l’isola cambia volto, si svuota, abbassa i toni e si prepara a ripartire. Ma quello di quest’anno appare diverso. Più lungo, più freddo, più piovoso, più faticoso da attraversare. Non solo per il calendario, ma per l’atmosfera che si respira camminando tra le strade e i vicoli, dove il silenzio pesa quanto il rumore d’estate.
Il meteo ha avuto un ruolo decisivo. Le piogge sono state frequenti, il cielo spesso coperto, le temperature più basse del solito. Ischia, che di norma gode di un inverno relativamente mite, si è ritrovata avvolta in un clima umido e rigido, capace di spegnere l’entusiasmo (anche quello degli Ospiti che di solito amano prenotare le loro vacanze con largo anticipo) e rendere ogni giornata simile alla precedente. Il mare agitato, il vento, la luce che tarda ad arrivare al mattino e se ne va presto la sera hanno costruito uno scenario quasi nordico, lontano dall’immaginario dell’isola solare.
Ma a pesare di più non è solo il freddo. È la sensazione di vuoto che si incontra guardandosi intorno. Dal Porto al Ponte, le serrande abbassate sono diventate sempre più numerose. Alcune, come ogni anno, sono chiusure stagionali. Altre invece raccontano una storia diversa: quella delle attività che non riapriranno più. Negozi sfitti, edicole chiuse per sempre, ristoranti spenti, locali che hanno smesso di credere in una ripartenza immediata. Ogni vetrina vuota è una piccola ferita nel tessuto economico e sociale dell’isola.
Il centro, che d’estate si trasforma nel cuore pulsante di Ischia, assume d’inverno l’aspetto di una città in pausa forzata. Le strade sono silenziose (quasi spettrali), le luci meno intense, i passaggi più rari. Chi resta vive un tempo rallentato, fatto di abitudini ripetute e di attese. L’inverno non è solo una stagione: è una prova di resistenza, soprattutto per chi lavora nel turismo e dipende da pochi mesi per sostenere tutto l’anno. E il traffico del centro, in particolare quello nell’asse viario tra i Pilastri ed il Porto, è sempre lì presente, pronto a ricordarci che il tempo passa ma ben poco cambia nella gestione della cosa pubblica.
In questo contesto, la Pasqua diventa una data simbolica. Il weekend del 5 aprile è visto come l’inizio ufficioso della nuova stagione turistica: la riapertura di molte attività, l’arrivo dei primi visitatori, il ritorno di una certa vitalità. Ma quest’anno l’attesa è accompagnata da più domande che certezze. Cosa porterà davvero la primavera? Quante attività riusciranno a ripartire? E con quale forza? E soprattutto: che tipo di stagione sarà per Ischia, dopo un inverno così lungo e faticoso?
Quello in corso, così freddo e piovoso, ha messo Ischia davanti alle sue fragilità, ha mostrato quanto l’isola sia sempre più legata a un’economia stagionale e ad una forbice temporale sempre più stretta, nonché quanto sia difficile immaginare un futuro stabile senza una vera continuità. Eppure, proprio nei mesi più duri, emerge anche un’altra Ischia: quella che resiste, che si adatta, che non smette di aspettare.
Un’isola che, anche quando sembra ferma, sta in realtà trattenendo il fiato in vista di una nuova e sempre più enigmatica partenza. Non oso immaginare cosa passi per la mente dei datori di lavoro che sentono mancare il terreno sotto i piedi, quanto a stabilità economico-finanziaria delle proprie aziende. E non vorrei essere nei panni di un dipendente e delle sue crescenti incertezze su un futuro lavorativo a tinte sempre più fosche.
Ma questo, amici Lettori, è il destino di chi ha scelto di amare nostalgicamente questo scoglio, al punto da stringerci un patto di fedeltà assoluta e non sempre ricambiata, di restarci fino in fondo, di accettarne pregi e difetti incondizionatamente per poi rendersi conto che è lui a tenertici attaccato senza pietà come l’ultimo dei mitili.



