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Iniziamo col dire basta a dire “ora basta”. Del dolore di Manuel non ne parliamo ora

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In questi lunghi 12 anni di giornalismo locale ho raccontato diverse tragedie. La prima è stata quella dell’alluvione di Casamicciola Terme. Quella in cui è morta Anna De Felice, poi tante altre. E non ne ricorderò i nomi perché non serve a niente.

Siamo un popolo che dimentica, che fa spallucce, che se ne fotte.
Così, per dircelo, 100 metri prima del luogo dell’ennesima tragedia, dove si porteranno fiori, tshirt e dolori c’è un costone pericoloso. Lo deve mettere in sicurezza la Città Metropolitana. Lo deve fare da anni, ma a noi che ce ne fotte.
50 metri prima del prima del luogo dell’ennesima tragedia, dove si porteranno fiori, tshirt e dolori qualche hanno fa crollò un masso sulla carreggiata. E’ rimasto li per mesi.

Non credo al rapporto ACI che cita la SS270 come una delle 5 strade più pericolose d’Italia. Credo, però, a chi dice che quella curva è stata progettata male e che nessuno, mai, ci ha messo mano. E oggi non credo neanche a chi vorrebbe farlo.
Ma la morte di Manuel Calise, l’ennesima morte sulle nostre strade, ha prodotto (per quanto ho visto negli anni e in queste ore) la stessa, identifica, patetica, strumentale e zozza reazione da parte chi non ha il dolore che gli sta bruciando la pelle, che gli sta consumando il respiro e gli sta frantumando il respiro.

Ci sono uomini e donne che oggi, ma come sempre nel passato e speriamo mai più nel futuro, che meritano rispetto e silenzio.
Ieri sera ho bloccato uno dei tanti saccenti che voleva dare lezioni e che, ad ogni articolo di incidente, se ne usciva con la cazzata della sera e la soluzione del momento.
Anche questa volta la ridda delle soluzioni a buon mercato o in offerta post black friday è stata molto affollata. Le abbiamo letto sui social, qualcuna l’abbiamo anche ascoltata.

Eppure mi piacerebbe che la morte di Manuel Calise fosse messa in standby per un mese. Forse anche per due. Perché ha imparato che sull’onda delle emozioni non si prendono le grandi decisioni. Perché oggi è facile mettere il petto in fuori e dire la propria. Ma poi? Poi il nulla.
E viviamo nel nulla. Viviamo nel niente di fatto.
Siamo reduci da tre incidenti automobilisti che non ci hanno scosso, ma che ci hanno colpito.
L’auto che è volata giù a Via Iasolino, quella che si è ribaltata al Cretaio e quella che ha fatto strike sulla litoranea. Tre incidenti legati al sabato sera. Tre incidenti legati alla serata “fuori” e, senza voler entrare troppo nei casi specifici, 3 incidenti che, volendo, uno se lo poteva lontanamente immaginare. Ma nessuno di noi avrebbe mai potuto immaginare uno alle 1.40 di normale giovedì d’inverno. Strade deserte, fredde, vuote per lo più.

Ma credo che questa sia la volta di lasciare il facile entusiasmo e di iniziare a fare sul serio. Spero che si eviti di agire in scia a questo dolore. Il dolore può essere una fonte e una forza per iniziare ma mai un buon consigliere. E lo abbiamo visto e detto troppe e troppe volte. Ora è il tempo di non fare niente. Di lasciare che per un tempo il dolore ci insegni qualcosa. Di tenere sospeso il tempo e di attendere. Un’attesa vigile a attiva che ci permetta di conservare il dolore e di organizzare meglio ciò di cui abbiamo bisogno.

Leggendo, qualcuno in mala fede (come la maggior parte di quelli che commentano leggendo solo il titolo e poi atteggiandosi a censori e commentatori), potrebbe pensare che tutto questo voglia suggerire di non fare nulla. Tutt’altro! C’è da fare tanto. C’è da rimboccarsi le maniche e tornare a parlare di sicurezza stradale.

Bene, partendo da un assunto: tutto quello che abbiamo fatto è stato sbagliato e non è servito a nulla. O, almeno, dopo aver un primo effetto momentaneo è diventato evanescente.
C’è molto da fare ma bisogna farlo in maniera diversa. Ci vuole un altro registro. Un’altra partenza.

Questa volta, senza fare alcun paragone con il passato, credo ci sia una consapevolezza maggiore. Questa volta, complice anche la pandemia, i nuovi ritmi e la percezione del reset che abbiamo tutti avuto, ho la sensazione che possiamo iniziare a cambiare. Che possiamo iniziare a rivoluzionare il nostro modo di guidare. Anche se, sempre più spesso, la pace di Via Michele Mazzella viene stracciata dal rumore di qualche “Abarth” di queste che sgomma e accelera.
Le nostre strade sono segnate da tanti piccoli, troppi, altari. E dopo ogni colpo abbiamo detto: “ora basta”.
Ecco, iniziamo col dire “basta” a dire “ora basta” per poi dimenticarcene dopo 48 ore.

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