Inchiesta Gelormini, emergono sviluppi di indagine. Scoperto il famoso mister X?

Dalle conversazioni intercettate dalla Guardia di Finanza si era parlato insistentemente di un consulente giuridico che veniva chiamato dagli imprenditori, preoccupati su come gestire le loro imprese e quali operazioni potessero essere portate a conclusione. Stando ai rumors investigativi, “mister X” altri non è che un magistrato. Si valuta se i suoi consigli fossero leciti oppure tendessero a favorire gli imprenditori amici. I difensori del commercialista Gelormini contestano il provvedimento che lo ha spedito a Poggioreale. Ritenendo che la competenza è del tribunale di Napoli Nord

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Paolo Mosè | Per il sostituto procuratore della Repubblica John Henry Woodcock e ancor di più per il giudice per il giudice per le indagini preliminari De Angelis sussistono le esigenze cautelari per mantenere ancora detenuto nella struttura circondariale di Napoli Poggioreale il famoso commercialista napoletano Alessandro Gelormini. Esigenze dettate dal pericolo di inquinamento probatorio e sono alla base della misura di aggravamento della detenzione dell’indagato, che è passato dagli arresti domiciliari al carcere.

Una tesi fortemente contestata dal collegio difensivo, che osserva che non vi è alcuna correlazione in ordine all’aggravamento della misura, con l’imposizione del carcere, in quanto originariamente la detenzione domiciliare era stata disposta da altra autorità giudiziaria. Vale a dire dal gip presso il tribunale di Napoli Nord. La correlazione che intende far emergere la Procura del capoluogo campano non ha alcuna attinenza con l’indagine espletata dal sostituto Woodcock, in quanto l’episodio a cui si fa riferimento nella misura ultima si basa su episodi che non hanno nulla a che vedere con la corruzione dei due sottufficiali della Guardia di Finanza, che è l’unico reato per il quale il tribunale del riesame aveva individuato la competenza. Ordinando la trasmissione degli atti sulla corruzione a Napoli. Quindi se vi era da predisporre un aggravamento della misura, questa sarebbe dovuta essere la procura della Repubblica di Napoli Nord, presentando esplicita richiesta al gip del tribunale stesso. Questo non si è verificato, secondo la difesa, in quanto il gip del tribunale di Napoli ha ritenuto di accogliere l’istanza non valutando bene quali erano le circostanze che avrebbero visto il Gelormini attivarsi con una certa sollecitudine per cercare di apparare ulteriori guai, mettendosi in contatto con altri imprenditori ai quali avrebbe chiesto determinate attività non meglio specificate in modo che non venisse aggravata la sua posizione. Nonché di altri imprenditori che ufficialmente sono tuttora indagati presso la Procura di Napoli Nord e di potenziali altri imprenditori che sarebbero comparsi nelle ultime settimane sotto la lente d’ingrandimento degli inquirenti.

LA COMPETENZA
Siamo di fronte ad un confronto sulla competenza ad operare nell’ambito investigativo-giudiziario. Ed è una questione che molto probabilmente non può essere sciolta nell’ambito della giurisdizione della Corte di Appello di Napoli, ma dalla sola Suprema Corte di Cassazione, eventualmente si giungesse a richiederne una pronuncia. Come appare palese in questa fase dal collegio difensivo che difende il noto commercialista. Il quale a sua volta si ritrova contemporaneamente sottoposto ad indagini e a provvedimenti cautelari di ben due distinte procure della Repubblica. Il grosso dell’indagine resta comunque ancorato a Napoli Nord, dove gli inquirenti si sono soffermati sulla gestione di alcune società di importanti imprenditori da sempre clienti del commercialista e anche pubblici ufficiali. Per la gestione di società che a un certo punto scomparivano all’orizzonte venendo messe in liquidazione o condotte “dolcemente” al fallimento, ma con la variante di salvaguardare e difendere i beni più succulenti che finivano di volta in volta a questa o a quella società, ponendole al riparo da alcuni creditori che vantavano somme di denaro da quelle società sottoposte a concordato o fallite.

Il più grosso creditore, ovviamente, come accade di solito, è lo Stato, che avanza un bel po’ di quattrini per tasse non pagate, per non aver rispettato pedissequamente le disposizioni fiscali e tributarie e quindi gli imprenditori sanzionati. Da ciò che emerge dalle due indagini parallele, il tutto veniva azionato al solo scopo di mantenere questi passaggi un po’ ingarbugliati nell’ambito della sanzione amministrativa e cercando in tutti i modi di evitare che si arrivasse ad un’indagine penale. Ed è quello che è stato tentato di fare, e ci sono riusciti in parte, nell’accertamento predisposto dalla Guardia di Finanza nei confronti di un altro noto imprenditore napoletano, Francesco Truda, anche lui agli arresti domiciliari.

LA LETTERA A DI LEVA
In questo caso specifico, e che è poi l’elemento che ha scatenato tutte le altre attività investigative, il Gelormini si era attivato con una certa dimestichezza nell’agganciare i due sottufficiali delle fiamme gialle che stavano procedendo alla verifica di alcune società collegate al Truda, che seppur non essendo di fatto amministratore, lo era nei fatti. E nell’accertamento che venne svolto dai segugi dell’Arma, si scoprì che erano state commesse gravi irregolarità da sottoporre essenzialmente e preventivamente all’ufficio di Procura. In questo caso specifico Gelormini si sarebbe adoperato per convincere due militari a concludere la verifica in modo tale da evitare che scattasse l’inchiesta penale. Mantenendo le sanzioni solo nell’ambito amministrativo.

Che certamente avrebbe provocato il solito contenzioso con l’Agenzia delle Entrate con ricorsi e controricorsi alle varie Commissioni tributarie.
Per la difesa del Gelormini questo è l’unico episodio che di fatto si è consumato in tutte le sue sfaccettature nell’ambito della competenza della procura della Repubblica di Napoli. Ed è in quest’ambito che il sostituto Woodcock avrebbe dovuto indagare e mantenere fede alla misura coercitiva originale, in ossequio all’ordinanza del tribunale del riesame. La presunta attività inquinatoria, quindi, che avrebbe posto in essere il Gelormini, che avrebbe più volte sollecitato l’altro imprenditore sorrentino Salvatore Di Leva con messaggi direttamente o per interposta persona per muoversi in un certo modo, raccogliere documenti e quant’altro. Ma l’elemento importante che ha indotto il sostituto Woodcock è per così dire un “pizzino” (per la verità era una lettera molto circostanziata) che una persona di fiducia del Gelormini stava per consegnare al Di Leva.

Siccome le verifiche sono state fatte senza tralasciare alcun aspetto, telefoni cellulari, di abitazioni, di uffici e l’innesto a go-go di trojan hanno consentito ai militari della Guardia di Finanza di conoscere quale fosse la strategia del commercialista. Adottando un’attività di indagine molto usata per non dare nell’occhio, per così dire. Attesero che il “corriere” del Gelormini uscisse dalla sua abitazione e una volta messo in macchina, veniva fermato a diverse centinaia di metri di distanza come un normale controllo ad un posto di blocco istituito questa volta da finanzieri in divisa e con auto con i colori di istituto. Controllo dei documenti, ma il vero obiettivo era tutt’altro. Proseguendo in una perquisizione all’interno dell’abitacolo e sullo stesso emissario. Mollato solo quando la famosa letterina veniva recuperata e l’autista del veicolo accompagnato in caserma per ulteriori accertamenti.

LA MAZZETTA
E tutto parte, dunque, su questa storia di rapporti, accordi che furono sanciti tra Alessandro Gelormini, che nella qualità di commercialista di fiducia dell’imprenditore Francesco Truda, si incontrava con i due finanzieri Giuseppe Muriello e Saverio D’Avanzo convincendoli a non essere troppo duri con il Truda. Cercando una strada più accomodante che non fosse quella dell’apertura di un’inchiesta penale. E tutto questo avveniva all’interno del suo studio privato al centro direzionale, a pochi passi dalla Procura, ove di fatto si sarebbero consumati i reati di corruzione e istigazione alla corruzione che è alla base della complessa contestazione e su cui molto probabilmente potrebbe aprirsi il famoso vaso di Pandora: «Perché, in concorso fra loro ed in esecuzione di un medesimo disegno criminoso con i delitti di cui ai capi che precedono, il Mauriello Giuseppe ed il D’Avanzo Saverio, militari in servizio presso il I Gruppo della Guardia di Finanza di Napoli, nella loro qualità di pubblici ufficiali, ottenendo la somma di denaro di € 4.000,00, consegnata dal Gelormini Alessandro, promotore dell’accordo corruttivo, per conto del Truda Francesco, al fine di concludere 18 verifica fiscale nei confronti della società “S.A.M.I.R.”. formalmente amministrata dal Truda Francesco, mediante la redazione di un processo verbale di constatazione, fedelmente riproduttivo degli accordi intervenuti con il Gelormini Alessandro, all’interno del quale: non si rilevava la sussistenza di condotte penalmente rilevanti rappresentate dall’annotazione nelle scritture contabili di 2 fatture per operazioni inesistenti emesse dalla “Teleservizi s.p.a” del valore complessivo di euro 519,720,59. con conseguente registrazione di costi inesistenti, che venivano qualificati dai militari operanti quali “non inerenti”, al fine di evitare di inoltrare all’Autorità Giudiziaria la comunicazione di notizia di reato; si indicava falsamente che le operazioni di inizio c conclusione della verifica si erano concentrate nella giornata del 3 marzo, al solo fine di far figurare che il ravvedimento operoso era avvenuto prima del loro inizio per evitare l’inoltro ai loro superiori gerarchici dell’atto ispettivo di cui al punto precedente; ricevevano denaro per compiere un atto contrario ai loro doveri d’ufficio».

GLI SVILUPPI
Il buon Alessandro Gelormini è stato sentito da Woodcock in una chiacchierata per tastare la possibilità, o meglio la disponibilità, del Gelormini ad aprirsi, ad iniziare a confessare per aprire altri filoni, capire se fossero stati commessi ulteriori reati e con chi in particolare.

In questo frangente che va dalla fine di luglio, quando gli atti sono arrivati per competenza a Woodcock, e fino a quando non ha richiesto la misura di aggravamento con la detenzione in carcere, la Procura e i militari delle fiamme gialle hanno lavorato intensamente utilizzando “lunghe orecchie” per ascoltare le conversazioni che si facevano. Per carpire se vi fossero altri soggetti coinvolti e che si stavano attivando per coprire loro stessi o altri sodali. Ma c’è di più: scoprire eventualmente la sussistenza di importanti coperture che potessero essere utili ad evitare altri scossoni giudiziari. Nell’ordinanza notificata a Gelormini, che ha consentito la visita a Poggioreale, si parla di un misterioso personaggio “X”, il quale sarebbe diventato in questo arco temporale il consulente giuridico e ciò sarebbe emerso da una serie di registrazioni ove si sarebbe dimostrato disponibile a determinati incontri per esprimere il proprio parere giuridico sulla vicenda e su alcune società che interessavano alcuni imprenditori. Una consulenza avvenuta al di là del ruolo che attualmente ricopre. Stando ai rumors, il famoso personaggio “mister X” che è diventato un consulente giuridico, altri non è che un magistrato, di quelli che conoscono abbastanza bene la materia sulla quale ha dovuto dare delle risposte in ordine a delle precise domande degli imprenditori. Molti si chiedono: è reato dare un consiglio ad un imprenditore che potenzialmente può essere indagato? Se è un consiglio su una materia ben precisa per avere una lettura più chiara della sua applicazione, siamo nell’ambito del lecito. Ma se invece la consulenza era tesa ad ottenere dei suggerimenti per come evitare guai giudiziari su un problema peraltro sottoposto alla verifica della magistratura, ebbene siamo in un contesto che non ha nulla di lecito.

Quest’ultimo capoverso di questa storia infinita è comunque al vaglio dei magistrati inquirenti, i quali dovranno accertare se questo “mister X” definito magistrato, debba essere necessariamente sottoposto ad indagini ed iscritto nell’elenco degli indagati. A quel punto la Procura di Napoli dovrà necessariamente spogliarsi delle indagini se il collega opera nell’ambito del distretto, la cui competenza è della procura della Repubblica di Roma.

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