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In viaggio con la penna: ecco il Laboratorio di scrittura fantastica

Iscrizioni alla Libereria Pierini entro il 15 febbraio, lezioni il 20 e 21. Il Cicerone? Gianluca Caporaso. Che al Dispari racconta…

Pasquale Raicaldo | Tenetevi forte. Perché il diario di viaggio è di quelli sensazionali. «Proprio così: attraverseremo i mondi di Borges, Rodari, Jodorowsky, Munari, Perrault, Carroll, Swift. Inventeremo mondi nuovi e per un attimo ruberemo agli Dei il privilegio della scintilla». Mica male. Il Cicerone – perché certo c’è bisogno di un Cicerone – è uno scrittore di talento. E fantasia. Si chiama Gianluca Caporaso, è l’autore – tra l’altro – dei deliziosi “Appunti di geofantastica”, in cui si è divertito a giocare con l’iniziale caduta di Ischia, già Mischia o Fischia, e così via. Vive a Potenza. Laureato in Scienze della comunicazione a Salerno e specializzato in Comunicazione e Marketing al Master UPA-Cà Foscari di Venezia, si occupa attualmente di solidarietà, progettazione culturale e di scrittura. Scrive testi per le infanzie e testi dedicati al viaggio, ai luoghi.
Sarà lui a condurre per mano, con la regia di Barbara Pierini e della sua “Libereria” di Forio, in via Marina, gli aspiranti scrittori per un laboratorio di scrittura fantastica unico nel suo genere.
Una primizia per la nostra isola (iscrizioni entro il 15 febbraio, lezioni il 20 e 21 febbraio, per info e prenotazioni libereria@libero.it, 081/5071247). Ne abbiamo parlato con lui. E – neanche a dirlo – è stata una chiacchierata fantastica.
Scrittori e aspiranti tali. A Ischia, luogo già destinato ai viaggi. Stavolta, però, da qui si parte. Con cosa, nella valigia?
«Beh, ogni scrittore ha bisogno di attrezzi, di un repertorio rispetto al quale percorrere le due direzioni della parola: quella della selezione e quella della combinazione.
Il primo strumento necessario è sua maestà il Vocabolario, da intendersi come competenza lessicale.
Il secondo è quel patrimonio formulare e immaginifico che prende il nome di Retorica.
Uno scrittore, infine, lascia sempre un vuoto nella sua valigia. Non deve dimenticare la nostalgia della parola fuori dalla superficie. La nostalgia del tempo in cui la parola era totalità sensoriale e non mero trionfo della vista, così come accade alla parola in pagina».
E dove siete diretti?
«Diciamo che qualunque percorso compia, il viaggio dello scrittore termina sempre nella forma. Uno stile, un genere, un modo evidente in cui si dispongono le parole e le loro combinazioni.
Relativamente alle forme, è necessario dire che bisogna mettere da parte una visione “esistenziale” delle forme come creature che nascono, crescono, maturano, scompaiono in un determinato periodo e in un determinato luogo.
Le forme sono delle piazze sempre aperte, in ogni luogo e in ogni tempo. Si pensi al genere fantastico da Luciano di Samosata (II sec. dopo Cristo) a Borges. Infine, in qualunque forma si muova, lo scrittore ha sempre come traguardo la felicità. Anche quando racconta le cose più tristi e tragiche del mondo, lo scrittore cerca di farlo dentro la forma più felice possibile».
Felicità, già. Attraverso la penna. Attraverso la fantasia. Quanti modi differenti esistono, per raggiungerla scrivendo?
«Walter Benjamin sostiene che i grandi narratori appartengono a due categorie: il mercante navigatore e l’agricoltore sedentario.
Il primo è il soggetto della superficie, del cambiamento, del nomadismo, dello scivolamento, dello sradicamento. Il secondo è il soggetto della fissità, della radice, dell’approfondimento.
Il primo è figlio del vento. Il secondo è un albero danzato dalla vita.
Insieme fanno tutte le letterature possibili.
Sempre in merito alla letteratura, sottolineandone la necessità, Benjamin accenna ai chicchi di grano che, pur conservati per millenni nelle tombe dei faraoni, non hanno perso il potere germinativo originario.
La metafora del seme in narrativa è molto diffusa. Anche Cortazar parla di semi narrativi che devono contenere alberi giganteschi e, riferendosi ai racconti, raccomanda la Significanza, vale a dire la necessità che il racconto contenga verità universali anche quando racconta di cose spicciole».

Caporaso 2
Cos’è la letteratura?
«Un deposito di fiocchi di neve, un luogo in cui è ancora possibile trovare conchiglie con il mare impigliato dentro».
Bella immagine. Come quella della scrittura come viaggio.
«Del resto i viaggi nel fantastico mettono l’uomo nella condizione di affrontare la realtà allo stesso modo in cui Perseo affronta lo sguardo di Medusa. Non in modo diretto, ma in modo indiretto e mediato dalla parola. Le fiabe, ad esempio, mettono di fronte all’esperienza della paura, della crudeltà, del tradimento, del viaggio, dell’inganno, dell’amore, della disobbedienza, del desiderio, dell’intelligenza, della forza, della furbizia e così via».
Ma il racconto non deve necessariamente legarsi a mondi fantastici…
«Raccontare è sempre e comunque un attraversamento del fantastico. Raccontare è costruire legami per il tramite delle storie, andare ad afferrare le formule con cui prendere in giro la morte, produrre alfabeti nuovi in gradi di inaugurare albe inaudite, realizzare memorie condivise, diventare consapevoli del fatto che la scrittura e la narrazione sono lo strumento per essere insieme all’Altro».Caporaso
La scrittura come viaggio. Un’altra metafora che la convince?
«Quella con la sartoria. Trame, tessuti narrativi, fili del racconto, intrecci e tanto altro ancora, sembrano arrivare da un’antica e comune origine che intorno al 500 prima di Cristo, per esempio, vedeva le pelli di capra non solo come indumenti per il vestiario degli antichi Greci, ma anche come uno dei primi supporti alla scrittura.
Ancora: i Rapsodi non erano inventori di macchine narrative, ma abili tessitori di racconti.
Andando avanti nel rapporto tra sartoria e narrazione incontriamo Penelope che tesse la tela di giorno e di notte la scioglie in inganno per chi la desidera in sposa dopo la scomparsa di Odisseo.
E incontriamo anche Sharazade che si condanna pericolosamente al matrimonio con il principe pur sapendo che corre il rischio di morire e di non vedere l’alba dopo la prima notte.
E invece Sharazade racconta e salva la vita. Non appena arriva la notte comincia a tessere la sua tela di racconti che irretisce e seduce il principe, fino al punto di tenerlo in attesa della notte successiva per il proseguimento dei racconti. La storia andò avanti così per 1000 e una notte..
In questi intrecci magici di fili e parole c’è qualcosa che richiama la figura del ragno, la sua ragnatela.
Il ragno punta la preda e sta. Costruisce un reticolo di segni e calcolare la traiettoria della preda, la balistica del suo cadere nelle trappole dei segni. Il ragno non attacca. Attende. Così come attendeva Penelope, come attendono gli innamorati. Il ragno costruisce una tela e dentro la tela chiude la sua possibilità di movimento. Perché la scrittura porta in pegno anche questo sortilegio. Chi scrive poco alla volta si scrive. Il segno messo in gioco arriva a segnare il destino della scrittura. Per lo scrittore vale lo stesso incantesimo che colpisce il giocatore e il seduttore. Nessuno giocatore può essere superiore al gioco. Nessun seduttore può essere al di sopra della seduzione. Tutti i giocatori finiscono giocati. Tutti i seduttori finiscono sedotti.

La scrittura scrive. Il segno segna. È il sortilegio di chi traduce in linguaggio la vita».



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