Imma e Rocco

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Vincenzo Acunto | Immacolata e Rocco sono due nomi molto comuni nella nostra area geografica. Sono balzati all’attenzione del grande pubblico televisivo in quanto due registi, Marco Bellocchio e Simone Spada, hanno dato questi nomi a due attori protagonisti (del sud Italia) di due fiction televisive dai titoli “Imma Tataranni sostituto procuratore” e “Rocco Schiavone”.
Incarnano le figure di un sostituto procuratore ed un vice questore, nell’esercizio delle loro funzioni di pubblico ministero che opera in una città meridionale “Matera” e di un commissario di polizia partenopeo che opera in Val d’Aosta. I dati auditel attestano che sono molto seguite e testimoniano come, in un Italia, gli eventi di cronaca giudiziaria riscuotono sempre maggiore interesse nell’opinione pubblica.

Le argomentazioni che si danno del vasto interesse del pubblico, per spettacoli di tal genere, si possono sintetizzare in due specie. La curiosità morbosa di chi ama spiare dal buco della serratura i guai degli altri e chi, invece, anela a una implosione del sistema utilizzando la forza di altri. La prova di quanto detto è riscontrabile dal maggiore interesse giornalistico che si nota se si arresta un politico o un personaggio noto rispetto a quando si restringe un povero cristo.
Io resto sempre più esterrefatto di fronte al dilagare di programmi che utilizzano argomenti di giustizia, al fine di “share”e quindi di introiti pubblicitari.

Non ricordo a memoria, quando ero ragazzino, che la cinematografia avesse tra i temi centrali gli eventi di giustizia che erano considerati un argomento di studio e di riflessione solo tra addetti ai lavori, come le funzioni religiose erano di appannaggio dei soli preti. La cronaca giudiziaria occupava pochissimo spazio sui giornali, nei radiogiornali e meno ancora nei telegiornali (ove nessuna immagine relativa ad un delitto era esposta).
Soprattutto: c’era molta attenzione agli orari di diffusione. Il principio era quello di evitare effetti emulativi di gesta assassine e di evitare allarmi nell’opinione pubblica. La mia generazione è venuta su senza patire “gap” particolari. Chi manifestava indole aggressive, pur non vivendo in contesti sociali stimolanti il crimine, spesso erano risolte con un “paliatone” salutare. Quel che, qui, mi preme sottolineare è come due registi, di diversa estrazione culturale, hanno creato due personaggi che pur essendo fortemente in contrasto con la realtà di oggi, sono accettati dall’opinione pubblica che ne segue le vicende. Se da un lato li fanno apparire quasi anacronistici o buffi, dall’altro fanno risaltare, per entrambi, i successi professionali che conseguono con i loro metodi. Che poi è la cosa che chiede l’opinione pubblica anche al di fuori del cinema. Nella fiction, Imma Tataranni è un P.M. della procura di Matera che opera con mezzi ridotti ed in una realtà fortemente condizionata dalla politica. Non a caso il procuratore capo (magistralmente interpretato da Buccirosso) tenta, in vario modo, di stemperare l’irruenza del suo sostituto che, non badando eccessivamente al look personale o alle “serate di società” (per le quali manifesta viva insofferenza), e utilizzando la vecchia tecnica dell’investigatore, non convoca gli imputati o le persone che a vario titolo possono sapere qualcosa su di un crimine, ma si reca da loro percependo, oltre al racconto, una serie di umori e di circostanze che alla fine la rendono vincente. Acquisisce, battendo il territorio palmo a palmo, tutti gli elementi necessari e, sempre, scopre il responsabile del delitto che assicura alle patrie galere. Rocco Schiavone interpreta un commissario di Polizia un po’ “bordeline” (che sa essere gentile con le persone perbene e di pari livello con i mascalzoni) che, usando vecchi, quanto efficaci, sistemi di indagine riesce a scovare i criminali e ad arrestarli. Come mai i due registi risaltano gli stessi aspetti?

Ricordo che ero bambino e nella mia casa di S.Angelo non c’era ancora l’energia elettrica. Mia mamma si manteneva in contatto col mondo attraverso una mini radio transitor che gli era stata regalata da un fratello con la passione per le radio. Con quella radiolina, ella, sempre appassionata (come ancora oggi) di cronaca giudiziaria, seguiva le sorti del cosiddetto “delitto Martirano” successo a Roma nel 1958, del quale la radio dava notizia solo dopo le 21 di sera quando già si era a letto. La polizia giudiziaria, senza i mezzi di oggi, scoprì che l’elettrotecnico milanese Raul Ghiani, poi condannato all’ergastolo con il mandante, ingaggiato dal marito della Martirano, Giovanni Fenaroli, da Milano aveva raggiunto Roma in treno, si era recato a Via Monaci ove abitava la donna, l’uccideva e, sempre in treno, era rientrato nella stessa giornata a Milano. Due mesi dopo il fatto era stato arrestato. Oggi, nonostante i progressi della tecnica, ogni evento di cronaca nera diventa uno spettacolo nel quale intervengono magistrati, criminologi, avvocati e tecnici di ogni genere che disquisiscono di indagini appena avviate, di azioni investigative, di possibili errori o di omissioni. Il fascicolo del processo diventa un copione cinematografico che bisogna far girare in fretta in quanto il palcoscenico chiama.

La cinematografia per suo conto offre, con spettacoli continui, spiegazioni dettagliate che aguzzano sempre di più l’ingegno di chi si prepara a commettere un crimine che purtroppo sono in crescente aumento. Siamo legittimati a porci qualche domanda? Come è possibile che pur aumentando i mezzi investigativi i crimini aumentano e una causa dura un’eternità, tanto in penale quanto in civile?

Il ricordo (quel maledetto arzigogolare della mente che i saccenti, quando non gli garba, sminuiscono con gesti di ipocrita superficialità) di non molti anni fa è ancora vivido nella mia mente ed obbliga a fare dei raffronti con l’oggi. Nelle cause possessorie ed in quelle di urgenza il giudice (che allora si chiamava pretore), con il fascicolo sottobraccio, si portava sui luoghi di causa con gli avvocati (interessati) ed un carabiniere e, in poche battute, si rendeva conto se la tutela invocata era fondata o meno ascoltando anche qualcuno che abitava in zona (un po’ come fa la Imma Tataranni della fiction). La fase cosiddetta cautelare o di urgenza si chiudeva in meno di una settimana. Oggi durano anche anni e vengono infarcite di consulenze tecniche, prove testimoniali ed altro che il codice non prescrive come indispensabili e che spesso sono utili solo a drenare soldi.

Perché tutto ciò? La prima risposta che mi sento di dare, avendo avuto, per diversi motivi, l’opportunità di frequentare uffici giudiziari, è che, è sempre più difficile imbattersi in personaggi come “Imma Tataranni o Rocco Schiavone” della finzione cinematografica. Se ce ne fossero un po’ di più, forse, si convincerebbe lo stesso giudice Davigo che ogni assolto è un innocente e non uno che l’ha fatta franca e certamente le cause durerebbero di meno.

acuntovi@libero.it

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