La recente polemica suscitata dalle dichiarazioni della ministra dell’Università, Anna Maria Bernini, durante il suo intervento ad Atreju ha riacceso il dibattito sul futuro dell’accesso alle facoltà italiane di medicina. Sebbene le sue citazioni, mal digerite dai più, possano essere considerate fuori luogo e poco felici, non possiamo permettere che il clamore su di esse oscuri una questione ben più grave: la riforma dell’ingresso a Medicina, ormai necessaria da anni.
Se da un lato la ministra avrebbe certamente potuto evitare alcune dichiarazioni, dall’altro è impossibile ignorare la pretestuosità delle istanze sollevate dalla protesta degli studenti, intervenuti alla manifestazione di Fratelli d’Italia con l’intento di far sentire la loro voce riguardo a una riforma attesa da tempo ma che in questo preciso momento rappresentava una fin troppo ghiotta occasione di contestazione verso l’operato del governo Meloni.
In Italia, l’accesso alla facoltà di Medicina è regolato da un test che, pur avendo l’obiettivo di selezionare i candidati più preparati, ha finito per diventare un ostacolo insormontabile per molti giovani talentuosi, frustrati da un meccanismo che, più che premiare il merito, ha sistematicamente favorito chi ha accesso a risorse economiche e sociali superiori, alimentando da anni una “fuga di cervelli” verso università estere ma anche un circolo vizioso di baronie accademiche e raccomandazioni, creando un ambiente pronto a penalizzare i più meritevoli ma privi di mezzi e conoscenze “in alto loco”.
Se, in passato, il test di ingresso voleva rappresentare un filtro necessario, oggi è ormai evidente che non abbia mai funzionato come strumento equo di selezione. In molti casi, infatti, i giovani medici che superano il test non sono sempre quelli con la preparazione migliore, ma spesso quelli che possono permettersi anni di corsi privati o preparazioni extra o… qualche solida spintarella.
Ciò non vuol dire che la selezione debba essere abbandonata, ma di certo ripensata, così come il dicastero della Bernini sta provando a fare. Le proteste degli studenti, quindi, non possono e non devono essere strumentalizzate dai partiti dell’opposizione o da una visione politicizzata del caso, ma devono considerare un bisogno di cambiamento che non può più essere ignorato, anche in relazione alla necessità di considerare sì le nuove modalità di selezione, ma anche il sempre più scadente livello di preparazione di gran parte dei nostri giovani che ottengono la promozione alla maturità e che oggi, da potenziali nuovi medici del futuro, si lamentano che i nuovi test selettivi siano troppo difficili per almeno due terzi di loro.
Nessuna riforma è perfetta al primo acchito e le difficoltà di un cambiamento radicale sono comprensibili. Tuttavia, il governo in carica ha fatto sua la necessità di riconoscere che è ormai giunto il momento di affrontare il problema di petto. Chi sta cercando di proporre una riforma dell’accesso a Medicina non sta facendo altro che portare alla luce una realtà che va cambiata. Le soluzioni non saranno facili, ma è necessario cominciare. Solo chi non fa non sbaglia, e se non si inizia, il sistema continuerà a produrre ingiustizie.
La riforma dell’accesso a Medicina è una priorità assoluta. Un passo necessario per garantire l’accesso alla facoltà a tutti i giovani che lo meritano, indipendentemente dalle loro condizioni economiche e sociali. Perché, alla fine, ciò che conta è il talento e la determinazione di diventare un buon medico. Solo con un sistema di selezione più equo, meritocratico e trasparente, potremo davvero dire di aver fatto un passo in avanti verso il futuro della sanità italiana.
E poi, val la pena ricordare la citazione di un celebre docente universitario della facoltà di giurisprudenza all’università Federico II di Napoli, che spesso rivolgeva in aula ai suoi discenti: “Non sarò certo io a bocciarvi. Ci penserà la vita!”







