Il protocollo della discordia. Calcio e covid-19: delusione per dilettanti, giovani e amatori

«Si afferma che occorre allenarsi senza sudare. Sembra proprio che chi ha scritto il regolamento non abbia mai giocato a calcio»

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«Rappresentiamo quasi il 98% del calcio italiano». Una frase che si sente spesso in occasione di consigli federali, di lega dilettanti e avvenimenti in cui si fa riferimento all’articolazione della piramide pallonara. Non è una frase fatta: è il riscontro che il movimento dilettantistico, giovanile e amatoriale rappresentano motore, cambio, pianale, carrozzeria e pneumatici della macchina calcistica italiana. Una macchina che, dopo le dichiarazioni rese meno di due settimane fa da ministro per lo Sport, Vincenzo Spadafora, era pronta a rimettersi in moto. All’apertura annunciata dal ministro per il 15 giugno, a distanza di un paio di giorni dalla sua uscita televisiva, ha fatto seguito un lungo quanto articolato protocollo by Figc rivolto appunto al mondo giovanile e dilettantistico. Un documento dettagliato, forse in maniera eccessiva. Basta dare uno sguardo sui social delle scuole calcio più importanti della Campania e non per rendersi conto che le lamentele sono trasversali. E la motivazione non riguarda unicamente la limitazione agli allenamenti e gli esercizi da effettuare col pallone. Il distanziamento resta così come le tante problematiche da risolvere per consentire una serie limitata di esercizi col pallone. Soltanto un decreto del presidente del consiglio dei ministri potrà cambiare la situazione. L’imminente inizio dell’attività agonistica professionistica ha confuso le idee a praticanti, tecnici, molti dirigenti e addetti ai lavori. Quella è tutt’altra cosa perché alle spalle c’è una struttura che, burocrazia e tecnicismi a parte, comporta dei costi che hanno messo in forse la ripresa delle poche ma importanti partite della Lega Pro. A storcere il naso non sono soltanto i presidenti delle scuole calcio ma anche i gestori delle strutture private, sia di calcio che di calcio a 5, i quali si aspettavano che dal 15 giugno l’apertura alla “partitella” tra amici o ragazzi.

Il portale specializzato “Tuttocampo”, decisamente tra i più seguiti non soltanto perché pubblica risultati e classifiche di tutti i campionati, dilettantistici e giovanili, dalla Val d’Aosta alla Sicilia, ha raccolto una serie di reazioni tutte improntate allo stesso tono. L’avvocato Giulio Destratis scrive: «E venne finalmente il giorno della pubblicazione del protocollo Figc per gli allenamenti nel calcio giovanile e dilettantistico. Quello che era stato promesso dal Presidente del Settore Giovanile e Scolastico Vito Tisci per il 25 maggio. Di solito si dice “Meglio tardi che mai”. In questo caso sarebbe stato meglio “Mai”, perché le misure contenute nel testo sembrano non permettere la riapertura delle scuole calcio o quantomeno comporteranno un notevole aggravio di costi e di responsabilità per le Asd. Anzitutto – prosegue il legale, esperto in diritto sportivo –  il documento non tiene conto che da quando fu pubblicato il DPCM a cui il protocollo calcistico doveva adeguarsi, sono passati quasi 20 giorni e che la situazione sanitaria da allora (fortunatamente) è notevolmente migliorata. Non sono giustificati quindi gli assurdi e dispendiosi obblighi posti in capo alle Società Sportive dilettantistiche che dal punto di vista burocratico, tra le altre cose, devono addirittura: nominare un “delegato per l’attuazione del protocollo” (con notevoli incombenze); individuare un “esperto di misure di prevenzione e contagio da Covid”; avere a disposizione un medico sempre raggiungibile; avvalersi eventualmente di uno psicologo che agevoli la ripresa delle attività».

L’avvocato Destratis conferma quanto scritto su queste colonne in tempi non sospetti: «In merito agli aspetti tecnici poi, la Figc consente solo “le attività con assenza di contatto fisico tra i giocatori”. Ciò nonostante il Ministro Spadafora abbia garantito che dal 15, massimo 22 Giugno, si potrà ritornare persino alle partite di calcetto tra amici. Perché dunque questa limitazione per le scuole calcio? Tutto lascia pensare che, tra qualche settimana, questo protocollo possa essere grandemente rivisto».

A proposito di “distanziamento” il legale puntualizza: «Altro aspetto controverso riguarda le distanze interpersonali. E’ previsto che durante gli allenamenti il mister debba indossare la mascherina e tenersi ad almeno 4 metri (un po’ troppi) dai calciatori, che lavoreranno in piccoli gruppi ed in orari differenti. Il protocollo poi fa una assurda confusione sulle distanze tra i calciatori in campo nelle esercitazioni: si parla prima di “almeno di 2 metri” ma nei paragrafi successivi si passa ai 5, ai 10 ed ai 20 metri. Un caos che dovrebbe costringere gli allenatori a continue misurazioni sul campo. Il paragrafo in cui si enuncia che “è assolutamente vietata qualsiasi pratica che possa incentivare o aumentare la diffusione dei “droplets” (goccioline con il respiro o con la saliva)” è del tutto imbarazzante: praticamente si afferma che occorre allenarsi senza sudare. Sembra proprio che chi ha scritto tale regolamento non abbia mai giocato a calcio». Leggendo e rileggendo i punti salienti del protocollo e ascoltando il parere di giuristi e di chi dovrebbe applicarlo, ci viene in mente un noto paragone di carattere culinario tanto caro a mister Rispoli: come chiedere ad uno chef di preparare un’ottima “Genovese” senza cipolle, oppure una “Bolognese” facendo meno della carne macinata…

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