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Il mondiale che parla ischitano. Nadia Puzella: «Per una donna non è difficile lavorare in Qatar. Anche ai Mondiali di calcio»

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Mentre a Ischia pioveva e le nubi rattristavano lo spettacolo, a Doha si respirava. Parte così la nostra intervista a Nadia Puzella, come quella a Giuseppe Manzi che vi abbiamo proposto nella precedente puntata. Nadia è Lacco Ameno, anche lei impegnata nell’organizzazione del Campionato del Mondo in Qatar e lavora al Fifa Fan Festival. Iniziamo la nostra intervista in videoconferenza proprio con il meteo.

Qui a Ischia ci sono le nuvole…
«Non devi mai chiedere com’è il tempo qua. Questo è il periodo adatto per approfittare delle belle giornate, perché prima si soffocava».

Il mondiale senza stadio è il progetto di Nadia.
«Io lavoro per il Fifa fan Festival, che è l’area ufficiale. Non è uno stadio, ma sarà l’area dove verranno mostrate tutte le partite e l’unica area a Doha dove verranno installati maxi schermi. Ma ci sarà molto di più. Rispetto agli eventi Fifa, questo di Doha avverrà al chiuso. Sarà un’area geograficamente delimitata da barriere. Ma è uno spazio immenso con la capacità di 40.000 spettatori. E dove non ci saranno soltanto partite, ma un Festival a tutti gli effetti. L’unica area dove sarà possibile acquistare e bere anche bevande alcoliche. Ci saranno giochi, intrattenimento per bambini, per adulti, per famiglie, spazi creativi, attività culturali, concerti».

Adesso ti faccio una domanda più “internazionale”, diciamo la domanda classica, “a chi appartien?”. Ti vorrei presentare meglio al pubblico isolano.
«Io parto da Lacco Ameno, precisamente dallo stazionamento dei taxi prima di San Montano».

E la professione? Nadia, che percorso hai fatto?
«Ho studiato a Ischia, poi ho lasciato l’isola e sono stata Milano e Venezia. Ho studiano cinese e ho vissuto qualche anno a Pechino. Poi sono tornata in Italia, a Milano, per Expo 2015 e, dopo qualche sosta in India ora mi trovo qui a Doha».

L’ESPERIENZA DI EXPO 2015

C’è mai stato il sogno, da piccola, da adolescente, di lasciare l’isola, di andare lontano e magari vivere queste esperienze? Si può sognare di fare l’Expo, di andare Cina? Di pensare di gestire un mondiale o comunque di far parte di questa grande macchina? C’è un sogno oppure è soltanto l’essere stati al posto giusto al momento giusto e aver fatto la scelta giusta?
«Secondo me è un mix. Devo dire che da piccola non sognavo di lavorare ai Mondiali, ma sognavo di viaggiare, sognavo di conoscere quante più lingue e quante più culture possibile, di conoscere quanto più possibile del mondo in generale. Per esempio la mia scelta: io sono andata via a 18 anni per studiare lingue all’università e basta. Da lì poi, dopo un periodo di vita in Cina, sono tornata in Italia a lavorare in Expo perché sapevo che il mio paese, a Milano, avrebbe ospitato un evento internazionale unico. Ogni evento è un’occasione irripetibile e perciò sono tornata. Si, ho avuto il sogno e l’obiettivo di lavorare in Expo a Milano. Quell’obiettivo, quel sogno si è poi realizzato e da lì è stata un po’ come una droga, perché è talmente un tipo di lavoro speciale che non puoi resistere. Hai la possibilità di incontrare persone diverse, lingue diverse. Ecco, secondo me, o almeno questo è quello che è stato per me, una volta che si entra in questo mondo, non si riesce più a farne a meno. Mi sono fermata a Milano per 5 anni, sempre nel mondo degli eventi, nel mondo fieristico però, poi, dopo 5 anni ho avuto questo nuovo obiettivo di rientrare nei grandi eventi a Dubai. Expo 2015 è stata un mondo che vive di connessione, di relazioni, che si creano e, come diceva Giuseppe, ti dà la possibilità di incontrare precedenti amicizie e rapporti oltre qualsiasi distanza. Lavorare ogni giorno non è un problema almeno per me, non è un lavoro perché io la mattina sono contenta di andare a lavorare e la sera sono esausta. Ma sono felice di arricchire il mio bagaglio professionale ogni giorno. Su un paese, su una particolare cultura, su una lingua».

UN MONDO NUOVO

Nadia, com’è girare il mondo per una giovane donna, specialmente dove sei adesso? Che difficoltà hai incontrato? Se ne hai incontrate.
«Il mondo qua è un po’ più aperto e posso dire di non aver avuto difficoltà. Mi ritengo una persona abbastanza forte, merito anche dei miei genitori che mi hanno sempre supportato e mi hanno incentivato a uscire dall’isola, ad aprirmi, a conoscere, a studiare e a fare qualche esperienza. Essere donna non credo che mi abbia mai penalizzato. C’erano delle perplessità, non da parte mia, ma delle persone che mi circondavano prima di trasferirmi in Medio Oriente. Per me era un mondo nuovo che non avevo ancora esplorato. Però ci sono delle differenze. Qui verso le donne c’è una forma di sensibilità particolare e bisogna capire la configurazione geografica. Ci sono paesi estremisti come l’Afghanistan e come l’Iran. In questi paesi del Medio Oriente come il Qatar o come gli Emirati Arabi si stanno aprendo. Cioè ci sono delle differenze, ma fanno parte della loro cultura, non sono le donne a essere obbligate. E’ parte della loro cultura avere un determinato tipo di indumenti, comportarsi in un determinato modo o rispettare determinate abitudini, non è un’imposizione. La religione decide e questo vale sia per le donne che per gli uomini. Ci sono tanti, tanti uomini locali che non bevono alcol e ce ne sono tanti altri che, seppur musulmani, decidono di vivere la religione in un altro modo e con un altro livello di spiritualità Qui le donne non sono segregate. Soprattutto a Dubai e negli Emirati in generale la donna penso che arriverà a quel livello. C’è voglia di aprirsi, di attirare più internazionalità possibile e lavorare in questo senso per adattare le regole e le caratteristiche di questa cultura, di questo paese, di questa religione».

Adesso vivi sola. Come riesci a coniugare rapporti affettivi, amorosi, soprattutto senza sapere poi dove andrai?
«Io ho lasciato le amicizie a Milano, dopo sei anni di vita. Lì avevo praticamente un gruppo di amici che era come una famiglia ed è stato questo uno dei motivi che mi ha spinto a restare lì, ferma, per tutto questo tempo. L’idea di cominciare da capo, a 30, in un’altra zona del mondo e ricostruire relazioni da zero, non dico che mi spaventava, però non avendo la certezza di poter ricreare amicizie simili è difficile. Non parlo di relazione amorosa perché quando sono partita non ne avevo nessuna. E adesso è difficile, ecco crearsi una stabilità da quel punto di vista, perché cambiando paese, cambiando città ogni quattro, cinque, sei o sette mesi è difficile. Però se devo dire che mi manca, non è vero. Nel senso che è una vita talmente piena di relazioni e amici e di cose in generale che non sento la mancanza di avere un rapporto stabile, di avere una casa. Cambiano le priorità. In questo momento sento che le priorità sono altre. Sono contenta, sono circondata di persone meravigliose e va bene così».

GUADAGNI IMPOSSIBILI IN ITALIA

In che gruppo di lavoro sei inserita?
«Lavoro per l’Agenzia che è stata incaricata ufficialmente da Fifa per organizzare il Fifa Fun Festival, un’agenzia tedesca, e sono a capo di 40 persone su un progetto che, però, include circa 150 persone senza contare chiaramente fornitori, collaboratori e ditte esterne che stanno lavorando attivamente.
Io gestisco direttamente le persone di quattro aree. Nel momento di live dell’evento, cioè quando diventerà live, mi occuperò di tutti i servizi offerti dal Fun Festival agli spettatori e quindi la pianificazione delle attività dell’Info Point, dell’accoglienza, i servizi di accessibilità; inoltre dirigo i volontari e lo staff super internazionale. Non c’è una nazionalità predominante, credo di essere l’unica italiana e ci sono tedeschi, inglesi, australiani, azerbaigiani, brasiliani, filippini e una lista lunga locale che prevede tutto il mondo arabo. Ecco, è una continua occasione di crescita, di arricchimento culturale e personale, è un ambiente speciale. Bisogna imparare ad approcciarsi nel modo giusto in base alla persona. Abbiamo modi diversi di intendere la vita, il lavoro e quindi sono un po’ di cose che solo con l’abitudine si sviluppano».

Quando torni?
«Torno per il pranzo di Natale, non credo per il 24, ci dobbiamo mangiare questo baccalà internazionale… Immagino che ognuno di noi abbia la propria particolarità. La mancanza della famiglia? Qualcuno potrebbe pensare che a un certo punto tutto diventa più facile, ma non è così. Ogni volta che parto e siamo al porto io, mia madre, mio padre e i miei fratelli piangiamo. La mancanza c’è, ma dopo i primi tre giorni poi passa. La sentivo anche a Milano, ma la mia mancanza più grande è il mare. Ogni volta che potevo, anche viaggiando di notte, anche solo per un fine settimana, tornavo per farmi due giorni di mare a casa. Qui manca meno. Però, ecco, il mare è tutta la mia costante. Non posso vivere in un posto senza mare. Certo poi si, manca la famiglia, manca la casa in generale ed è bello ritornarci. Avere la possibilità di ritornarci alla fine di ogni progetto, per passarvi un po’ tempo».

Economicamente com’è questa vita? Decido di lasciare tutto quello che ho, vengo con te in Arabia, a Doha, resetto tutto. Poi a un certo punto spegni la luce e mi fai tornare a casa. Immagino che anche economicamente ci debba essere un buon ritorno…
«Rispetto all’Italia, la crescita economica che ho avuto da quando ho lasciato il mio lavoro stabile, il contratto a tempo determinato in Italia, è stata esponenziale. Non avrei mai potuto raggiungere certi livelli in Italia, probabilmente neanche dopo anni e anni e anni di carriera. Certo, poi capiti in posti dove la vita costa quel che costa e se non stai attendo spendi tutto. E poi bisogna sempre tenersi una rete di salvataggio, perché non si sa cosa succederà dopo. Può essere che lavori il mese successivo o può essere che passino anche due, tre, quattro mesi».

Quale consiglio daresti ad una giovane ischitana che ha voglia di studiare e conoscere le lingue, conoscere il mondo, viaggiare, staccarsi dall’isola?
«Le chiederei che cosa vuole, se c’è la passione di raggiungere un determinato sogno, un determinato obiettivo. Ecco, se c’è questo motore, non devi avere paura di distaccarti. Di perdere per un po’ il terreno e di abbandonare il proprio nido, perché quello che c’è fuori dall’Isola ti può dare dieci volte di più e quindi farti diventare una persona completamente diversa dai quello che saresti, da quello che io sarei stata».

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