Il Mattei di Casamicciola ricorda la Giornata della Memoria

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Per non dimenticare è il titolo dell’incontro che gli studenti dell’Istituto Tecnico “Enrico Mattei” di Casamicciola hanno voluto dedicare alla Giornata della Memoria, svoltosi nell’aula magna “Paolo Scaglione” della scuola di Via Principessa Margherita. È la vice preside prof.ssa Rosanna Pulicati ad indirizzare il saluto ed aprire l’intensa mattina di eventi, seguita dall’Avv. Nunzia Piro, presidente del Consiglio Comunale di Casamicciola, presente l’assessore al Turismo dott.ssa Nuccia Carotenuto, il Comune di Forio rappresentato dalla dott.ssa Amalfitano.

Ogni anno, il 27 gennaio, le nazioni della vecchia Europa, che seppero riconquistare la libertà perduta a prezzo di inenarrabili sofferenze, alzano l’orribile sudario di morte che avvolse oltre sei milioni di Ebrei e innalzano il Cantico di Israele che non riuscì a raggiungere, in quegli anni mostruosi e apocalittici il Cielo, muto e sordo all’invocazione di un intero popolo oppresso e destinato ai forni crematori. Non è bastata la limitata “resa dei conti” con la storia infame del nazismo e del fascismo; non sono bastati i processi internazionali del dopoguerra per i criminali accusati di genocidio dell’umanità; non sono bastate le “sanzioni” imposte alla Germania, all’Italia e al Giappone, potenze dell’Asse che sconvolsero il mondo intero in un conflitto insensato. No, tutto questo è insufficiente per bollare con il marchio d’infamia un sistema abominevole di odio razziale e di conquiste espansionistiche che tutto travolse; civiltà millenarie, libertà consolidate, tolleranze religiose e politiche instaurate fra i popoli. La Giornata della Memoria risponde a questo quesito. Non si può liquidare l’efferatezza del regime nazista e la dipendenza stomachevole dei paesi satelliti nel pianificare e condurre a morte milioni di innocenti, relegando nell’oblio una parentesi storica di abominio, destinata, al contrario, a vivere per sempre nella coscienza collettiva del genere umano. É questa la “vera condanna” inferta al nazismo e al fascismo, ma anche agli uomini che incarnarono la turpitudine al più alto grado di ferocia umana. Ogni anno, finché ci sarà vita sul nostro pianeta, dovrà essere rinnovellata la pagina nera dell’Olocausto, con la solenne abiura ad ogni forma di violenza e di sopraffazione dell’uomo sull’uomo e la promessa di battersi per la libertà dei popoli contro le dittature che ancora oggi affliggono molti Paesi. Questa è la testimonianza di un ex allievo del Mattei, oggi dottor Giovanni Cricco,  il quale innanzi ad una Aula Magna gremita di studenti ha toccato il cuore di tutti i presenti. Ha rapito l’attenzione di tutti gli studenti in quel momento aleggiava un silenzio quando ha preso la parola esordendo: “Mi chiamo Giovanni Cricco, sono un ex studente del Mattei e ho una grande passione per la storia. Tutto parte dall’agosto del 1944 quando nel piccolo paesino di Nimis, in provincia di Udine, a pochi chilometri dalla Slovenia avvennero pesanti scontri tra partigiani e nazisti. All’inizio i partigiani ebbero la meglio, ma poi i tedeschi si riorganizzarono e sbaragliarono le linee di difesa partigiane. Per rappresaglia i feroci nazisti rastrellarono più di quaranta uomini della piccola cittadina di Nimis, tra cui anche il mio bisnonno Giovan Battista Cricco classe 1899. Queste persone spaventate ed inermi vennero trasportate alla stazione di Udine dove il 4 ottobre del 1944 partirono in treno, stipati come delle bestie, per il campo di concentramento di Dachau in Baviera. Dopo diversi giorni arrivarono nel lager, dove le condizioni di vita erano terribili e disumane. Il mio bisnonno fu successivamente trasferito nel campo di concentramento di Buchenwald, a 400 km di distanza, dove ha vissuto per cinque mesi. A Buchenwald, la vita era un inferno e la concezione di sterminio, in questo lager, passava per i lavori forzati, i detenuti infatti erano costretti a lavorare tutto il giorno fino allo sfinimento e alla morte. Qui inoltre venivano utilizzati come cavie umane per gli esperimenti dei fanatici ricercatori tedeschi. Anche ai bambini è toccata tale sorte, infatti ne morirono a centinaia. La svolta avvenne quando l’8 aprile 1945 i tedeschi evacuarono il campo di concentramento di Buchenwald perché stavano giungendo gli americani. Fecero uscire i deportati e li obbligarono a prendere parte alla marcia della morte, che comprendeva i treni della morte dove in carri bestiame venivano stipate centinaia di persone senza servizi igienici, senza cibo né acqua e soggetti alle intemperie. Anche il mio bisnonno era in quei maledetti treni ed arrivò, dopo venti giorni, al campo di concentramento di Dachau, precisamente il 27 aprile 1945. Nella marcia della morte da Buchenwald a Dachau morirono più di 10.000 persone. Dopo solo due giorni dall’arrivo, il 29 aprile 1945 giunsero gli americani che liberarono il campo di concentramento di Dachau, e in quel momento il mio bisnonno fu un UOMO LIBERO. Purtroppo, complice la fame e gli stenti e un viaggio interminabile, morì da uomo libero due giorni dopo, il primo maggio del 1945, e fu sepolto dagli americani a 2 km di distanza dal campo sulla collina del Leitenberg in una fossa comune. Del mio bisnonno non si seppe più nulla. Dall’ottobre del 1944 furono vani tutti i tentativi fatti da mio nonno agli alti comandi tedeschi, italiani e alla Croce Rossa. Era sparito senza lasciare nessuna traccia. Solo dopo 18 anni di intense ricerche, un laconico comunicato della Croce Rossa Internazionale dichiarava che Giovan Battista Cricco era deceduto per inedia nel campo di concentramento di Dachau. Ma mio nonno Giovanni Cricco, da cui ho preso il nome, dopo quella lettera non si arrese e continuò a fare ricerche sulla storia del padre per tutta la sua vita fino alla sua morte avvenuta 6 anni fa. Dalle sue lettere, inviate a parenti o a ex deportati, si carpisce una sofferenza tale che credo sia inimmaginabile. Gli fu strappato il padre a soli 13 anni e questa cosa l’ha segnato per tutta la vita. Un paio di anni dopo la morte di mio nonno, ho iniziato io a fare ricerche: volevo sapere di più della storia del mio bisnonno che mio nonno Giovanni, a causa dell’atroce sofferenza, mi aveva tenuto quasi completamente nascosta. Così ho iniziato a scavare in tutti gli angoli della casa dei miei nonni, trovando una documentazione incredibile perfettamente conservata. Da tutti questi documenti ho cominciato a ricostruire tutta la storia, dall’inizio alla fine, arrivando al giorno d’oggi ad avere la certezza di dove sia sepolto il mio bisnonno. A seguito di queste ricerche, la mia anima sentì il bisogno di ricongiungersi con la propria storia, così come voleva il nonno, e, per questo motivo, per la prima volta dopo il 1945, il 26 luglio 2016 un altro Cricco ha varcato la soglia del campo di concentramento di Dachau. Un emozione incredibile, che difficilmente si riesce a spiegare a parole. Il cielo ha voluto che esattamente un anno dopo la visita al lager – il 26 luglio 2017 – io discutessi davanti alla commissione la mia tesi di laurea basata proprio sulla storia del mio bisnonno e di mio nonno.

In tutto questo viaggio mi sono sentito accompagnato, come se una mano mi stesse indicando la strada da seguire. Proprio per questo oggi sto scrivendo queste parole, proprio per questo da quattro anni mi sto recando nelle scuole a spiegare che cosa è successo. La memoria è importante perché rende vive le persone che ci hanno lasciato. Io perciò continuerò a ricordare perché voglio sentire mio nonno e il mio bisnonno vivi accanto a me.  Così ho deciso di iscrivermi all’Aned, Associazione nazionale ex deportati, per lavorare insieme a loro nel trasmettere la memoria. Ed è stato proprio il presidente dell’Aned di Udine ad invitarmi a seguire tutto l’iter necessario per far ottenere al mio Bisnonno la medaglia d’onore del Presidente della Repubblica. Domenica 2 giugno 2019 in Piazza del Plebiscito a Napoli, nella cerimonia per la festa della Repubblica, mi è stata consegnata la medaglia d’onore, concessa agli italiani internati nei lager nazisti, in nome del mio caro bisnonno Giovanni Battista Cricco.

Voglio ancora una volta sottolineare l’importanza del ricordare tutte le atrocità e gli abomini commessi, cosicché non accadano più. Le ferite di tali crimini sono ancora aperte, ed io le sento anche dopo 75 anni sulla mia pelle, perché il sangue del mio sangue è stato versato. Bisogna raccontare ciò che è successo, per far sì che le sofferenze patite dal mio bisnonno e da mio nonno non le debba patire più nessuno. Che non accada più”.

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