Il business dell’acqua in bottiglia

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Il 4WARD di oggi mi è stato ispirato da una bottiglia di Acqua S. Pellegrino regalatami anni fa da mio fratello Tony che conservo gelosamente su una mensola in ufficio, perché “brandizzata” in serie limitata da collezione dalla nota griffe italiana di gioielli “Bvlgari”. A casa consumiamo molta acqua S. Pellegrino e ormai da anni la ritroviamo nella maggior parte dei viaggi all’estero, in particolare negli Stati Uniti, dove puntualmente viene definita da tutti come “Pellegrino” nella tipica pronuncia americana dalle “e” mangiucchiate.

Molte sono le realtà campane legate al business dell’acqua imbottigliata: Lete e Ferrarelle, su tutte, sono le etichette nostrane per eccellenza, aziende che vantano fatturati importantissimi e, nel caso dell’azienda originaria di Riardo, titolare del famoso claimLiscia, gassata o…”, un livello di esportazione altissimo. Ma in Campania ci sono state anche realtà che non hanno avuto altrettanta fortuna: solo a Castellammare di Stabia, ad esempio, quando si lascia la SS.145 per raggiungere il Viale Europa, sulla sinistra si possono ammirare i resti del mega-stabilimento della “Faito”, ora ridotto quasi in macerie; e anche la prestigiosa fonte Acetosella, in pieno centro, un tempo vantava un ottimo livello d’imbottigliamento oggi non più presente sul mercato.

Queste riflessioni sono state l’occasione per chiedermi, ancora una volta, com’è possibile che in una realtà come Ischia, laddove ai numerosi bacini termali con oltre trenta polle disseminate nel sottosuolo dell’intero territorio si aggiungono anche alcune tipologie di acque non solo potabili, ma anche estremamente salutari, nessuno abbia mai pensato di andare oltre la semplice fruizione “da fontanella”, oggi limitata a poche, nostalgiche famiglie vecchio stampo. Sia la fonte di Buceto che quella Mirtina rappresentano l’ennesima peculiarità naturale di un’isola sempre più ricca e mal utilizzata, un luogo benedetto da Dio i cui abitanti sembrano preferire, al pari dei loro rappresentanti prediletti (o perlomeno votati), vivere alla giornata senza alcuna forma di iniziativa valida per utilizzare al meglio le risorse del territorio.

Giuseppe D’Ascia, nella splendida “Storia dell’isola d’Ischia” targata 1867 (l’ho sempre detto e scritto: un libro che, nelle scuole ischitane, dovrebbe essere adottato al pari o più dei consueti libri di testo), ci testimonia l’atavica stupidità degli ischitani, allorquando rileva che “undici fonti d’acqua fresca serpeggiavano nell’isola; e siccome poco premea conservarne le sorgenti, ed i nomi trasmetterne a posteri, così non si è dalla storia registrata alcuna particolarità, su queste acque, eccetto qualcuna di principale interesse. Molti di questi rigagnoli -continua piuttosto incavolato il D’Ascia nel prologo del capitolo VII della sua grande opera- furono coverti e sepelliti dalle frane, e dai scoscendimenti dei terreni. Quelle rimaste furono e sono sufficienti, ad animare i campi, a dissetare la popolazione, in quelle contrade, ove altro mezzo manca per provvedersi di tale necessario elemento.

Un’acqua ischitana imbottigliata, al pari del vero “Rucolino” (e perché no, del “Rupis”, il nuovo gin alle erbe ischitane inventato dai geniali fratelli Savastano di “Ischia Sapori”), degli “Spaghetti alla Puttanesca” di Sandro Petti (li ha inventati lui al “Rangio Fellone: lo sapete, vero?), dei veri cosmetici all’acqua termale ischitana, insieme alle proprietà terapeutiche delle cure termali, al solito immortale coniglio e alla sua piperna, insieme alla ricetta del pesce alla “acqua pazza” dalla storia intrisa di ricca povertà e a tutto quanto possa rappresentare un’autentica, indiscutibile tipicità nostrana, potrebbe rappresentare non solo uno strumento di rivitalizzazione dell’economia locale, ma anche e principalmente la parte integrante di un processo di arricchimento dell’offerta turistica ischitana, che proprio dall’esaltazione delle proprie unicità autoctone potrebbe trarre linfa vitale per risalire la china di uno status quasi agonizzante del quale in pochi si sono tuttora resi conto.

Intanto, neppure il Comune di Barano, con la dinasty Gaudioso che regna incontrastata ormai da un quarantennio, ha mai pensato di valorizzare una risorsa come la fonte di Buceto, affidando invece alla mercé dei privati di turno quella -forse più fortunata, grazie a certi privilegi e privilegiati- di Nitrodi. Ma il Comune di Ischia non ha fatto certo meglio con la fonte Mirtina: mentre ancora oggi è sotto gli occhi di tutti l’enorme quantità della sua acqua sprecata ogni giorno nel cantiere del parcheggio della Siena, va ricordato che tutte e tre le amministrazioni Ferrandino degli ultimi dodici anni (quindi sia le due di Giosi che quella attuale di Enzo) hanno letteralmente annientato il prezioso intervento che, con l’Amministrazione Brandi, ponemmo in essere per valorizzare non solo la fonte, ma tutta l’area della pineta ex Villari in cui la stessa insiste da sempre, creando un parco aromaterapico ricco di essenze ischitane attraverso cui passeggiare e respirare piacevolmente, un’arena da settecento posti immersa nel verde e, soprattutto, ripristinammo la possibilità di attingere gratuitamente acqua dalla fonte Mirtina per chiunque volesse non solo dissetarsi, ma anche mettere alla prova le sue proprietà attraverso il trattamento idropinico. Di questo piccolo gioiello, già da anni, è rimasto appena il ricordo.

Scriveva Cesare Pavese: “Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.” Ebbene, più passa il tempo, più mi rendo conto che quel “qualcosa di mio”, quella miscellanea di valori preziosi che da sempre ha scaturito il mio amore viscerale per quest’Isola al punto da difenderla ed esaltarla in ogni dove e, per molti anni, servirla sacrificando tempo e risorse ai danni della mia famiglia e anche di me stesso, oggi sembra svanire progressivamente al punto da diventare impercettibile. E quella che dovrebbe essere la mia gente, i miei conterranei, i compagni di viaggio coevi di un’esistenza il cui pregio dovrebbe spingere a condividere certe grida d’allarme mirate solo a risvegliare il loro orgoglio ischitano, sembrano ormai messi knock-out dall’azione soporifera dell’egoismo e del livellamento verso il basso dettati da una società che, quanto a dignità, rispetto e amor proprio sembra avere ormai poco, pochissimo ancora da dire e dimostrare.

3 Commenti

  1. Le acque del sottosuolo ischitano non sono potabili, poiché inquinate da tutti gli scarichi versati dai noi isolani nel terreno. Provare per credere, preleviamo qualsiasi acqua dell’isola, Piellero, Ciglio, Buceto, (che è stata chiusa per inquinamento proprio da Gaudioso figlio, attuale sindaco di Barano l’anno scorso se non ricordo male). e portiamola ad analizzare nell’unico laboratorio isolano, quello a Testaccio.

    L’unica acqua potabile è quella del rubinetto.

    • L’acqua di Buceto e stata chiusa per fare un favore ai venditori di acqua in bottiglia. Chi e’ il maggior trasportatore di acqua a Barano?

  2. Abbiamo dimenticato che le summenzionate fonti d’acqua sono arricchite da escrementi? Vogliamo anche imbottigliarle e venderle?

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