domenica, Gennaio 25, 2026

Il “Balletto”, l’isola di Ischia da 40 anni sulle punte. Barbara, la prima allieva: Montefusco racconta l’inizio di tutto

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Quarant’anni di palcoscenico, formazione, emozioni e sacrifici. Dalla prima lezione agli spettacoli nei teatri e nelle piazze, “Il Balletto di Ischia” ha attraversato generazioni, costruendo un’eredità artistica e umana

Foto di Mena Del Deo | Compie quarant’anni la storica scuola di danza Il Balletto di Ischia, fondata negli anni ’80 dal ballerino e coreografo Claudio Montefusco. Un anniversario importante che non è solo una ricorrenza numerica, ma il simbolo di un percorso artistico, umano e culturale che ha formato generazioni di giovani danzatori.

«Ci sono delle scorciatoie per la felicità. E danzare è una di esse», scriveva Vicki Baum, scrittrice austriaca del XIX secolo. Una frase che racchiude perfettamente lo spirito che anima da sempre questa scuola: la danza come via per la gioia, come disciplina che unisce tecnica, passione e maturazione personale.

Il Saggio 2025 ne è stata la testimonianza più viva. Sul palco, la felicità si è fatta visibile: negli occhi luminosi, nelle mani tese, nelle movenze fluide, nei sorrisi, nel sudore condiviso e nell’energia collettiva.
Essere parte de Il Balletto di Ischia significa entrare in una grande famiglia, in una scuola dove si cresce come artisti e come persone, con consapevolezza di sé e del mondo.

Nelle serate del 30 giugno e 1° luglio, i vari corsi si sono alternati in scena con un programma diviso in due tempi: il primo ha visto protagoniste le melodie classiche di Puccini, Bizet, Verdi, Mozart, Lombardo e Lear, con coreografie firmate da Toni Fortezza, Carmen Pilato e Laura Di Iorio. Il secondo tempo, Overture — ideato e diretto da Laura Di Iorio — è stato un travolgente omaggio alle colonne sonore premiate con l’Oscar: All That Jazz, Maniac, Happy, Skyfall, The Show Must Go On e molti altri brani iconici, coreografati da Laura Di Iorio, Mirko Riccardi e Raffaella Forte.

La regia e la direzione artistica di Claudio Montefusco hanno dato forma a uno spettacolo teatrale che rappresenta, ancora una volta, il fiore all’occhiello non solo della scuola, ma di un’intera comunità fatta di insegnanti, genitori, allievi e di chi vive, ogni giorno, l’amore per la danza.
In occasione di questo importante traguardo, abbiamo incontrato Claudio Montefusco per ripercorrere insieme la storia, i momenti più intensi e le trasformazioni che hanno accompagnato questi quarant’anni di Balletto ad Ischia.

Quarant’anni del balletto ad Ischia. Una data importante. Proviamo a raccontarla.
“Certo, quarant’anni sono un traguardo significativo. Mi viene in mente anche Peppino De Filippo, che scrisse una commedia intitolata “Quarant’anni: l’anno di Moscova”, dove parlava di una figlia zitella. Anche il balletto di Ischia, con i suoi quarant’anni, dimostra di essere ancora attuale: non è invecchiato, anzi, ci ringiovanisce con il passare del tempo. Questo accade anche grazie alla collaborazione con le nuove leve, che è fondamentale. Senza il contributo dei giovani si rischia di fermarsi, di “arrugginirsi”. Invece, accogliendo nuove idee e nuove energie, si riesce a restare sempre al passo con i tempi”.

Dalla nascita negli anni ’80 a punto di riferimento culturale sull’isola: il Balletto di Ischia festeggia quarant’anni di insegnamento, spettacolo e passione

È fondamentale fare un altro passaggio. C’è stato il balletto ad Ischia per tanti anni. Oltre a Claudio Montefusco, ha significato molto anche Barbara Rumore.
“Assolutamente. Quando ho fondato la scuola, nel 1985, avevo già una sede a Napoli. Chiesi allora ad alcuni miei allievi se qualcuno fosse disposto ad andare a Ischia, perché io ero già impegnato in molte altre attività. Tra questi c’era anche Tony Fortezza, che ancora oggi è il mio braccio destro. Così mettemmo dei manifesti, e la prima persona che si presentò fu Barbara. Aveva 13 o 14 anni. Si iscrisse e le costruii un corso molto bello, intitolato “Il violino e la rosa”, tratto da una mia sceneggiatura. In seguito, Barbara lasciò la scuola per trasferirsi a Roma, dove studiò con altri maestri, tra cui Raffaele Paganini. Dopo un periodo in cui lavorò anche in un centro legato all’artigianato artistico — facendo cose molto belle — tornò. Non era mai stata insegnante da me, così la invitai a farlo, e accettò. È tornata quindi non più come allieva, ma come collaboratrice. Questa, in fondo, è una parte importante della storia di questi quarant’anni”.

Proviamo a fare, come dire, un bilancio di questi quarant’anni.
“C’è davvero tanta soddisfazione e affetto in quello che facciamo. Quando passeggiamo per Ischia, capita spesso che qualcuno ci fermi per strada, anche nei momenti più impensati: è un segno di stima che fa sempre piacere. Ci sono stati anche momenti difficili, come quando Barbara ha deciso di interrompere la sua esperienza con noi. Lei mi chiamava “papi”, considerandomi un padre artistico; mi manca ricevere i suoi messaggi per la Festa del Papà e anche le nostre discussioni, che in fondo erano come quelle tra padre e figlia.

onostante la distanza, ho continuato a pensare a lei e a dedicarle momenti speciali nei nostri spettacoli. È rimasta parte della nostra storia. Dopo quella fase intensa, la vita è andata avanti perché il futuro è già tra le giovani allieve di oggi: qualcuna è già entrata in importanti compagnie, una ad Amsterdam, una in una compagnia contemporanea a Milano, e un ragazzo si sta perfezionando all’Accademia Ucraina. Queste sono soddisfazioni che scaldano il cuore. Quando noto del talento, incoraggio sempre a uscire e confrontarsi con realtà più grandi. Pur essendo una scuola privata, abbiamo collaborato con maestri internazionali e invitato insegnanti dal Teatro San Carlo per diversi anni, per rafforzare la tecnica classica. Aprirsi all’esperienza esterna è fondamentale, altrimenti si rischia di restare fermi. Ho sempre pensato che Il Balletto di Ischia dovesse essere un salotto culturale, capace di ospitare artisti e insegnanti da tutto il mondo. Le étoile, in fondo, nascono spesso in modo spontaneo, e sono certo che molti altri seguiranno le orme di chi ce l’ha già fatta.”

Quarant’anni sono un lungo tratto della vita di una società: bambine che poi diventano donne, poi mamme, che magari portano a loro volta le figlie. Quasi un cerchio che si chiude.
“È una grande emozione. Oggi ci ritroviamo, ad esempio, con Tony, che è più giovane di me ma che ha iniziato a insegnare giovanissimo, a vent’anni. Oggi si trova a scegliere tra le sue allieve le figlie di quelle che furono sue prime allieve: mamme che hanno 50 anni e le cui figlie ora seguono lezione con lui. È una cosa che, da un lato, ti fa sentire il passare del tempo, ma dall’altro ti fa sentire giovane, perché la giovinezza resta viva quando c’è un legame così forte. L’altro giorno, stavamo camminando in via Roma da un negozio è uscita una signora. Mi è venuta incontro con entusiasmo, era una mia ex allieva, oggi ha 48 anni.

Un traguardo fatto di talento, dedizione e centinaia di allievi cresciuti tra le note della musica classica e le sfide della danza contemporanea.

Quando ti accorgi che resti nei pensieri delle persone dopo tanti anni, significa che qualcosa di buono l’hai lasciato. Quest’anno ho voluto condividere con il pubblico una riflessione: per me il pubblico è casa. A Ischia vengo da quando avevo quattro anni e da quarant’anni ci lavoro stabilmente. Questo per me è l’anno dei “quattro zeri”: 40 anni di attività a Ischia, 50 anni d’insegnamento, 60 anni da quando ho iniziato a danzare — avevo dieci anni — e 70 anni d’età. Quindi sì, gioco con tutti i numeri pari con lo zero!”

Quanto i talent, la televisione e i social siano entrati a gamba tesa nel mondo della danza?
“Quando sono nati i talent, sì, sono entrati davvero a gamba tesa. All’inizio sembravano un Eldorado, una meta da raggiungere a tutti i costi. Ma adesso devo dire che le cose sono cambiate: non sono più visti come l’unico obiettivo, anzi, a volte sono percepiti quasi come qualcosa di denigratorio per la danza stessa. Non so se andrei a correggere questa visione, anche perché io stesso ho già affrontato situazioni simili.

Ad esempio, organizzammo un concorso qui a Ischia, portai ospiti importanti: Alessandra Celentano, Kledi e altri personaggi del mondo dello spettacolo. Ma soprattutto, portai il primo ballerino del Bolshoi di Mosca. Nessuno lo conosceva. Quella sera, durante lo spettacolo in piazzetta San Girolamo, presentai tutti i membri della giuria. Quando toccò a Kledi, lo annunciai per ultimo. Lui stesso, salendo sul palco, mi disse: “Maestro, mi chiami penultimo, non ultimo!”. Aveva ragione. Io mi scusai, ma purtroppo lo sponsor lo avevo preso per Kledi. Questo aneddoto dimostra come spesso la fama non coincida con il valore artistico. Gli affetti e il merito, quelli veri, a volte passano in secondo piano. Ma per noi, che viviamo la danza ogni giorno, il cuore resta lì”.

Ecco, lei quando mi dice “Carla Fracci”, mi viene subito in mente l’immagine della danza…
“Carla Fracci è stata — e lo è ancora — un’icona. È come la Coca-Cola: quando si parla di una bibita gassata, si dice “Coca-Cola”, non “Sprite”. Allo stesso modo, quando si parla di danza, si pensa subito a lei. È un’associazione naturale, quasi sacra. Anche se è uscita di scena, non solo dal teatro ma dalla vita, il suo nome resta vivo. È un simbolo. Se oggi vado a Pescara e chiedo a persone di diverse età di nominare una ballerina famosa, mi diranno sicuramente: “Carla Fracci”.”

Oggi, rispetto all’immagine di quarant’anni fa — quando si diceva “la danza è Carla Fracci” — oggi si sente dire “la danza è Roberto Bolle”. È cambiato anche il messaggio della danza al femminile. Si può dire che si sia sdoganato l’uomo?
“Sì, senz’altro. Nell’ambiente culturale e soprattutto in quello popolare, per molto tempo il maschio che faceva danza veniva visto con diffidenza, etichettato, giudicato. Se facevi danza, non eri considerato un “vero uomo”. È un pregiudizio ancora presente in parte, ma va detto che, nel mondo della danza, ci sono tanti uomini omosessuali… come ce ne sono anche in tante altre professioni: avvocati, medici, intellettuali. Non è un tratto esclusivo della danza. La verità è che la gente tende ancora ad associare certi mestieri a certi stereotipi. Ma oggi, direi che all’80%, questa mentalità è cambiata. Non ci si fa più caso. Anzi, molti ballerini che un tempo sarebbero stati criticati sono diventati dei veri sex symbol. Quindi sì, si è sdoganato anche l’uomo nella danza, e questo è un grande passo avanti”.

Ad Ischia, quarant’anni fa quando siete partiti, l’offerta di danza sull’isola era molto diversa. Oggi invece è aumentata. Le chiedo: quanto fa bene, secondo lei, la concorrenza nel mondo della danza?
“Le posso dire una cosa: quando sono arrivato a Ischia era settembre del ’85. Il primo spettacolo lo feci a gennaio, un sabato sera, in un contesto molto semplice. Feci venire ballerini da Napoli, perché con ragazze appena iscritte non potevo ancora creare grandi coreografie. Ma fu comunque una cosa molto bella. Per quanto riguarda la concorrenza, io sinceramente non la vedo come tale. Sull’isola ci sono, non so, forse 15 o 18 scuole. La maggior parte di queste sono state fondate da miei ex allievi. Tranne poche eccezioni, come la scuola di Paolo Massa, dove non è un ballerino a dirigere, le altre sono tutte nate, direttamente o indirettamente, dal mio percorso. Quindi no, non la considero concorrenza. La vedo piuttosto come una costellazione della danza. La concorrenza, quella vera, secondo me non serve a niente. Quello che conta è il contributo culturale e umano che ognuno riesce a dare”.

Come si fa a restare “on stage” per quarant’anni? Qual è il segreto? La ricetta?
“Secondo me, la genuinità. La sincerità. Sono questi i veri ingredienti che ti permettono di durare nel tempo”.

Oggi si parla molto del superamento di alcune regole fisiche nella danza, perché certi canoni possono anche diventare problematici. Un tempo, ad esempio, si diceva che la ballerina doveva essere magra. Questi due elementi, la forma fisica e il sacrificio, sono ancora così determinanti?
“Sì, lo sono. È una legge della natura. Un violinista, se non ha le mani, non può suonare. La danza classica è una scienza perfetta: c’è dietro la fisica, l’equilibrio, la geometria del corpo. Per fare certe cose, servono determinate caratteristiche fisiche. Non parlo di magrezza, ma di struttura. Se una persona non ha un buon collo del piede, non può stare sulle punte. Se non ha il bacino costruito in un certo modo, se la testa del femore non si adatta bene all’acetabolo, allora non potrà fare una spaccata o certe estensioni. La danza è per tutti, certo, ma non tutti sono per la danza”.

Un tempo c’era solo la danza classica. Oggi invece convivono danza moderna, contemporanea, hip hop, street… una vera mescolanza, anche culturale. Tutte queste forme possono davvero coesistere sotto l’unico nome di “danza”?
“Assolutamente sì. È una mescolanza di stili, ma anche di culture diverse, e tutte possono convivere perfettamente sotto il nome di “danza”. Certo, se penso alla decadenza o ad alcune derive commerciali, mi viene da riflettere. Ma la danza è sempre stata vista in modo controverso. Sant’Agostino, ad esempio, la definiva “una follia lasciva”, roba del diavolo. Era decisamente bigotto, ma questo dimostra quanto la danza abbia sempre colpito profondamente la sensibilità culturale.

Poi, negli anni ’70, qualcuno disse una cosa bellissima: “La prima danza è la nascita”. Le contrazioni dell’utero materno sono i primi movimenti ritmici che sperimentiamo, e quelle stesse contrazioni sono alla base della danza contemporanea — che lavora sull’addome, sulla schiena, sulla linea rossa. Insomma, si nasce danzando. Tutto ciò che è espressione del corpo abbinata alla musica può diventare danza”.

Negli ultimi quarant’anni anche la musica è completamente cambiata. Oggi le canzoni durano il tempo di una settimana — forse anche meno. Questo cambiamento ha influenzato anche la danza, che sulla musica si fonda?
“Sì, la musica è cambiata molto e questo si riflette anche nella danza. La classica, legata a composizioni senza tempo, resta stabile, ma per gli altri stili la scelta musicale segue le mode. Oggi molti preferiscono ballare sulle hit del momento, ma spesso noto che anche brani più datati e melodici divertono ancora di più. Credo che la musica non abbia età: se fa emozionare e coinvolge, va bene per danzare. L’anno scorso, ad esempio, abbiamo fatto un saggio sulla storia del Festival di Sanremo e tutti si sono divertiti moltissimo. Quest’anno, ad esempio, abbiamo fatto un pezzo molto particolare: il coro Smile che canta Noah ne “La vita è bella”, cantato dal vivo. È stato un vero pugno nello stomaco, un momento fortissimo”

Maestro — non la chiamo “mister”, ma adesso capirà il senso della domanda — parliamo del rapporto con i genitori. Posso chiederle, anche in modo un po’ presuntuoso: com’è stato il suo rapporto con le famiglie degli allievi?
Devo dire, con sincerità, che mi adorano. Non ho mai avuto problemi con i genitori. È vero, parlando con altri insegnanti, spesso si sentono storie di genitori difficili in altri ambienti… ma da noi, per fortuna, no. Certo, qualche caso isolato c’è sempre, è inevitabile. Una volta, tanti anni fa, ci fu un genitore davvero complicato — lo definirei “confiscato” — ma è stato un episodio singolo. Per il resto, siamo sempre stati tranquilli. Il clima con le famiglie è sempre stato sereno”.

Ma ci sono stati anche casi in cui, pur riconoscendo un talento evidente, i genitori le hanno detto: “Maestro, nostro figlio è portato, però non abbiamo le possibilità…”?
“No, il problema non era quasi mai economico. Quest’anno, ad esempio, è tornata una ragazza molto brava che, anni fa, avrebbe potuto studiare a Roma, ma i genitori hanno scelto per lei un’altra strada, l’università. Spesso la danza non viene considerata una vera professione: anche io, da giovane, mi sono sentito dire di trovare un ‘lavoro serio’. Talento e possibilità raramente coincidono. Però alla fine ognuno sceglie la propria strada. È la vita”

  • Articolo realizzato dalla Redazione Web de Il Dispari Quotidiano. La redazione si occupa dell'analisi e della pubblicazione fedele degli atti e dei documenti ufficiali, garantendo un'informazione precisa, imparziale e trasparente. Ogni contenuto viene riportato senza interpretazioni o valutazioni personali, nel rispetto dell’integrità delle fonti e della veridicità dei fatti.

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