Mi preparo a votare convintamente SÌ al prossimo referendum sulla giustizia. È una scelta che affonda le radici nella mia storia personale e politica, ma che oggi va ben oltre ogni appartenenza.
Sono sempre stato un uomo di centrodestra e per anni ne sono stato anche un esponente politico. Sarebbe facile liquidare la mia posizione come coerente con quella tradizione. In realtà, la ragione del mio SÌ è più profonda: riguarda l’urgenza, non più rinviabile, di una riforma della giustizia che il Paese attende da decenni. Da troppo tempo la giustizia italiana vive in una condizione di lentezza cronica, incertezza delle regole e squilibri evidenti tra poteri.
Cittadini e imprese pagano un prezzo altissimo in termini di fiducia, investimenti, serenità personale. Processi che durano anni, talvolta decenni, non sono un dettaglio tecnico: sono una negazione del diritto stesso. Una giustizia che arriva tardi è una giustizia che spesso non arriva affatto. Eppure, di riforma della giustizia si parla da sempre.
Ogni legislatura ha aperto il cassetto dei buoni propositi, ogni campagna elettorale ha promesso interventi adeguati. Poi, puntualmente, tutto si è arenato tra veti incrociati, timori di scontentare corporazioni influenti e calcoli di opportunità politica. Anche chi, dai banchi dell’opposizione, tuonava contro le storture del sistema, una volta giunto al governo ha poi cambiato tono e priorità. Come il Partito Democratico, che in più occasioni ha modulato le proprie posizioni a seconda della collocazione parlamentare, contribuendo a congelare ogni tentativo serio di riforma.
O come Berlusconi, che ho sostenuto per ventisette anni di fila, e che nel 2008 aveva potere e numeri per rivoltare il sistema come un calzino, ma fu costretto a rinunciarvi. Per questo il referendum non è certo la bacchetta magica che risolverà ogni problema, ma è uno strumento concreto quanto perfettibile per cominciare a imprimere una direzione chiara, l’occasione giusta per rimettere al centro il principio di equilibrio tra poteri, di responsabilità, di efficienza.
Il mio SÌ non è un atto di fedeltà ideologica. Non chiederò a nessuno di votare in base a uno schieramento. Al contrario, credo che questo referendum chiami in causa il libero arbitrio di ogni elettore. Non si tratta di essere di destra o di sinistra, ma di chiedersi se l’attuale stato della giustizia sia soddisfacente.
Se la risposta è no, allora occorre avere il coraggio di scegliere il cambiamento.
Troppo spesso il dibattito pubblico è dominato da narrazioni preconfezionate, da etichette, da slogan che riducono la complessità a tifoseria. Ma la giustizia non è una curva da stadio. È il fondamento della convivenza civile. È ciò che garantisce che i diritti non restino parole sulla carta. Affidare la propria decisione alle tendenze del mainstream o alla disciplina di partito significa rinunciare alla responsabilità personale che il voto comporta.
Io rivendico, invece, il diritto e il dovere di pensare con la mia testa. La mia storia mi ha insegnato e dimostrato il valore delle garanzie, della separazione dei poteri, del rispetto delle regole. Ma oggi, a mio giudizio, quelle stesse convinzioni possono e devono essere condivise da chiunque abbia a cuore un sistema giudiziario più giusto ed equilibrato. La riforma della giustizia non è una bandiera di parte: è una vera e propria, inderogabile necessità nazionale.
Votare SÌ significa affermare che il tempo delle promesse è finito. Significa chiedere coerenza, coraggio, concretezza. Significa, soprattutto, restituire ai cittadini un ruolo attivo in una materia che troppo spesso è stata considerata riservata agli addetti ai lavori. Io credo che la democrazia si rafforzi proprio così: quando ciascuno, al di là delle appartenenze, esercita il proprio giudizio in libertà e responsabilità.
Per queste ragioni, il mio sarà un SÌ convinto. Non contro qualcuno, ma per un’idea di giustizia più moderna, più efficiente, più equilibrata.







