martedì, Aprile 13, 2021

I cinquestelle, la protesta e l’elezione senza vincitori

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Immaginate, però, cosa succederebbe a tutti noi se si avverasse il brutto sogno che tanti dei parvenus della politica che militano nel Movimento Cinque Stelle, i quali mai come nelle ultime settimane hanno dimostrato tutti i loro limiti, riuscissero a conquistare un successo tale da garantirsi la chance di governare da soli il Paese?

Ho scritto questo con dieci giorni d’anticipo rispetto all’esito del voto del 4 marzo, preconizzando quel plebiscito tanto clamoroso quanto inutile ottenuto dai pentastellati al sud. E oggi, per quanto i grillini si stiano dimenando su tutti i fronti per cercare di condizionare le scelte ormai imminenti del Presidente della Repubblica, c’è da prendere atto che se non fosse stato per l’argine posto al nord dalla Lega di Salvini, questi signori avrebbero conquistato una maggioranza schiacciante, ancor più forte di quella ottenuta da Berlusconi in entrambi i rami del Parlamento nel 2008. Ma del fatto che Mattarella sia impossibilitato a placare la loro sete di potere Vi parlerò alla fine di questo editoriale.

Ciò detto, ritengo importante considerare quel concetto di “voto di protesta” che è un po’ sulla bocca di tutti. Sono tantissimi quelli che si incavolano rispetto alla definizione “populista” che viene attribuita ha chi ha scelto di barrare la scheda in controtendenza rispetto agli schieramenti tradizionali. E per certi versi, sono anche disposto a dar loro ragione.

Ma… parliamoci chiaro: protesta verso chi? Io non sono d’accordo con l’amica Anna Fermo quando scrive che il risultato delle ultime elezioni politiche rappresenta “un fallimento che trae le sue primarie motivazioni nella perdita di fiducia da parte del corpo elettorale”, o ancora che “alle elezioni politiche il popolo si libera di ogni pressione e che, volenti o nolenti, i nostri politici sono chiamati alle loro responsabilità, specie locali”. Sono fermamente convinto, infatti, che sia trattato di una protesta pari a quella di chi punta il dito contro gli altri, lasciandone tre puntati contro sé stesso, quasi senza accorgersene. Prendiamo ad esempio il Lazio: nella stessa giornata elettorale, gli elettori di quella regione hanno votato per il rinnovo del Parlamento nazionale e del Consiglio Regionale. Se di protesta si fosse trattato, mi sapete spiegare che senso avrebbe avuto votare M5S da una parte e PD dall’altra? La risposta è presto fornita: non è che il popolo alle politiche si libera di ogni pressione, ma è vero invece che alle amministrative il popolo stesso non intende sottrarsi dalla comodità del voto di scambio e della clientela, che gli riesce facile a due passi da casa e difficile (o indifferente) verso Roma. Altro che perdita di fiducia…

Sono sempre stato uomo di centrodestra e parlo di me proprio per evitare di toccare la suscettibilità di qualcun altro. Se c’è una persona che non ha digerito molte cose, negli ultimi tempi, da parte del proprio schieramento politico, quella sono proprio io. Eppure, alle ultime elezioni, io ho votato Forza Italia e non avrei potuto fare altrimenti: in primis, perché sono ostaggio della mia coerenza; in secondo luogo, perché ricopro un incarico elettivo del Consiglio Regionale in cui rappresento l’espressione di quel raggruppamento politico. La logica impone, prima di manifestare il proprio dissenso, di rompere ogni genere di legame d’appartenenza e poi, mettendoci la faccia, compiere liberamente qualsiasi scelta. Che piaccia o no, funziona così!

Troppo comodo sarebbe contestare il sistema quando si parla del Governo nazionale e poi sostenerlo impunemente sul piano squisitamente locale per garantirsi l’interlocuzione col sindaco, l’assessore, o il consiglierucolo di turno ed assicurarsi i soliti piacerini; esattamente come sputare addosso ai partiti ma conservare la propria figura di tecnico d’area ben retribuito dal loro metodo di assegnazione degli incarichi. Come dire, è una contestazione a corrente alternata a dir poco discutibile, non trovate? Molto spesso, se ci fate caso, non ci rendiamo conto che i politici sono l’espressione del popolo che li ha votati; e l’origine del consenso rivolto loro è la stessa da cui essi traggono spunto per amministrare ad libitum e secondo un criterio di favoritismo e carrierismo ben lontano dalla saggezza del buon padre di famiglia. In altre parole, chi è causa del suo mal, pianga sé stesso, non certo la politica che, se è sporca, lo è anche per colpa di chi l’ha fomentata ad usum delphini.

E per chiudere, Vi riporto la mia opinione rispetto all’ormai imminente incarico che il Presidente della Repubblica conferirà al papapile Premier indicato dalla coalizione che ha riscosso il maggior numero di voti; sperando che, come tanti altri amici su Facebook, questo piccolo remind possa chiarire definitivamente le idee a chi non ci riesce da solo, o forse fa finta di non riuscirci.

1994, 2001, 2008: Berlusconi. 1996, 2006: Prodi. 2013: Bersani. E’ consuetudine ormai consolidata che il Presidente della Repubblica, preso atto del risultato elettorale (dopo un eventuale mandato esplorativo ad una carica istituzionale dello Stato, qualora non vi sia una maggioranza consolidata o sussista un clima di palese incertezza), conferisca l’incarico di formare il nuovo Governo al leader indicato dalla coalizione che ha raccolto il maggior consenso dalle urne. In caso di insuccesso, egli rinuncia al mandato e il Presidente della Repubblica può andare oltre.
Non capisco sulla base di quale criterio, se non quello dell’arroganza politica, il M5S con Di Maio si stia tanto dimenando, vantando a suo favore l’ottenimento di tale mandato al posto del centrodestra. E’ giusto che il M5S esprima il Presidente della Camera o quello del Senato, ma la Presidenza del Consiglio dei Ministri non potrà essere affar suo.
Tuttavia, mi avrebbe fatto piacere offrire ai grillini la chance di governare il Paese, convintissimo come sono che sarebbe la strada più agevole per la loro “normalizzazione” agli occhi di quei tanti nostri concittadini che, votandoli, li hanno elevati agli onori degli altari politici quali marziani, onesti, duri e puri. Oggi, tenerli fuori dal Governo rischia di rafforzarli ulteriormente, consentendo loro di sbraitare ai quattro venti che “è stato impedito di governare al partito più votato d’Italia”.

Chi vivrà, vedrà! Ma una cosa è certa: ancora una volta, abbiamo assistito ad un’elezione senza veri vincitori. Popolo compreso.

 

 

 

 

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1 commento

  1. e sarebbe una cosa giusto ammesso che accada che una volta avuto l’incarico si facciano poi accordi con il PD fino ad ora tanto avversato ? e che le dichiarazioni vengano proprio da un certo dott. Brunetta ” Il PD non può essere emarginato ” IL MATTINO 16.03.2018 ma andiamo un po di coerenza !!

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