Gli Antonio, il Macello e il limbo dei preti | #4WD

4WARD today di Davide Conte di Domenica 15 Dicembre 2019

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La Parrocchia del Buon Pastore, strategicamente, rappresenta una comunità cattolica di rilevante importanza, se si considera che l’abbraccio tra le due Via Mazzella (Leonardo e Michele) comprende anche la Chiesetta del Crocifisso e, di conseguenza, tutte le famiglie tra le zone del cosiddetto “Vecchio Macello” e della “Piripissa”.

Don Agostino Iovene fu il primo parroco di quella Chiesa e rappresentò una specie di Vinavil tra la gente del posto e il culto. Con il suo innegabile saper fare, con i suoi proverbiali bastone e carota sempre disponibili all’occorrenza, riusciva a catalizzare l’attenzione e il rispetto di tutti, tanto entrando nel “Bar Primavera” dell’epoca a dare lo scappellotto al fedele irriverente che giocava a carte quanto ospitando in sacrestia la famiglia rimasta senza tetto e lasciando che, talvolta, la celebrazione della messa domenicale venisse “inebriata” da un insolito profumo di coniglio all’ischitana rosolante nel “tiàno”. La sua opera pastorale fu talmente apprezzata che quando il compianto Vescovo Pagano decise il suo trasferimento a Santa Maria delle Grazie in San Pietro, una folta delegazione della gente del Macello chiese udienza in Episcopio per protestare vivacemente, sentendosi rispondere con una frase lapidaria del tipo: “La mia decisione non cambia. Per voi, più che un parroco, servirebbe un padre missionario”.

E fu il tempo di Don Antonio Angiolini! Lo conobbi alle scuole medie, per qualche supplenza come insegnante di religione. Fece dono a me e ai miei compagni di alcune cartoline del neo-pontefice Karol Wojtyla, nel 1978, raccontandoci di avergli servito messa più volte. Aveva un modo allegro e innovativo di parlare di Dio e a quell’epoca sembrava sicuramente più familiare, meno solenne e forse più gradevole, per ragazzi della nostra età, del linguaggio dei suoi più austeri colleghi.

L’impatto con la gente del Macello attraversò tre fasi ben distinte: all’inizio fu tutt’altro che benvenuto, cosa abbastanza normale dopo il distacco da un “mostro sacro” come Don Agostino. Ma col tempo, Don Antonio trovò il modo di farsi voler bene, grazie ad un’innata cordialità che diventò parte integrante di un approccio schietto, confidenziale e coinvolgente, graditissimo dai fedeli della zona. Secondo molti, questa fase durò a lungo, almeno fino a quando una combinazione di fattori (la perdita della sorella, la malattia della madre e la sua dipartita, oltre alle sue stesse cagionevoli condizioni di salute tra tutti) ne avrebbe cambiato completamente il carattere, rendendolo sensibilmente più scontroso, presuntuoso e spesso addirittura intrattabile. Un modo di fare che, al momento, sembra dividere l’intera parrocchia in due fazioni di uguale entità, una a suo favore e un’altra totalmente contro.

I fatti recenti riguardanti Don Antonio Angiolini, narrati a più riprese dal nostro Quotidiano e in ultimo nell’edizione di venerdì scorso, rimettono oggi la Chiesa ischitana al centro di un momento ad altissima tensione, con una sorta di gestione silente (per voler usare un eufemismo) già adottata per episodi trascorsi e mai sufficientemente chiariti, come quelli di Don Giovanni Trofa e Don Nello Pascale, corroborati -per così dire- dalle “pause di riflessione” in corso per Don Luigi Trani e Don Marco D’Orio. Solo nel caso dell’improvvisa, sopravvenuta paternità di Don Gianfranco Del Neso, proprio il Vescovo Lagnese scese in campo in prima persona per annunciare l’accaduto ai fedeli di Fiaiano. E oggi tutto questo keep silent sembra avvolgere anche le disavventure di un esponente di indubbio spicco del clero ischitano, che già alla messa di ieri sera ha semplicemente annunciato che non sarà lui a celebrare la Novena di Natale, perché andrà “due o tre mesi in ritiro, per poi tornare nella mia parrocchia”. Ecco, forse dalla Curia ci saremmo aspettati maggior chiarezza anche in questo caso, proprio perché tutti confidiamo che nulla venga trascurato da chi è preposto a valutare certi comportamenti e che tutto possa essere risolto, in un modo o nell’altro, alla luce del sole, senza che siano solo le voci di paese (ma anche a quelle “di dentro”) ad alimentare -e talvolta contaminare- la verità.

Eppure, ironia della sorte, un Don Antonio va e un altro viene! Giovedì, in cattedrale, un “figlio del Macello” è diventato presbitero! Don Antonio Mazzella, del Cap. Agostino e di Maria Luisa Schiano, ha concluso con successo il suo percorso verso il sacerdozio, ponendosi immediatamente al servizio della nostra Diocesi. La vocazione di Antonio nasce su fondamenta solide di un ragazzo di quella stessa parrocchia, uno che ha conosciuto lo studio, il lavoro sin da ragazzino nella “chianca” di Nonno Geppino (al quale era legatissimo, al punto da confidargli quasi in fin di vita, ottenendone piena approvazione, la sua volontà di diventare sacerdote), lo sport, le tradizioni e tanti altri valori della vita che oggi potranno rappresentare senza ombra di dubbio il bagaglio giusto per un potenziale ottimo prete tutto ischitano; uno che si è lasciato abbracciare da Dio senza esitazioni di sorta, avendolo conosciuto nel modo e nel momento giusto.

Il mio augurio è che la felicità di Don Antonio Mazzella e della sua famiglia possano riflettere presto quella della Chiesa d’Ischia, che di un momento di forte rinnovamento degli operai della sua messe avrebbe notevolmente bisogno. E al tempo stesso, che presbiteri come Don Angiolini, Don D’Orio, Don Trani e perché no, anche Don Trofa e Don Pascale, che attraversano un momento di difficoltà e debolezza dettato da un equivoco o dalla fragilità della loro condizione umana (purtroppo non ci è dato saperlo), escano in modo definitivo, da buoni o da cattivi, da questo limbo che non aiuta nessuno, tanto i diretti interessati quanto i fedeli che avevano confidato, da sempre, nel loro ruolo di ministri di Dio.

7 Commenti

  1. Davide conte forse ha dimenticato, può succedere per carità, che il trasferimento dell’attuale vicario generale dal Buon Pastore a S.pietro fu dovuto alle pressioni e chiamiamole così pressioni, fatte dall’allora uomo forte della politica locale, perché san Pietro, tempio comunale, necessitava di lavori urgentissimi e in quel luogo non poteva andarvi che l’imprenditore per antonomasia nel clero locale, oltre che uomo di stretta osservanza politica.E san pietro non era tempio legato a diritti di presentazione o patronato. Poi la storia andò come andò. Inoltre vi era la presenza di un sacrestano dipendente comunale molto discusso per la sua vita privata da mandar via che lo Iovene prima cacciò con i suoi proverbiali modi oxofordiani, e che poi stretto dalle necessità fece tornare in pompa magna. E questa è storia che tutti sanno e tutti hanno visto, specie quelli cominciano ad avere o hanno i capelli bianchi. Un particolare: non è che a S. Pietro lo Iovene fu accolto in pompa magna, anzi .Non so se Teleischia nei suoi archivi conserva ancora interviste e cronache di quel burrascoso inverno del 1989. Onestamente poi non sono per nulla da condividere, a mio avviso, i giudizi sul carattere di don Angiolini, a dire del Conte, legati alle vicende familiari dello stesso. Giudizi, a mio avviso, grossolani e qualunquisti e segno di un’ulteriore caduta di stile. Ognuno ha il carattere che si ritrova: lo, Iovene, Angiolini e anche il Conte, purtroppo. Ma cosa c’entra tirare in ballo i problemi familiari? Una precisazione: vinavil, come il conte lo definisce in quest’interessante articolo, non ha unito un bel nulla. All’epoca la piripissa faceva parte della parrocchia di s.Antonio Abate, così giusto per ricordarlo a tutti. Entrò a far parte del buon Pastore nel 1992, quando vennero ridefiniti i confini sotto il parrocato di don Angiolini. Quanto poi a questa macedonia natalizia che l’autore di quest’interessante articolo fa tra i vari preti elencati, dimostra che anche autorevoli columnist, quanto scrivono farebbero bene a documentarsi meglio sui fatti accaduti e sulle persone, visto che ciascuno dei nomi elencati ha una sua storia ben definita; nessuna affine con l’altra. Forse la frequentazione domenicale del Conte con al sacrestia di s.Pietro potrebbe essere utilizzata anche per ricevere qualche spiegazione ulteriore anche se di parte,vista la proverbiale riservatezza del titolare di s.Pietro, che come tutti sanno in questi casini ci sta sguazzando alla grande; anzi ne è il fomentatore primario, specie da quanto è assurto, non si sa per quale incidente della storia, alla carica di vicario generale.

  2. Già… E visto che ormai il nostro integerrimo vescovo elargisce periodi sabatici a destra e a manca, non gli costerebbe nulla fare un dono a don Agostino approfondendo alcune “voci di popolo”… Beh…un vicario è pur sempre un vicario…sua eccellenza non ci farebbe una bella figura se si scoprissero, chissà, nuovi altarini!

  3. Lo Iovene, il “giustiziere della curia”, colui che invece di unire i preti li divide, chissà se sarà giustiziato anche lui…..di sicuro non è un santo

  4. Diceva Qualcuno ben più in alto di noi: chi è senza peccato scagli la prima pietra… sono d’accordo sulla opportunità che su tutte le storie chi di dovere faccia un minimo di chiarezza, ma a mio avviso è la nostra indole ischitana che fomenta queste voglie di pettegolezzo. Credo che l’errore più grande che è stato commesso sia quello di non essere mai intervenuti immediatamente già nel passato per situazioni simili ben note alla Chiesa isolana che, solo ora, manifesta la sua presenza su tematiche così scottanti.
    Infine, per concludere, mi viene spontaneo spezzare una lancia a favore di Don Agostino il quale, al netto degli inevitabili errori che potrebbe aver commesso (ma poi chi di noi non sbaglia), a differenza di tanti suoi “collegh”i è di certo l’unico che si sobbarca ben 4 Messe domenicali che, durante il periodo estivo, diventano addirittura 5, nonostante la non più giovane età e gli acciacchi che lo accompagnano da un pò di tempo a questa parte! Senza poi voler considerare le numerose ore che trascorre in Parrocchia ogni giorno a disposizione di tutti a partire dalle 8 del mattino…
    Sfido chiunque a trovare oggi un Sacerdote con queste caratteristiche!

  5. Come sarebbe bello se gli Ischitani avessero gli attributi di giocarsi la faccia, firmando i loro commenti come io firmo i miei articoli.
    Fino ad allora, solo pavide millanterie.

  6. Eh si… Proprio così praticante ischitano, quindi si trattetebbedi di un lavoro, non di una missione… Si proponga allora un “premio di produzione” don Agostino per le tante Messe celebrate…quindi si tratta di un vero “operaio” nella messe del Signore!… Chissà che tante messe non servano a coprire i suoi altarini.

  7. A praticante ischitano mi viene naturale rispondere che Don Agostino Iovene NON è l’unico sacerdote che si sobbarca 4 messe domenicali. Anche Don Antonio Angiolini, che cito solo perché è stato oggetto di questo discutibilissimo articolo, ogni domenica celebra 4 messe, come probabilmente anche don Nicolella tra Sant’Antuono e San Domenico. E forse anche altri, che al momento mi sfuggono. Ma il problema però non è di certo questo. Il problema è, come si ricordava in un precedente commento, la lingua lunga, votata al pettegolezzo e alla calunnia di qualche parroco del centro di Ischia. Questo è il male mortale che sta devastando la chiesa ischitana. Si calunnia una persona sul “si dice”, sul “si è sempre detto”, sul “si parla”, ma senza mai portare uno straccio di prova concreta e circostanziata, e senza mai appurare la veridicità dei fatti, e senza nemmeno di sforzarsi di farlo, come è tipico della società ischitana. E, come qualcuno sottolineava prima, facendo un minestrone dove ogni fatto accaduto in diocesi è uguale ad un altro. Ma tutto ciò chi l’ha stabilito? Quale tribunale ha emesso queste sentenze? In questo andazzo superficiale e pettegolo, mi spiace doverlo ripetere, alcuni sacerdoti spiccano in modo particolarmente negativo. E il summenzionato parroco con la chiesa sul corso di Ischia. E tutto ciò spesso solo al fine di affossare per invidia, e sottolineo per invidia, il confratello. Il tempo che purtroppo questo parroco spende, tra una confessione e l’altra, è spesso speso nel raccogliere le chiacchiere di paese sul conto non solo di sacerdoti e di qualche vescovo del passato, ma anche di laici e sull’emissione di giudizi spesso avventati e su patenti distribuite a destra e a manca, senza mai guardare alle proprie pecche. Il personaggio purtroppo è questo. Del resto un importante monsignore non più tra noi quando ne parlava lo definiva il fegatoso, il guerrafondaio. E se lo diceva lui…

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