







Salvatore Iacono sceglie di parlare in prima persona e di farlo senza filtri. Al centro delle sue parole c’è Giovanni Mattera, collaboratore storico e protagonista del progetto espositivo “Corpo, Divino”, ma soprattutto una persona che l’artista dice di conoscere e proteggere da quasi trent’anni.
«Voglio parlarvi di Giovanni Mattera, mio collaboratore e performer nei format creativi che porto avanti con la galleria AnnoZero2.0. Giovanni è un ragazzone buono, con un grave ritardo mentale. Lo conosco dal lontano 1998, quando cominciò a frequentare quasi ogni giorno le esposizioni che organizzavo in spazi privati e al Museo del Torrione».
Un rapporto nato nel tempo, cresciuto nella quotidianità, fatto anche di piccoli lavori, presenza costante e fiducia reciproca. «A volte mi aiutava anche in qualche lavoretto, in cambio di pochi spiccioli. L’ho sempre trattato come un fratello minore, con affetto, rispetto e senso di protezione, assecondandolo nelle sue piccole e innocenti richieste, anche quando diventava insistente».
Iacono ricostruisce anche il contesto umano e sociale in cui Giovanni vive, ricordando come la sua fragilità sia stata spesso terreno di abusi e derisioni. «Giovanni è conosciuto da tutti sull’isola. Purtroppo, molti negli anni ne hanno approfittato: c’è chi lo ha ridicolizzato, deriso, chi addirittura esercitato violenza fisica su di lui. Più volte mi sono trovato a difenderlo in prima persona».
Una vita segnata anche da assenze importanti. «I suoi genitori sono morti ormai da tempo, lui vive a Campagnano, nel comune di Ischia, con alcuni fratelli e sorelle. Ha uno spirito libero, è autonomo e si sposta spesso con i mezzi pubblici».
È all’interno di questo percorso che nasce la scelta artistica di renderlo protagonista. «Nel mio ultimo progetto espositivo, “Corpo, Divino”, attualmente in esposizione, Giovanni è il protagonista principale della mia installazione».
Da qui, però, l’esplosione della polemica. «Ieri alcuni parenti, Francesca Myriam Calise e Vincenzo Calise, e conoscenti hanno iniziato a puntarmi il dito contro, accusandomi di approfittare della sua ingenuità e disabilità, sostenendo persino che avrei agito senza consenso perché avrebbe un tutore legale. Addirittura, qualcuno ha minacciato denunce».
È a questo punto che il racconto personale diventa accusa pubblica. «Ora mi chiedo: dove sono tutte queste persone nella quotidianità di Giovanni? Chi si prende realmente cura di lui? Perché nessuno lo protegge o si occupa della sua igiene e del suo abbigliamento, spesso inadeguato alla stagione?». Domande che si allargano anche al piano materiale. «Se davvero riceve una pensione con accompagnamento, dove finiscono quei soldi?».
Per Iacono l’indignazione improvvisa ha un tempismo sospetto. «Mi chiedo anche: perché solo ora si sollevano tutte queste indignazioni? Solo perché l’ho coinvolto in un progetto artistico, forse perché ho esposto la sua fisicità, in cui è stato finalmente valorizzato come persona, performer, e non trattato come uno “scarto” sociale?».
L’artista rivendica con forza la natura del suo gesto. «Io non ho mai avuto alcun interesse personale, né economico, nel coinvolgere Giovanni. L’ho sempre fatto con amore, dandogli uno spazio creativo in cui potersi esprimere e sentirsi parte di qualcosa».
E chiude ribaltando completamente il piano morale della vicenda. «Se c’è qualcuno che dovrebbe vergognarsi non sono io, ma chi ha avuto responsabilità su di lui e le ha sempre ignorate».
Infine, una promessa che suona come un ultimatum civile prima ancora che legale. «A questo punto faccio una promessa pubblica: se nei prossimi giorni vedrò ancora Giovanni abbandonato a sé stesso, trascurato, sporco o senza un minimo di decoro, sarò io a sporgere denuncia nelle sedi competenti, perché la sua dignità viene prima di ogni cosa e progetto».
Parole nette, senza mediazioni. Qui non c’è una difesa d’ufficio dell’arte, ma una richiesta scomoda di coerenza e responsabilità, rivolta a chi oggi grida allo scandalo e ieri, secondo Iacono, non c’era.








