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Gino Iacono: «Tanto sole per grandi vini? E’ un’annata abbondante»

Come Cantine di Pietratorcia affronta le nuove sfide. Tra identità, territorio e mercato

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Gaetano Di Meglio | Proseguiamo il nostro giro dei viticoltori isolani per affrontare le numerose problematiche del settore, che deve fare i conti con quelle che sono le emergenze globali e isolane. Un ambiente sempre più a rischio per il cambiamento climatico e un territorio attaccato da devastanti incendi. In tutto questo, le aziende devono salvaguardare la tradizione ma anche confrontarsi con il mercato e adottare le giuste strategie che vadano a beneficio della intera economia isolana.
Abbiamo così incontrato Gino Iacono di Cantine Pietrarorcia, nel pieno della vendemmia 2021 presso la Tenuta del Giardino Mediterraneo di Ischia, ma già sabato mattina sarà il momento di completare le operazioni a Forio.

Come procede questa vendemmia? Quali sono state le preoccupazioni di questa annata 2021?
«Purtroppo siamo in un periodo un po’ difficile. Siamo anche noi un po’ coinvolti nella tropicalizzazione del nostro globo, per cui a Ischia, ormai, sono diversi anni durante i quali abbiamo estati abbastanza siccitose e calde. Questo cambia un po’ la tipologia di uva che si raccoglie. Sono uve più ricche, più importanti in cui vanno bene i rossi in invecchiamento, ma anche i bianchi importanti che sono un po’ quelli della tradizione di Ischia.
Ischia nella sua tradizione ha vini fatti nelle botti, vini mai troppo profumati ma carichi di sole.
Sinceramente è una annata abbastanza abbondante. Abbiamo fatto, io e penso anche i miei colleghi, la danza della pioggia a fine agosto, averla sarebbe stato ideale per fare una annata da ricordare. Però abbiamo dei prodotti importanti, belli… C’è stata pochissima malattia per cui non abbiamo problematiche legate al gestire le uve in cantina, le abbiamo tutte perfette e di buon grado. Le gradazioni che abbiamo adesso sono intorno ai 13 gradi, siamo su vini caldi e importanti. Si lavorerà in cantina per diversificare, ma ben vengano queste cose.
Un po’ come dicono gli allenatori delle squadre di calcio: “quando c’è problema di abbondanza si può lavorare su una qualità importante”; anche se c’è un campanello d’allarme legato al fattore climatico, che ci porterà a cambiare anche le prospettive di gestione dei vigneti e dell’azienda».

DIFFICOLTA’ DI GESTIONE

Tutto è collegato al territorio che è stato vittima di numerosi incendi. Diversi ettari sono stati arsi, ma c’è un impegno di tutti di “scippare” all’abbandono ettari di terreno e piantarli con barbatelle di Biancolella…

«Partiamo da lontano. Sicuramente da molti anni, da sempre forse, si è persa ad Ischia l’importanza della territorialità, cioè Ischia è un territorio che ha una sua ben precisa fisionomia che, purtroppo, è stata abbandonata. Ischia per secoli è stata terra di agricoltura e viticoltura. Negli anni ’60 era il primo produttore di vini della Campania… Immaginate che importanza aveva. Questo elemento si è perso con l’abbandono dei terreni e sia da un punto di vista politico che economico non si è valorizzata questa cosa. Un territorio che ha una sua identità deve essere preservato. Anche i finanziamenti comunitari, i PSR, vengono sempre poco apprezzati. Per cui Ischia ha una economia forte da un punto di vista turistico, ma povera da un punto di vista agricolo. Ciò non solo per difficoltà di gestione dei vigneti, le zone incendiate ad esempio sono tutte zone abbandonate perché ingestibili, ma anche per la mancanza di opportunità di gestione.
Ad esempio a Ischia non si può usufruire fisicamente delle benzine agricole perché per andare a rifornirsi ci si deve recare a Pozzuoli. Perché non si crea un punto sul nostro territorio? Non abbiamo punti di manutenzione dei macchinari agricoli e così via… In ultima analisi siamo abbandonati per la gestione dell’agricoltura.
Ischia, nonostante si fregi di tante primogeniture, ad iniziare dalla marchalina hellenica a finire in ultimo ad essere l’unico sito del sud Italia con la florescenza dorata, non ha un sistema di bollettino fitosanitario per aiutare gli agricoltori a gestire il tutto.
E neanche l’elemento economico supporta un territorio che si impoverisce sempre più da un punto di vista estetico. Luoghi bellissimi, ad esempio, divengono solo teatro di scempio dovuto agli incendi che creano danno e pericolo per tutti. Ad esempio il nostro vigneto di Chignole è il baluardo delle case presenti a Monterone basso. Se noi non coltivassimo quella vigna impervia, unico elemento agricolo presente nell’area, vi sarebbero problemi.
Se un territorio perde la sua identità, il mercato alberghiero riesce di conseguenza a muovere poco».

CONIGLIO, VINO E ORIGANO

Il mercato del vino fuori da Ischia. Quali sono le prospettive?
«Il Covid é stata una bella mazzata. Veniamo da due anni difficili, ma per fortuna l’estate si è risvegliata. Secondo me il Covid poteva essere un momento di riflessione e valorizzazione della tipicità di un posto, un valore aggiunto e apprezzamento per il territorio.
Chi non prova le eccellenze di un territorio non ha motivo di tornarci, chi prova la Falanghina, ad esempio, ci ritorna.
L’importanza della tipicità è fondamentale. Quando io faccio lezione ai ragazzi che vengono in cantina dico sempre che identità è sinonimo di unicità, una cosa tipica si trova solo in un luogo. Quindi evidenziare questi elementi tipici dell’isola, metterci dei “paletti” territoriali che possono creare elemento di richiamo e non sostituibilità agli occhi di chi viene a Ischia è importante. Il vino, come anche il coniglio e altro, diventano elemento di apprezzamento, prodotti tipici che possono creare capisaldi di attrattiva di un territorio che dal punto di vista enogastronomico è più unico che raro. Noi abbiamo tre ristoranti stellati, cosa più unica che rara in Italia. Attorno a queste “mosche bianche” creare un sistema di apprezzamento delle qualità e del prodotto vino è imprescindibile.
Ricordo quando ero ragazzo e andai ad Assisi in gita, entrai in un locale e le prime tre pagine della carta dei vini erano di Assisi. Un territorio che sa vendersi e deve vendersi deve partire da questi elementi. Presentarsi per quello che gli altri non hanno come il coniglio, il vino, l’origano dell’Epomeo».

TECNOLOGIA A SERVIZIO DELLA TRADIZIONE

Come è cambiata la viticoltura e la gestione della cantina anche attraverso la tecnologia e il web che ha fatto superare i confini in modo più semplice?
«In cantina si adopera la tecnologia solo per migliorare gli aspetti della lavorazione delle uve che strizzano sempre l’occhio alla tradizione. Millenni di lavorazione dell’uva non erano fatti da persone che sbagliavano, ma avevano delle finalità che noi evidenziamo soprattutto nella diversificazione delle lavorazioni in cantina. Le tecnologie sono sempre state apportate per migliorare la tradizione.
Invece del palmento, in cui l’uva era a contatto col mosto per un po’ di tempo, noi lo mettiamo in una vasca refrigerata di acciaio in modo da controllare gli elementi che possono essere di variazione della qualità. Però di fatto l’obiettivo è sempre quello.
In campagna, purtroppo, si fanno scelte dovute al costo della manodopera. Prima i nostri nonni pagavano poco i lavoratori, per cui facevano lavorazioni con una gestione molto legata alla gestione della superficie in verticale, per aumentare la capacità produttiva del vigneto alzando le spalliere. Ora abbiamo un duplice problema di qualità e di ottimizzare la manodopera. Razionalizziamo la gestione del vigneto da un punto di vista della distribuzione della vigna per ridurre le ore di manodopera recuperando elementi di manutenzione.
Noi lavoriamo in biologico e siamo tornati ad una gestione tradizionale. Sono anni che siamo tornati al mantice con zolfo in polvere dall’inizio alla fine. Abbiamo ridotto al 50% i trattamenti e usiamo prodotti biologici e tradizionali. Se ci pensiamo, lo zolfo è stato il primo prodotto inserito per la cura della vite. Io racconto sempre la storia dei foriani, di San Vito e dei fratelli Sanfelice.
Teniamo molto alla tradizione, alla valenza dei muri a secco ad esempio… Il recupero della tradizione vera, sfruttando le tecnologie è un fatto importante che deve aiutarci a focalizzare meglio la valenza del territorio e le nostre tradizioni».

2 Commenti

  1. ma se le viti sono secche e le “pigne” d uva non hanno un chicco che si puo definire grappolo buono mi dica il sig sopra indicato che vino si puo fare ? una volta i grappoli si raccoglievano per poi farli essiccare al sole e fare un ottimo vino passito .oggi cosa vogliono fare ? forse dalle cantine specializzate uscira un ottimo vino -ma la domanda resta-sicuro che è vino d ischia quando a ischia non c è uva ?boh i miracoli della chimica-premetto che sono figlio di un vecchio contadino che nei tempi buoni riusciva a produrre quasi 20.000 litri di vino all anno e li vendeva direttamente in terraferma -di quei tempi non si imbottigliava si vendevano a damigiane intere e si caricavano e imbarcavano sul vecchio “TRENTO ” sul molo di casamicciola-di vino “rosso si coltivavano poche viti a causa della differenza rendimento di quantita di uva che c’era tra la forastera e il rosso- da premettere che il rosso veniva vinificato tramite l uva “tintore” che mescelatoal bianco ne usciva il vino “nero”

  2. stessa osservazione: come mai che sull’isola ( paradosso) ci sono due metri di vigna e si producono milioni di bottiglie? Mi è capitato che su un traghetto si trasportava un tir strapieno di bottigli di vino già piene ma senza etichette, vuoi vedere che a Ischia c’è un mago che le fa diventar vini Ischitano?

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