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Gino Finelli. Un giorno forse saremmo: “farfalla”

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Gino Finelli | Quello che il bruco chiama fine del mondo il resto del mondo lo chiama farfalla. Così Lao Tze, figura cardine della filosofia cinese orientale scriveva. E lo scriveva per simboleggiare la possibilità di vedere, percepire il cambiamento in modo talmente differente da essere, addirittura in contraddizione tra loro, i due modi di pensare.
La resistenza al cambiamento è un fenomeno assolutamente comune e ampiamente conosciuto nelle società, in particolare nella nostra nella quale il benessere e il conseguente adagiarsi alle comodità lo rendono sempre più difficile e complesso. Spesso proprio per mantenere uno status quo nascono conflittualità e aumenta, in modo esponenziale, la resistenza al cambiamento. Tutti gli organismi viventi hanno la necessità di creare un equilibrio interno al proprio sistema di vita, indipendentemente dall’ambiente, attraverso un meccanismo che viene denominato omeostasi e che ci consente di dialogare con ciò che ci circonda non modificando la nostra stabilità interna.
Ma questo delicato e sofisticato sistema viene messo in discussione quando le richieste di cambiamento dell’ambiente esterno sono più forti e minano il meccanismo dell’omeostasi. In questi casi, come sta accadendo nel mostro tempo, la resistenza diviene sempre più forte e i meccanismi posti a sua difesa spesso appaiono superficiali e anche paradossali. Alla fine si finisce con l’applicare la medesima condizione sia pur con quelle piccole e inefficaci misure, pur di non modificare nel profondo lo status quo.
Nascono così le conflittualità sociali che divengono difficilmente gestibili dalla politica che non ha saputo progettare un reale sistema di sviluppo sostenibile alla cui base, oltre che il rispetto dell’ambiente nel quale viviamo, ci sarebbe dovuto essere anche un processo di formazione della coscienza sociale.
Ed è questo che è avvenuto nella nostra società e che si manifesta chiaramente nelle piccole comunità dove è più evidente quella incapacità progettuale che ha avuto la classe politica di questi ultimi 40 anni.
In queste comunità si assiste proprio a quella resistenza al cambiamento che avrebbe dovuto portare, oltre che quel falso e illusorio benessere, anche a quel rispetto profondo e motivato verso l’ambiente che ci ospita, rispettando le sue regole e salvaguardando il suo equilibrio.
Ecco dunque il perché guardiamo oggi il nostro ambiente come il bruco, incapaci di riuscire a vedere oltre i nostri limiti e le nostre piccole conquiste, incapaci di percepire la necessità che ciascuno di noi è chiamato a fare qualche piccolo gesto per rispettare e far rispettare quel sistema delicato nel quale viviamo e per arginare lo scempio del territorio e garantire a tutti un habitat sano nel quel vivere il più a lungo possibile.
E per mantenere i piccoli privilegi, se mai lo fossero davvero in questo percorso terreno, ci azzanniamo tentando di difendere tutto quello che è al di dietro del nostro cancello, senza mai aprirlo per cooperare con il vicino. Konrand Lorenz, premio Nobel per la medicina, raccontava la storia di due cani che si azzuffavano dietro i loro singoli cancelli. Erano rabbiosi e si sarebbero di certo scontrati. Ma un giorno tutti e due i padroni lasciarono aperti i loro cancelli e quei cani, dopo essersi annusati, persero la loro aggressività e iniziarono a scodinzolare. Lorenz con questa metafora voleva far comprendere che il comportamento socializzante e collaborativo rende tutti gli essere più saggi.
E dunque è giunto anche per la nostra comunità il tempo della collaborazione del rispetto dell’ambiente e del nostro territorio, dell’apertura dei nostri cancelli, accettando così il cambiamento senza opporre resistenza, nella consapevolezza che è il momento per modificare le nostre abitudini di vita.
Dobbiamo preparare le nuove generazioni a costruire un futuro sostenibile nel quale far prevalere il rispetto per il collettivo e la salvaguardia della nostra salute. Bisogna che si insegni ad amare la natura e le sue bellezze che ci sono state tramandate integre dai nostri predecessori poiché, oltre ad essere il nostro patrimonio di storia e di ricordi, sono anche la nostra risorsa per il futuro.
Non sono dunque le amministrazioni di turno che potranno garantire tutto questo poiché esse sono l’espressione di quello che è presente al momento nella nostra società, ma la scuola, le famiglie e soprattutto l’esempio che potranno insegnare un nuovo modo di vivere in società e affrontare gli inevitabili cambiamenti che il nostro tempo ci impone.
Quando saremo coscienti di tutto questo allora faremo parte del resto del mondo che chiama il cambiamento: “farfalla”.

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