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Gino Di Meglio: «I miei Riflessi fantastici sono una raccolta di emozioni»

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Incontriamo Gino Di Meglio per parlare dei suoi “Riflessi fantastici”. Un lavoro fotografico in 47 scatti. Un numero che non entra in contrasto con il decreto Rave… e viene presentato nella personale al Carcere Borbonico.

– Un lavoro nato durante la pandemia che ti ha permesso di fare diverse riflessioni anche sul passato. Un racconto in 47 foto che illustrare il mondo dei riflessi che hai vissuto, che hai subito, che hanno alimentato la tua passione.
«Durante la pandemia, per effetto delle norme sul contenimento del Covid, siamo stati tutti più o meno costretti a restare più tempo a casa. Una condizione non usuale, non abituale per me che sono abituato, ovviamente, ad andare in studio, recarmi a Napoli per frequentare le aule di giustizia. Quindi stando più tempo a casa ho avuto modo di riflettere e di pensare, di immaginare un progetto fotografico. Questo progetto è nato ascoltando in sostanza una canzone di De Gregori, Bellamore, e mi venne in mente la voglia, il desiderio di tentare di interpretare in maniera libera, molto libera, il testo, la canzone e le emozioni in uno scatto. Quindi iniziai dal set da fotografare per rendere in fotografia la canzone, poi ci ho preso mano e sono nate le 47 immagini».

– Poi ti sei allargato: dopo De Gregori, Battisti, Paoli e tutti i cantautori italiani…
«Si, quelli che nel corso della degli anni, nel corso della mia vita mi hanno colpito, mi hanno appassionato, mi hanno emozionato con le loro canzoni e con i loro testi. Poi dalle canzoni sono passato anche alle citazioni degli autori contemporanei e non, con frasi estrapolate da libri. Frasi estemporanee pronunciate da artisti, filosofi, autori, poeti, scrittori e quindi è nata poi questa mostra di 47 immagini e devo ringraziare in maniera particolare Giovanni Mattera del Castello, che ha ospitato la mostra al Carcere Borbonico. Credo che sia un bel lavoro, una mostra nuova, innanzitutto per immagini, rispetto a quello che ho sempre fatto, ma anche come contenitore».

DIMENSIONE NUOVA

– Questa è una mostra che ti porta su una dimensione nuova. Quelli che ti conoscevano, ti conoscevano come esperto della camera oscura, come l’alchimista degli acidi, per sviluppare oggi invece sei approdato sulla comfort zone del digitale…
«Si, questa è per me una novità assoluta. Innanzitutto il colore e quindi una componente nuova, completamente a me sconosciuta. Avevo sempre fatto bianco e nero. E poi la novità di rilievo è appunto il digitale. Io non disdegno di sperimentare tutto quello che è sperimentabile nel campo fotografico, quindi ho fatto l’analogico, le bicromate, le lumenprint, le gomme, le cianotipie e adesso ho sperimentato anche il digitale. E’ stata una piacevole sorpresa per la duttilità del mezzo digitale, quindi dello scatto. Tutti gli scatti sono realizzati con una medio formato, quindi diciamo una macchina fotografica con una grandissima capacità in termini di megapixel. E dunque hanno una definizione veramente incredibile, veramente sembrano delle immagini tridimensionali».

– Come si fa a passare dalla fotografia “medievale” a quella digitale?
«L’importante non è il mezzo con il quale si acquisisce l’immagine, l’importante è l’immagine, il contenuto, che poi può essere resa con una stampa analogica o con una stampa digitale. Ma ciò che è fondamentale è l’immagine stessa in sé, quindi non è difficile passare da un sistema all’altro. Certo, un minimo di conoscenza delle nuove possibilità offerte dalla tecnologia è necessario. Però io in questi 47 scatti ho usato la macchina fotografica digitale e ovviamente poi per stamparle ho avuto bisogno di Photoshop, che ho usato così come uso la camera oscura, cioè con quelli che sono i comandi base; ovvero scurire, schiarire, il tono e il contrasto…».

– Viviamo in un periodo in cui la foto sembra aver perso importanza con la trasformazione in digitale, con l’era dei selfie, con la facilità con cui si realizzano le foto. Sembra che il messaggio sia lo strumento, che abbia quasi perso valore. Come si fa invece a conservare l’importanza e la delicatezza, la bellezza?
«Mi rifaccio a una frase che Gianni Berengo Gardin ha reso in un’intervista: “stampate le vostre fotografie”, perchè le acquisizioni con il digitale sono destinate prima o poi a perdersi nel tempo, perché magari subentrano sistemi nuovi, programmi nuovi che non consentono più la lettura dei vecchi, dove sono state acquisite le immagini. Quindi io dico che è fondamentale stampare. Poi la fotografia può essere analogica può essere digitale, ma l’importante è che il supporto sia analogico, cioè sia stampato sulla carta. Questo è fondamentale perché poi le fotografie possano nel tempo lasciare una testimonianza del momento dello scatto. Una testimonianza di vita vissuta. Andremo incontro probabilmente a un nuovo Medioevo, se ci affidiamo solo al file digitale e alla visione al computer della fotografia e delle immagini. Ecco perché io dico: stampate le vostre fotografie, non lasciatele sul computer».

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