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Franco Iacono, il mio “Quirinale”

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Il direttore mi chiede una riflessione sulla elezione del Presidente della Repubblica. In questi giorni articoli e previsioni, anche di opinionisti autorevoli, si sprecano e molti saranno costretti a cambiare opinione di fronte all’ imprevedibile “forza delle cose”, che andranno ad accadere. Non racconterò storicamente alcune drammatiche, o decisive, elezioni. Non ne ho titolo, mi limito a ricordare, avendone subìto, ed in parte vissuto, il fascino di Presidenti come Luigi Einaudi, spesso ospite a Lacco Ameno di Angelo Rizzoli, succeduto al “nostro” Enrico De Nicola, primo ed indimenticato Presidente della neonata Repubblica.

L’elezione di Giovanni Gronchi rovesciò le strategie della Dc, allora autentica Balena Bianca, che aveva candidato il Presidente del Senato Cesare Merzagora, “bruciato” dai franchi tiratori. Si avviava una sorta di strategia consociativa fra una parte della Dc con il PCI, che sostenne Giovanni Gronchi. Maturava il superamento del centrismo, che aveva caratterizzato il primo dopoguerra, determinato dalla rottura del CLN con l’estromissione dal Governo di Comunisti e Socialisti, indeboliti anche dalla scissione di Palazzo Barberini.

Fu la conseguenza del famoso viaggio di Alcide De Gasperi in America. Dopo la drammatica esperienza della Presidenza di Antonio Segni, che ebbe un ictus, proprio mentre era al Quirinale, probabilmente anche a causa dell’altissima tensione che si era creata attorno al primo governo di Centro Sinistra per le riforme che annunciava. Era il Governo presieduto da Aldo Moro con Pietro Nenni vicepresidente. Nell’elezione del 1964, seguita all’impedimento e dalla successiva morte di Antonio Segni, a sbloccare la situazione fu Pietro Nenni, favorito e sempre in testa sin dalle prime votazioni, che “cedette” il passo a Giuseppe Saragat. Il suo sacrificio e la sua scelta avevano l’obiettivo di consolidare il centrosinistra e rendere possibile l’unificazione socialista, che poi avvenne nel 1966. Nel 1971, appena sette anni dopo, lo scenario era totalmente cambiato: l’unificazione socialista era fallita, le elezioni del 1968 ne avevano segnato la sconfitta, mettendo in crisi il Centro Sinistra. Così le elezioni presidenziali del 1971 anticiparono la svolta a destra della Dc, che subito dopo le elezioni politiche del 1972 portò al Governo il partito Liberale, che aveva avuto un buon successo elettorale. Nacque così il Governo Andreotti-Malagodi. Mentre il Psi, con Nenni emarginato, andava verso gli “equilibri più avanzati” con un ritorno di fuoco del rapporto con i Comunisti. Nelle estenuanti elezioni presidenziali del dicembre 1971 fu eletto Giovanni Leone con i voti determinanti dei fascisti del MSI e fu battuto Pietro Nenni. Ho vissuto personalmente la delusione preoccupata di Nenni. Ne ho testimonianza diretta che mi piace raccontare con documenti autentici agli amici lettori.

In risposta ad una “provocazione” di cui ad una mia lettera del 19 gennaio del 1972, Nenni riflette. La riferisco integralmente. !

“Caro compagno, sono entrato a Roma dopo una ventina di giorni trascorsi a Formia. Meglio ormai non tornare sulla vicenda presidenziale. Ci sono le grosse responsabilità assunte dai socialdemocratici e dai repubblicani. Ma c’è stato anche un errore di impostazione e di prospettive del nostro partito e dei comunisti. Basti pensare che si votava De Martino o Nenni e si pensava Moro, si pensava cioè a una ipotesi assai più difficile da realizzare della nostra stessa vittoria, per improbabile
che fosse. Così mi trovai all’ultimo minuto a prendere una decisione che
non rimpiango, solo perché sarebbe stato per me intollerabile che mi si attribuisse poi la responsabilità dell’insuccesso. Temo del resto che
non siamo alla fine dei nostri guai. Con cordialità e con auguri di buon anno per tua moglie i figli il tuo lavoro. Tuo Nenni”

La Presidenza Leone fu attraversata da profondi sommovimenti succeduti alla “Epopea” del 1968, che andavano sfociando nel terrorismo di Destra e di Sinistra. In quel tempo si tiene il Referendum sul divorzio, che la Dc perde oltre ogni più nera previsione. Il Paese comincia a muoversi su di un’onda libertaria fino alla nuova vittoria del successivo Referendum sull’aborto. Protagonisti del Referendum sul divorzio furono i Socialisti con l’On. Loris Fortuna ed i Liberali con l’On. Baslini: insieme avevano firmato la legge sul divorzio. Ma durante la presidenza Leone ci fu anche il primo grande scandalo, quello della Lockheed  (tangenti pagate dal colosso americano per l’acquisto da parte di Governo italiano di caccia-bombardieri), che colpi la Dc ed i suoi più prestigiosi esponenti, sfiorando lo stesso Leone, costretto comunque a dimettersi anche a seguito di una violenta campagna di La Repubblica condotta dalla famosa giornalista Camilla Cederna. Le sue accuse, anni dopo, risultarono infondate, ma intanto Giovanni Leone era stato costretto ad uscire di scena.

La Dc nonostante la famosa e proterva espressione che Aldo Moro pronunciò alla Camera – la Dc non si farà processare nelle piazze– dovette subire, quella volta, la morsa di Pci-Psi- Radicali di Marco Pannella e venne eletto Sandro Pertini. Sarà il Presidente più amato dagli Italiani. Socialista, eroico nella lunga battaglia contro il fascismo, esule, arrestato, condannato, fuggitivo dal carcere di Regina Coeli. Uno dei capi della Resistenza fra i più prestigiosi. Sandro Pertini non deluse le attese. Memorabili i suoi interventi in occasione del terremoto del 23 novembre 1980. Trionfale la sua presenza al Camp Nou di Barcellona nel 1982 con l’Italia, che battendo la Germania, diventava Campione del Mondo. Un inciso: con tanto rispetto per il presidente Mattarella, voi pensate che Sandro Pertini avrebbe tollerato la richiesta di “pieni poteri” avanzata dal leader della Lega nell’avanspettacolo dato qualche estate fa al Papete oppure avrebbe consentito linguaggi coloriti, si fa per dire, a prescindere dal merito delle questioni, che delegittimano le Istituzioni, indeboliscono lo Stato, tentano di incidere sull’assetto costituzionale?! Sono certo: avrebbe inflitto bacchettate sferzanti, di cui era capace, soprattutto quando aveva accanto a sé l’amico carissimo Antonio Ghirelli, capo del suo ufficio stampa. Dopo Pertini, mi sento di ricordare due elezioni facili: quella di Cossiga e quella di Ciampi. Anche Giorgio Napolitano, primo Presidente Comunista, alla fine fu eletto con una certa tranquillità. Qui vale la pena fare un passo indietro e ricordare l’elezione di Oscar Luigi Scalfaro, seguita ad uno scontro senza precedenti nella Dc, fra Andreotti e Forlani, con i Socialisti, pure essi divisi, a sostenere l’uno o l’altro dei contendenti. A febbraio era stato arrestato Mario Chiesa ed i Magistrati si preparavano a dare la “spallata”, chiamata Tangentopoli, ai partiti tradizionali, cominciando dal bersaglio grosso Bettino Craxi. Era il 25 maggio del 1992.  L’atteggiamento di sottovalutazione, da parte di DC e PSI di quanto già stava accadendo, mi diede l’impressione dei passeggeri del Titanic, che continuavano a ballare mentre la nave affondava. La strage di Capaci mise fine a quel triste spettacolo e ne impose la conclusione. Venne eletto Scalfaro proposto e sostenuto da Bettino Craxi e Marco Pannella.

Quelli che lo avevano eletto però furono subito delusi dal suo atteggiamento di non opporsi, anche utilizzando la sua funzione di Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, alle evidenti forzature delle leggi ordinarie, di cui a Tangentopoli, e di cui, in seguito, al suo pure denunciato “tintinnare di manette”. Lui stesso fu sfiorato da problemi, tanto da dover pronunciare il suo famoso “non ci sto”. Dopo l’elezione tranquilla di Sergio Mattarella, arriviamo ai nostri giorni. Bastano le cronache per esimermi dal parlarne. A prescindere dal sostegno al Governo Draghi, quasi unitario, salvo che per Fratelli d’Italia, ora sconcerta la carenza di respiro delle cosiddette strategie delle forze politiche, soprattutto quelle di Centro destra. Sconcerta e mortifica la strategia del Centro destra, di cui alla candidatura del fu Cavaliere, comunque già messa in discussione da Salvini.

La raccolta di voti di cui Vittorio Sgarbi dà personalmente conto, sa tanto di mercato. Senza sottolineare il consiglio del cattolico (ma non è il solo!) Clemente Mastella: la furbata di “segnare” i voti espressi per poterli individuare. Se questo è il contributo alla Democrazia, alla Politica ed alla sua qualità, dei Cattolici, allora Papa Francesco, con i suoi ripetuti riferimenti al Vangelo, se ne può tornare in Argentina. E’ una conseguenza, l’ultima?!,  della fine della Democrazia dei Partiti, determinata da Tangentopoli, irresponsabilmente e stupidamente per loro, cavalcata dai Comunisti, che non si chiamavano più Comunisti dopo i pianti della Bolognina, ma che restavano sempre strutturalmente e filosoficamente, Comunisti. Nessuno di loro ha avuto il coraggio di “pentirsi” del consenso ai carro armati sovietici del 1956 a Budapest o della feroce repressione della Primavera di Praga del 1968. Da allora alla politica si è sostituito il mercato. Spesso senza valori e senza regole. Salvo la parentesi Prodi, l’unico che lo batté due volte, nel 1996 e nel 2006, dominò “giustamente” il fu Cavaliere, che seppe rispondere alla domanda diffusa di troppi Italiani: imitarlo a tutti i livelli anche nel suo modo di essere.

Direbbe il Poeta: “Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta,  non donna di province, ma bordello! ”. Ma forse più propriamente si può ricorrere al “nostro” Pino Daniele quando definisce Napoli “mille culure”, ma anche “na’ carta sporca”. Ma, quello che è peggio è che “nisciuno se ne importa”. Temo anche dell’Italia! Che io mi possa sbagliare: per non deludere, almeno, la speranza!

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