La POLPA E L’OSSO di Francesco Rispoli | (…) perché tu sempre in gran segreto torni
in patria, incenerito fortilizio,
flagrante e clandestino qui rivivi
a sera quando odora il gelsomino,
fiore che d’aria accompagna il verso
lungo ed estenuante del tuo esilio.
S. D’Arrigo, Per Ibn Hamdis,
poeta arabo di Sicilia, 1978
Sepolta sotto strati di cenere vulcanica nell’isola greca di Santorini si trova una delle scoperte archeologiche più singolari del mondo: Akrotiri, la “Pompei dell’Età del Bronzo”.
Intorno al 1600 a.C. l’immane eruzione del vulcano Thera la distrusse e ridisegnò il volto del Mar Egeo. Il vulcano seppellì anche un’intera civiltà per oltre tremila anni.
Gli scavi iniziarono alla fine dell’‘800, ma solo negli anni ‘60 del ‘900 venne alla luce tutta l’estensione della città. Emerse un centro urbano strutturato, con edifici a più piani, sistemi di drenaggio, arredi e straordinari affreschi. Gli abitanti erano probabilmente minoici, come dimostrano le opere d’arte raffiguranti delfini e cerimonie rituali cristallizzatesi sotto la cenere tanto che ancora oggi brillano di colore. Ma nessun resto umano è mai stato trovato. La popolazione dovette avvertire in tempo i segnali premonitori e si mise in salvo prima della distruzione finale, un fatto raro nelle catastrofi antiche.
Ciò che colpisce di questo luogo non è solo la bellezza e lo stato di conservazione ma il suo inquietante silenzio, come se la vita si fosse interrotta a metà respiro. Il pane è ancora nei forni. I vasi intatti sugli scaffali di pietra. Akrotiri è una finestra su un tempo lontano, una città prospera e artistica spenta in un istante. Forse è l’Atlantide di cui parla Platone: inghiottita dal mare, perduta nel mito.
Akrotiri, fermoimmagine di un’età lontana, emerge dalla cenere per ricordarci che la natura può distruggere in un respiro.
«È il gener nostro in cura/ all’amante natura. E la possanza/ qui con giusta misura anco estimar potrà dell’uman seme,/ cui la dura nutrice, ov’ei men teme,/ con lieve moto in un momento annulla/ in parte, e può con moti/ poco men lievi ancor subitamente/ annichilare in tutto./ Dipinte in queste rive/ son dell’umana gente/ le magnifiche sorti e progressive» (G. Leopardi, La Ginestra, 1845).







