domenica, Gennaio 25, 2026

Esiste a Ischia un pubblico pagante? | #4wd

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La chiusura del Cinema Delle Vittorie a Forio segna la fine di una presenza storica che per cinquantasei anni ha rappresentato non solo un luogo di proiezione, ma anche un pezzo di memoria collettiva. Eppure, al di là di qualche timida rimostranza sui social, l’isola non sembra davvero interrogarsi su ciò che questa chiusura significhi, né su ciò che l’ha resa inevitabile.

L’amministrazione comunale di Forio ha reagito annunciando una manifestazione d’interesse per reperire un immobile da destinare a cinema-teatro, o comunque a punto di aggregazione culturale. Un’iniziativa certamente lodevole nelle intenzioni, perché ritiene innanzitutto che la sua scomparsa non possa essere liquidata come un fatto privato. Tuttavia, proprio perché il tema è serio, è necessario chiedersi se questa scelta affronti davvero il problema o se, al contrario, rischi di aggirarlo.

Il punto cruciale non è la ricerca di un nuovo contenitore, ma la domanda su cosa oggi significhi fare cinema e teatro a Ischia, su quale sia il reale pubblico potenziale e su quale modello di gestione possa reggere in un bacino d’utenza numericamente e culturalmente limitato.

Senza entrare nel merito dello stato di manutenzione delle sale della nostra isola – due fino alla fine dell’anno, oggi una sola – né delle prospettive di gestione pubblica della sala appena chiusa, colpisce l’assenza di una vera analisi preliminare. Si preferisce rincorrere, all’insegna di un populismo di nicchia, il riflesso emotivo di “salviamo il cinema”, senza porsi la domanda essenziale: chi lo frequenterà davvero?

Una seria analisi di marketing culturale – parola spesso guardata con sospetto, ma inevitabile – metterebbe in luce con una certa crudezza i rischi dell’operazione. Non solo per il rapporto costi-benefici, che rischia di sconfinare nel danno erariale, ma per la sostenibilità stessa di una proposta culturale che richiede continuità, qualità e pubblico pagante. Quanta gente è disposta a sedersi in sala per vedere un film o uno spettacolo teatrale? Non basta invocare la piccola cerchia di appassionati che si sposta in terraferma per assistere a più rappresentazioni: questa nicchia, per definizione, insieme a un’offerta inadeguata, non può certo sorreggere un sistema.

Occorre piuttosto domandarsi come affrontare i costi reali di produzioni e programmazioni di livello, quelle che possono realmente attirare pubblico. L’esperienza degli eventi musicali di qualità sull’isola è già indicativa: basti pensare a concerti jazz di ottimo profilo, come quelli organizzati a Lacco Ameno, spesso seguiti da fin troppo pochi spettatori paganti. Al contrario, qualsiasi evento gratuito, a prescindere dalla proposta artistica, riempie piazze e lungomari. Questo scarto dice molto più di tante dichiarazioni sull’“amore per la cultura”.

Esiste infatti un problema profondo, che riguarda la cultura dello stare insieme e quella del pagare per assistere a uno spettacolo. Non è una particolarità esclusivamente ischitana, ma qui assume una forma particolarmente evidente, complici l’insularità, la stagionalità e l’idea diffusa che l’intrattenimento debba essere gratuito e immediato. Pensare che un nuovo edificio – pubblico o privato – possa ribaltare questa tendenza dall’oggi al domani è un’illusione rassicurante, ma pur sempre un’illusione.

La chiusura del Cinema Delle Vittorie, prima ancora di essere un fatto immobiliare, è il sintomo di questo mutamento nei comportamenti del pubblico: lo streaming domestico, la frammentazione delle abitudini, la trasformazione del tempo libero, ma anche una scarsa educazione alla fruizione continuativa e non solo da cine-panettone o da comico record d’incassi.

Se non si parte da qui, se non si prova a capire perché le sale si svuotano e come formare e fidelizzare il pubblico, disciplinare i prezzi, la proposta e la comunicazione, ogni nuovo progetto rischia di essere solo una replica in miniatura di un fallimento annunciato.

  • Classe '66, marito di Catrin, papà di Alessandro e Simone, padroncino di Oliver, Moka e Trump. Laureato in scienze della comunicazione, imprenditore pubblicitario e immobiliare, giornalista dal 1997, comunicatore da sempre con la politica nel sangue e l'assertività ad ogni costo. Non fa nulla con la sinistra, neppure guidare. Si definisce "nato pubblico e mai sottrattosi a tale natura. Perché non è facile eludere le predestinazioni".

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