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Elezioni 2022, tanti piccola Caligola

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FRANCO IACONO | Il direttore mi chiede una riflessione sull’esito delle elezioni. Non lo “secondo” volentieri, ma “obbedisco”. Non parteciperò all’orgia di commenti, anche i più strampalati, di cui credo non se ne possa più. Continuo a ribadire che “Tangentopoli” ha segnato la fine della democrazia dei partiti. Pur fra crescenti distorsioni continuavano, ciascuno, ad avere un minimo di identità, garantita anche da leader di sicuro prestigio. Il “tutti a casa” determinato dalla prevalenza del potere giudiziario ha fatto venir meno quella che Montesquieu segnalava come fondamentale: l’equilibrio fra i poteri. Balance of Power.

Il “tintinnar di manette” poi fece il resto, distruggendo una intera classe dirigente, anche quella intermedia, che si approntava ad arrivare in prima linea. Conseguenza di quella drammatica “cesoia” fu l’immissione del mercato, senza regole e senza valori, nella politica: Il cavaliere ne fu l’alfiere osannato. Le brevi parentesi dei due governi diretti da Romano Prodi non invertirono la tendenza. La fine delle ideologie, di cui alla caduta del Muro di Berlino, salutata come una liberazione da quella che veniva considerata una camicia di forza, determinò, in effetti, la morte anche degli ideali. I cambi di casacca di centinaia di parlamentari, e non solo, ne sono la plastica evidenza. Penso, naturalmente, a quello che è accaduto nel campo della cosiddetta sinistra, di cui al fallimento prima dell’Ulivo, poi dell’Unione, ed infine del “campo largo”. Una pura aspirazione, questa, perseguita maldestramente da Enrico Letta, mosso anche da rancori e rivalse, che ancora una volta, prima al governo, ora al partito, ha dimostrato di non avere la stoffa da leader, di non saper arrivare al cuore delle persone, pur essendo certamente una persona perbene, ma senza passione e senza entusiasmo da trasmettere. Appartengo ad una generazione educata, anche nella scuola, a tutti i livelli, alla conoscenza della storia recente, del fascismo, del nazismo, degli orrori dell’olocausto, della guerra, del razzismo.

Questa educazione ha portato la nostra generazione ad apprezzare la conquista della Libertà, del voto libero anche alle donne, del valore della rivoluzione della forma istituzionale da monarchica a repubblicana nonché a conoscere le storie eroiche dei leader antifascisti, costretti all’esilio da persecuzione spietate.
La Costituzione, quella definita la più bella del mondo, l’approdo all’europeismo furono gli altri risultati evidenti di quella educazione. Dopo quella cesoia, su quei valori è calata una sorta di indifferenza, per cui il 25 aprile ed il 2 di giugno sono diventati due giorni di vacanza a scuola, anche se il Presidente della Repubblica continua a portare corone di alloro sul Monumento al Milite Ignoto all’Altare della Patria. In queste condizioni culturali avere impostato la campagna elettorale, già su un piano tattico e “matematico” persa in partenza, sui pericoli di un ritorno al fascismo e sui rischi di un isolamento europeo è stato talmente inefficace che anche uno dei paesi simbolo della ferocia nazista, Stazzema, di cui ad una strage di oltre 1500 italiani inermi, ha visto la vittoria delle destre. Solo per esemplificare.

Mentre Bettino Craxi, per segnare la svolta della politica del PSI tolse la falce ed il martello dal simbolo e vi pose il garofano, Giorgia Meloni si è guardata bene dal togliere la fiamma tricolore, simbolo del vecchio Movimento Sociale, erede del partito Nazionale fascista. Non credo che torneranno manganelli ed olio di ricino, ma sicuramente non sentiremo nessuna condanna delle leggi razziali, volute da Mussolini per accodarsi a Hitler, e controfirmate dal Re fellone. Certamente non tornerà il fascismo… ma molti torneranno a fischiettare “Faccetta nera” e “Bella ciao” diventerà sempre più simbolo di opposizione, relegata fra i pochi cultori di valori, che andranno coltivati, mi auguro, dalle giovani generazioni. Intanto ci sono troppi sciacalli, dello stesso PD che si accanisce sul “cadavere” politico di Enrico Letta, dopo averne condiviso scelte e percorso con tanto di votazioni all’unanimità. Anche questo è un segno dello stato.in cui versa il PD che non è solo Enrico Letta, ma un grumo si soggetti, dediti, perlopiù, alla gestione del.potere e, nella circostanza, ad accaparrarsi collegi e posizioni privilegiate. Ora pretendono, molti, di dettare legge e di concorrere alla elezione del nuovo segretario.

Ma in campagna elettorale, oltre ad “appendersi” alla infausta Agenda Draghi nessuno di quel partito ha parlato di ripristino dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori o ha pensato di sfidare la Lega e la destra sul tena delle migrazioni, ricordando agli industriali del Nord che senza gli immigrati molte aziende dovrebbero chiudere ed al Sud non ci sarebbe chi raccoglie pomodori e patate.
Così come ricordare ai Cinque Stelle che è giusto sostenere le povertà ed i senza lavoro, ma sarebbe più opportuno, invece di pagarli per stare in poltrona, organizzarli, come si fece nel dopoguerra, in cantieri-scuola, sia per risolvere problemi come la pulizia di strade e sentieri, sia per formare manodopera nell’agricoltura, nell’artigianato, nell’industria. Così come sarebbe stato utile fare campagna elettorale tra coloro, sempre più numerosi, che allungano le fila delle mense della Carità. Ma per fare queste cose ci vuole cuore, testa, passione, spirito di servizio, entusiasmo insieme alla.convinzione che la Politica può, direi deve, tornare ad essere l’arte più nobile, che è quella di misurarsi con la realtà e trasformarla, migliorarla insieme alla condizione delle persone. Come che sia queste elezioni, che hanno riguardato, ahimè!, solo il 60% degli italiani (sull’isola ancor di meno!) hanno segnato una svolta, le cui conseguenze dureranno nel tempo.

Non so se è auspicabile ricorrere alla profezia dell’imperatore Adriano morente, reso magistralmente da Giorgio Albertazzi, per la regia di Maurizio Scaparro: “se i barbari si impadroniranno mai dell’impero del mondo, saranno costretti ad adottare molti dei nostri metodi e finiranno per assomigliarci”. Piuttosto penso ai giovani che vanno in fuga dall’Italia e mi auguro che torneranno per aiutare il nostro Paese a recuperare quei valori fondanti che rendono bella da vivere la democrazia.

Con un filo di drammatico ironia penso agli insulti che ha rimediato nei secoli l’imperatore Caligola, reo di aver fatto senatore il proprio cavallo.
Se ci guardiamo intorno vediamo tanti piccoli Caligola, che, mercè una legge elettorale vergognosa, hanno reso parlamentari troppi “ronzini”, con tanto rispetto di quella umile genìa, non chiamata, se non da questi moderni Caligola, a governare un Paese come l’Italia. L’augurio di chi è consapevole di avere consegnato alle giovani generazioni un mondo peggiore di quello che abbiamo ereditato dai nostri padri: che l’Italia si “desti” davvero nel segno di quei valori che la resero libera e democratica. Tutto questo con malinconia, ma nel rispetto del responso delle urne, liberamente espresso dal Popolo, cui appartiene la sovranità, come recita l’art.1 della Costituzione.

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