domenica, Febbraio 15, 2026

Dove va il Generale? | #4wd

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Con interesse e una certa curiosità guardo all’uscita del generale Roberto Vannacci dalla Lega e dal Gruppo dei Patrioti al Parlamento Europeo. Una mossa che punta, con ogni evidenza, a presentarsi alle elezioni politiche del 2027 con un proprio simbolo – Futuro Nazionale – e che, almeno per ora, non chiarisce fino in fondo se l’obiettivo sia restare nell’alveo del centrodestra organico oppure, ipotesi a mio giudizio improbabile, tentare una corsa in solitaria per ritagliarsi il massimo spazio possibile.

È una scelta che rompe schemi, tempi e abitudini, e proprio per questo merita di essere osservata senza pregiudizi ideologici né entusiasmi acritici.

Non siamo davanti a un semplice cambio di partito, ma a un’operazione politica che punta a costruire un’identità autonoma. Vannacci non si limita a uscire da un contenitore per cercarne un altro: prova a dare forma a un progetto che vuole durare nel tempo e che si fonda su un’idea forte di coerenza personale e di riconoscibilità pubblica. Nel bene e nel male, questo lo colloca già su un piano diverso rispetto alla solita frammentazione personalistica a cui la politica italiana ci ha abituato negli ultimi anni.

Oggi, al di là delle dichiarazioni di prammatica degli esponenti leghisti (“Tutti sono utili, nessuno è indispensabile. Lo abbiamo accolto quando aveva tutti contro” oppure ”vedremo anche quale sarà il potenziale di questa marcia che farà in solitaria. Non ci stracceremo le vesti.”) e della consueta speculazione degli avversari di Meloni e compagni su presunte intenzioni “sovversive”, Vannacci ha spiazzato tutti per tempismo ed efficacia comunicativa. Ha scelto il momento giusto e il linguaggio giusto. Sui suoi social, si diffonde l’eco di incontri in ogni parte d’Italia, sempre in sale strapiene. Non si tratta di comizi rituali, ma di appuntamenti che mescolano racconto personale, messaggi identitari e una forte attenzione alla dimensione emotiva del pubblico.

C’è una costruzione narrativa precisa: il generale che “scende in campo” che parla senza filtri e si propone come voce controcorrente in un sistema percepito come ipocrita e autoreferenziale. Che piaccia o no, è una macchina organizzativa che funziona e segnala l’esistenza di un bacino elettorale curioso, se non già convinto. Un bacino fatto di persone che cercano linguaggi diretti, simboli forti e una sensazione di appartenenza che molti partiti tradizionali non riescono più a offrire.

Per questo penso che dare del fanatico o, peggio ancora, del “matto” a Vannacci sia semplicemente da matti. Non fosse altro perché la stessa etichetta veniva appiccicata a Giorgia Meloni e ai suoi quando fondarono Fratelli d’Italia dalle spoglie di Alleanza Nazionale. Allora erano al 3 per cento, oggi sono al 32, e lei è la prima presidente del Consiglio donna della nostra storia repubblicana. La politica italiana ci ha insegnato che sottovalutare chi intercetta umori profondi del Paese è un errore che si paga caro, spesso quando è ormai troppo tardi per correre ai ripari.

Il punto vero, a mio avviso, non è tanto se Vannacci resterà nel perimetro del centrodestra, quanto che tipo di domanda sociale sta provando a rappresentare. La sua narrazione ruota attorno a parole chiave come identità, merito, sicurezza, orgoglio nazionale. Temi che parlano a una parte dell’Italia che si sente trascurata, quando non apertamente derisa, da una certa élite culturale e politica. È lì che si gioca la partita: nella capacità di trasformare un seguito emotivo in una proposta politica strutturata, credibile e duratura nel tempo.

Non so dove arriverà Vannacci né quanto spazio riuscirà davvero a conquistare. So però che, in un sistema politico spesso ingessato e ripetitivo, la sua mossa introduce un elemento di imprevedibilità che merita attenzione. Non per tifoseria, ma per analisi. La politica non è fatta solo di percentuali e alleanze, ma anche di segnali. E questo, nel bene e nel male, è un segnale forte.

  • Classe '66, marito di Catrin, papà di Alessandro e Simone, padroncino di Oliver, Moka e Trump. Laureato in scienze della comunicazione, imprenditore pubblicitario e immobiliare, giornalista dal 1997, comunicatore da sempre con la politica nel sangue e l'assertività ad ogni costo. Non fa nulla con la sinistra, neppure guidare. Si definisce "nato pubblico e mai sottrattosi a tale natura. Perché non è facile eludere le predestinazioni".

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