Dove andiamo a finire?

0

Ricordiamo come i nostri padri erano contrariati quando, andando in banca, non incontravano più, come ai bei tempi, i cassieri in giacca e cravatta (come se i soldi che prendeva valessero di meno se dati da un cassiere senza giacca e cravatta)?Credo che oggi nessuno faccia più caso all’abbigliamento del cassiere.Invece ancora oggi molti sono contrariati quando vedono preti non vestiti da prete, senza abito talare, cioè senza tonaca nera e collarino di plastica bianco.

Provate a chiedere il perché i preti devono vestire in quel modo, i vescovi in un altro e i cardinali di santa Romana Chiesa ancora in un altro.Risponderanno che chi appartiene all’ordine sacerdotale deve essere diverso dalla maniera di vestire dei laici e conforme alla dignità e alla sacralità del suo ministero; infatti, il sacerdote ordinato non appartiene più a se stesso, ma, per il sigillo sacramentale ricevuto (Catechismo della Chiesa Cattolica Romana, nn. 1563, 1582), è “proprietà”  di Dio.

Questo suo “essere di un Altro” deve diventare riconoscibile da tutti.Se è per questo, in passato anche i medici erano riconoscibili per come si vestivano.Ma già nel Seicento Pascal aveva colto perfettamente la psicologia della gente, e spiegava come l’immaginazione spodesta frequentemente la ragione, per cui chi esercita il potere (giudici, dottori, ecc.), avendo ben compreso questo mistero, deve paludarsi per far colpo ed esercitare meglio il suo potere: «…tutta questa messinscena è assolutamente necessaria; così, se i medici non portassero camici e pantofole, e i professori berretti quadrati e vesti troppo ampie sui quattro lati, mai avrebbero ingannato la gente, incapace di resistere a questa autentica parata. Se i giudici rappresentassero la vera giustizia, e se i medici conoscessero la vera arte di guarire, non avrebbero bisogno di berretti quadrati; la dignità di queste scienze sarebbe venerabile per se stessa, ma essendo scienze immaginarie è inevitabile che si servano di questi vani strumenti per colpire l’immaginazione con cui hanno a che fare, ed è ciò appunto che procura loro rispetto».

San Bernardo di Chiaravalle doveva ricordare ai papi: “ricordati che non sei il successore dell’Imperatore Costantino, ma di un pescatore.”Ciononostante, ancora oggi gli ornamenti liturgici sono destinati a procurare rispetto ma oggi più che mai appare anacronistico camuffarsi da antico romano, da nobile del Cinquecento o da museo di antichità.Se lo si fa per rispetto della tradizione, restiamo nel campo del folklore, e – come diceva Frantz Fanon – il folklore sta alla cultura come l’arteriosclerosi all’intelligenza. La famosa Lettera a Diogneto del II sec. d.C., scritta forse dal fondatore della scuola che poi fu di Origine di Alessandria, è una difesa espositiva dell’identità cristiana, ed in essa si chiarisce che la Chiesa è una presenza apparentemente insignificante, perché non si fa individuare, è una realtà anonima: i cristiani si vedono nel mondo, ma la loro religione è invisibile, nel senso che il cristiano, non desiderando emergere, è nel mondo, ma non del mondo, perché è di Dio. Tutti si sentivano di “proprietà” di Dio e nessun cristiano si distingueva allora per il suo abbigliamento.E allora, perché i papi ed i vescovi hanno continuato a vestirsi come se dovessero andare alla corte di Costantino?

Quanto alle scarpette rosse usate da Benedetto XVI, o alle stole in oro pesante, criticate come esibizionismo religioso da parte di alcuni, è stato replicato che siamo noi, uomini d’oggi, che per superficialità e lacune culturali non sappiamo più respirare questo linguaggio privo di parole: “la talare bianca evidenzia simbolicamente il ministero papale, non certo la sua individualità. Il color porpora dei calzari allude all’onorevolezza dell’ufficio. Quanto alle stole, si tratta di paramenti liturgici simboli di sacerdozio. Colori e segni possiedono un ben collaudato linguaggio.

La finezza estetica del minuto decoro non tende ad esaltare l’individualità dell’uomo, ma a esplicitare visivamente il carattere simbolico della gioia festosa. Colori e segni possiedono un linguaggio che nel tempo non ha perso la capacità comunicativa”.È stato perfino sostenuto che la stola non è simbolo di potere. Il compianto vescovo di Barletta Tonino Bello, con vera anomalia, aveva fondato la sua chiesa sul grembiule, simbolo di servizio.Senza dubbio questa linea ufficiale avrà buone ragioni storiche. Innanzitutto non tutti sono attirati da questa gioiosa capacità comunicativa che, almeno nell’idea di chi esibisce quei ricchi paramenti, dovrebbe richiamare il senso del sacro. Nel messaggio di Gesù la gerarchia di onori è gerarchia di servizio.Chi vuol essere il più grande nella comunità deve farsi servitore degli altri (Mt 23, 9-11; Mc 9, 33-37) e a conferma della sua affermazione Gesù aveva lavato lui stesso i piedi ai suoi apostoli (Gv 13, 1-15); e più volte aveva affermato di non essere venuto per essere servito, ma per servire (Mc 10, 45; Mt 20, 28; Lc 22, 27; At 17, 25).Chi vuole essere servito, anziché servire, non può conoscere Dio e quando parla, parla di un Dio che non conosce.

All’uomo, non a Dio, piace vestirsi con abiti che lo contraddistinguono e di fregiarsi di titoli altisonanti. “Che m’importa dei vostri sacrifici senza numero?” dice il Signore. “Chi vi chiede di venire a calpestare i miei atri, a fare tutta quella confusione? Smettetela di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me;festività, assemblee sacre… non posso sopportare insieme delitto e solennità. Detesto le vostre feste, per me sono un peso. Quando stendete le mani, io allontano gli occhi da voi. Anche se moltiplicate le preghiere, io non ascolto.”Pensate! Sembra che stia parlando un ateo comunista mangiapreti, o un eretico miscredente, e invece è la Bibbia (Is 1, 11-15) – la Parola di Dio! Da ciò risulta abbastanza evidente l’attuale struttura cerimoniale della Chiesa.

Al giorno d’oggi molti non riconoscono la Chiesa; altri, all’opposto, attaccati come sono al culto, al rito e alla tradizione, si scandalizzano vedendo un Papa Francesco che rifiuta stola e scarpette rosse e calza le sue scarpe grosse e nere, o quando hanno visto il cardinal Ersilio Tonini che in visita in Brasile si era vestito da bovaro, anche se in quel momento solo quello era l’abito più idoneo.Sappiamo bene che, dopo la “riforma” sugli abiti cardinalizi voluta da Paolo VI poco dopo il Concilio Vaticano II, oggi un completo cardinalizio, tecnicamente detto abito corale, ovvero l’abito ufficiale da cerimonia, si compone ancora: di una tonaca rossa di lana fine con i bottoncini rosso porpora fino ai piedi, di una fascia rossa di seta alla vita, con frangia, di un rocchetto bianco in cotone con maniche a tre quarti e lungo fino al ginocchio, ornato di pizzi e ricami, di una mozzetta rossa da indossare sopra il rocchetto, chiusa davanti da dodici bottoncini, un paio di calzini rossi porpora, di un cordone rosso oro da portare al collo per reggere la croce d’oro, con un fiocco sul retro, di uno zucchetto rosso, di una berretta rossa a quattro angoli e tre spicchi, per una spesa finale non inferiore a 2000 euro.

Certo, che vestito così, il cardinal Tonini non sarebbe potuto andare in mezzo ai campesinos e alle loro mucche.A questi entusiasti dell’abbigliamento si dovrebbe domandare come si coordina questo comportamento gioioso della gerarchia, vestita come pensa che Dio comanda e come nessuno abbia mai preso alla lettera le chiare parole di Gesù al giovane ricco e angosciato: «Va, vendi quanto possiedi e dallo ai poveri» (Mc 10, 21). Questa frase semplice e chiara, se presa alla lettera, dovrebbe essere considerata come un alto principio universale di vita morale, e invece il valore della povertà non è mai stata trasformato in norma vincolante dalla chiesa. Perché questa differenza d’interpretazione?Ma poi, ve lo immaginate Gesù Cristo vestito come un vescovo di oggi, o con le scarpette rosse di Benedetto XVI? E i titoli? Sua eccellenza XY… Sua Eminenza AZ.Ma v’immaginate se San Pietro si fosse presentato così ai romani: “Sono Sua eccellenza Pietro, vescovo di Roma,”?  Dio in persona si è abbassato a compagno di strada dell’uomo di basso livello sociale. È indubbio che molte persone pensano ancora che, se uno si veste con abiti particolari e si fa chiamare con titoli altisonanti, lo fa per dimostrare di essere più vicino a Dio. Allo stesso modo c’è anche chi pensa che, rivolgendosi nella preghiera a Dio o alla Madonna con titoli altisonanti, la preghiera avrà maggior valore.

Gesù agli idolatri:  «Pregando poi, non blaterate come i pagani, i quali credono di venire ascoltati moltiplicando le parole» (Mt 6, 7) (Maggi A. e Thellung A.). Qualcuno ha cercato di replicare che siamo davanti a innocue espressioni formali, come quando s’inizia una lettera scrivendo “Gentile Signore”, anche se quel signore non è affatto gentile. È chiaro a tutti che una cosa è indirizzare una lettera: “All’egregio signor vescovo,” equiparandolo a qualsiasi altro destinatario, un’altra è scrivere “A Sua Eccellenza Monsignor…”. Qui la forma diventa sostanza. In sintesi: da cosa si riconosce Gesù? Proprio dal grembiule (Gv 13, 4: cinse sé stesso), come sosteneva il vescovo Tonino Bello, piuttosto osteggiato finché era in vita, ma amatissimo dalla gente.Questo dovrebbe essere Segno distintivo della gerarchia ecclesiastica.

Quello che Gesù indossa nel corso dell’ultima cena, senza più toglierselo, è un indumento che indica il servizio. Da cosa si riconosce il magistero infallibile? Lo abbiamo appena visto: né dall’abito del pescatore, né dal grembiule.Qualcuno ha mai visto il suo vescovo col grembiule? No. Eppure questo dovrebbe essere Segno distintivo, essendo abito di cui si parla nel Vangelo. Il grembiule è di fatto amore servizievole. Ma spesso si preferisce mettere in mostra segni cui corrisponde per gli altri il dovere di obbedienza (art.470 Catechismo Pio X; nn.1897-1899 nuovo Catechismo); e, ovviamente, così il cerchio si chiude perché il dovere di obbedienza implica pure l’obbligo di tributare all’autorità gli onori che le sono dovuti (n.1900 Catechismo).Proprio come Gesù, che ha avuto dall’autorità l’onore …di essere crocifisso per aver disobbedito ai legittimi pastori della chiesa di allora (pensate solo alle ripetute guarigioni fatte tutte di sabato in violazione della legge divina sul riposo).

Essere cristiani è credere le verità che la Chiesa insegna. (artt.173 s. Catechismo Pio X).Allora provate a immaginare cosa succederebbe oggi se un prete dicesse messa con addosso il grembiule, invece che con i previsti paramenti sacri. La fedeltà ai rituali spesso ruba il Dio di Gesù. Se noi oggi ci scandalizziamo vedendo un sacerdote senza paramenti sacri vuol dire che, al pari dei farisei, crediamo che indossando i vestiti più strani si è più vicini a Dio; vuol dire che è deviato il messaggio di Gesù e noi non ce ne siamo resi conto; vuol dire che non ci siamo resi conto che Dio va onorato in modo diverso. (Gv 4, 4-42) (Mateos J. e Barreto J.).Mi sembra che costituisca un vero e proprio problema il fatto che tanti sedicenti credenti si nascondano ancora nella pratica religiosa rituale, nel culto, nella liturgia, dimentichi del fatto che l’unico segno distintivo del cristiano avrebbe dovuto essere l’amore tradotto in servizio.

Allora non vien forse da pensare che, dai tempi della Lettera a Diogneto in poi, abbiamo cambiato le cose in maniera tale che diamo grande importanza a cose alle quali Gesù non sembra aver dato speciale importanza. C’è indubbiamente qualcosa che non funziona (Castillo J.M.).

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui