Don Pasquale Sferratore: “Lasciateci morire da sacerdoti e non da arrugginite falci…”

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Don Pasquale Sferratore | Reverendissimo Mons. Giuseppe Regine poiché «al proibito labbro – più ampio ascolto – a favorir m’ appresso» voglio auguravi le cose più belle, ma soprattutto voglio implorare da Dio per voi benedizioni su benedizioni, che rinnovellino la vostra esistenza, ma soprattutto l’entusiasmo per la nostra missione, che sempre ci ha distinti. Però permettetemi si ricordare un po’ del passato, per chiedere scusa, se qualche volta vi ho mancato, ma involontariamente, di rispetto.

Per il vostro insegnamento nel Pontificio seminario di Salerno, dove sono stato alunno per sette anni, tre di liceo e quattro di teologia, e per qualche anno soltanto anche vostro alunno, oltre altri meriti nella nostra diocesi, vi fu conferito giustamente il titolo di «Monsignore».

Io, abituato a chiamarvi «Giovì», come vi avevo chiamato per tutto il tempo di quando eravamo seminaristi, continuai a chiamarvi così, che mi sembrava un titolo più affettuoso, più vicino. Mi accorsi che la risposta tardava a venire. Mi confidai con Mons. Don Franco Capuano, che subito mi disse: Pascalì, ma tu come lo hai chiamato? Ed io risposi con semplicità: Giovì, come sempre! Ma quello adesso è Monsignore, lo devi chiamare così. Gli risposi: gli andrò a chiedere scusa.
Appena vi incontrai vi venni vicino, vi strinsi la mano e dissi giustamente «Monsignore», come ben meritavate. In cambio ebbi un bel sorriso, che poi mi avete conservato fino ad oggi.

Nel Seminario di Salerno allora c’era anche Mons. Don Antonio De Girolamo e Don Pietro Buonocore. Io studiavo Teologia.

Siccome mi è piaciuto sempre scherzare, mi capitò un altro allegro episodio. Stavamo andando a mangiare e quella volta feci un po’ di ritardo e vi incontrai nel corridoio che portava al refettorio, sia degli alunni, che dei superiori e professori.
Voi tornavare dal barbiere o dal far la doccia, non ricordo bene. Avevate, al centro della testa un bel capello ritto, uno solo, come un’antenna, tesa verso il cielo. Io dissi: aspettate. Voi vi fermaste subito ed io estirpai il capello, consegnandolo nelle vostre mani. Che hai fatto! Era l’unico che ne era rimasto.

Ed io vi risposi: «Non abbiate paura, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati, così il Signore farà più presto a contare».
Altri bei ricordi sono del tempo dei nostri anni, quando voi contavate quanti bagni avevate persi, anziché quanti ne avevate fatti. Voi avevate più una posizione statica, anziché, veloce.

Don Matteo preferiva la pesca con la cannella. Non so però se l’avesse comprata da Giovanni Mascolo, che vicino alle cannelle, che vendeva, aveva scritto: «con particolare benedizione». Io andavo a nuoto fino agli scogli dei fratelli Cammarate, o anche allo scoglio dell’Orio. Mi dilettavo anche con la pesca subacquea. Poi, tutti insieme ci asciugavamo, ridendo, ed accettando gli scherzi di Mons. Capuano e Don Morettino, ed anche dicendo cose serie.

Scusatemi e perdonate la mia impertinenza, che non era fatta di cattiveria. Per quanto ho potuto, ho cercato sempre di aiutarvi, anche perché la mia infanzia l’ho trascorsa nella chiesa di S. Vito.
Si dice che la vecchiaia è brutta, perché «non puoi fare più quello che facevi in gioventù». Ma penso che è bello entrare in una chiesa e trovare un sacerdote seduto, che come atleta, non conta metro dopo metro la sua corsa, ma sgrana lentamente la corona, per inseguire una gloria, che fa parte del cielo, dove spera un giorno, che ci auguriamo lontano, cercherà di raccogliere i suoi fedeli, ai quali con le parole e con gli esempi ha tracciato una strada, che non scompare nel tramonto , ma che si riaccende nei raggi dell’ aurora.

E’ bello vedere una sacerdote appoggiarsi, mai indomito, sui braccioli di un carrellino, sempre pronto per le confessioni o per consigli e non come «snelle gazzelle – sempre in fuga – per sfuggire ai denti, di veloci leoni».
Si abbia almeno rispetto di chi ha dato la vita per onorare il Signore, e salvare i fedeli, che erano «i suoi» e che Dio ha affidato alle «sue paterne cure».

Lasciateci morire da sacerdoti e non da arrugginite falci, che non hanno più la forza di squarciare la terra e tracciare solchi negli smarriti petti, ma abbiamo ancora una mano per inalberare una croce sulle abbrutite chiome dal peccato.

Abbiamo fatto del nostro petto un Calvario di tante delusioni, di tante amarezze, e non speriamo più, di tanti disprezzi; dove oggi ancora qualcuno, dimenticando la riconoscenza, intreccia corone di spine per adornarci il capo.
Rev. mo Mons. oggi guardiamo dietro la prua della nostra nave, dove si rinchiude la schiuma di cotanta gloria, ma noi abbiamo guardato alla fendente prora, che ha squarciato i cuori, per seminarvi parole di vita e di sostegno, e non squarciando la prora come il Titanic, o accasciandosi come la Concordia, senza più splendore , dove l’onda si adagia e muore. La nave sa, che lasciando il porto, troverà tante onde, piccole e grandi, che le flagelleranno le fiancate, e tenacemente si mette la mano al timone e si affronta le tempeste, purché sorrida un giorno, quel fischio di gioia, che annunzia il suo arrivo al porto, al porto dei cieli, dove ci attendono, non falsi sorrisi, ma il sorriso quello più bello del Signore e l’abbraccio stupendo della Mamma nostra. Rev.mo Mons. tanti auguri di buona salute soprattutto.

Non guardate al cielo, come ad albero ingiallito e stanco nell’ autunno, ma restate ancora, fin che il Signore lo vuole, come albero annoso, che allunga le sue radici nei cuori dei suoi fedeli, per raccogliere con le sue mani, come foglie rivolte verso l’alto, gocce di pioggia per rinverdir la chioma ed abbassarle poi verso la terra, per arricchirla ognora con tanti fiori di una perenne primavera.

Quelle radici siano le braccia di noi tutti uniti nella preghiera e nell’ amore, per ritrovarci tra le braccia di Cristo che perdona. Noi, come sacerdoti, apparteniamo al Signore, che ci ha chiamati per condurre anime a Lui e siamo fieri della nostra missione e di quanto abbiamo potuto operare.
La mia vita e la vostra vita, spesa per sì nobile missione, è stata ricca di tanto bene, perché c’era la grazia di Dio che ci ha accompagnati e guidati. Abbiamo lavorato con orgoglio e passione, senza risparmiarci, perché domani dobbiamo rendere conto a Lui dei nostri fallimenti e dei nostri trionfi.

Lasciateci morire da sacerdoti e non come spremuti limoni, senza più una goccia, lasciati a marcire in un angolo oscuro e tra le spine. Vogliamo restare ancora come fiaccola ardente, che traccia una strada e addita una meta. Ed a chi vorrebbe spegnere la nostra luce, io direi; non andate di fretta; oggi a me, domani a te.

Non permettete che l’orologio della nostra vita scandisse il tempo della nostra esistenza, con i suoi melanconici rintocchi ; «andiamo a mangiare. Andiamo a dormire», senza più il rintocco di un cuore sacerdotale, che invita alla preghiera. Sentiamoci sempre indomiti e dal giovanile ardore, e ve lo dico col cuore.

Raccolsi, a suo tempo, le amare lacrime di un nostro confratello, che vinse la sua battaglia perché era sempre lì, al suo posto di sacerdote, sempre pronto a dare tutto di se. Dio benedica i vostri giorni. Guardate al sorgere del sole sempre con la gioia di poter dare ancora qualcosa di bello e di utile per la salvezza dei vostri e di tutti. Restiamo sempre come alberi che aspettano fiduciosi la pioggia di frutti dal cielo e non lacrime che avviliscono e spengono, per arrivare come atleti, esausti, ma felici al traguardo, per innalzare le nostre mani trionfali al cielo, dicendo soltanto : «ti be ne di co e ti perdo…n’.», raccogliendo l’ultimo guizzo : «arrivederci in cielo». Ma fin quando risplende il sole, godiamo la sua luce ed il suo calore; fin che la barca va…».

Vi augura ogni bene per i vostri cinquant’ anni di parroco, chi è lì alla soglia dei sessant’anni di parroco, che per adesso, come atleta, batte il record di parroco della nostra diocesi.
Don Pasquale Sferratore

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